Archive for the ‘SOSTENIBILITA’’ Category

Parco di Adria: un intralcio.

venerdì, luglio 22nd, 2011

La vendita del bosco di pianura di Corte Guazzo.

In campagna elettorale i Candidati Sindaci hanno fatto sentire i loro pareri sulle questioni ambientali. In particolare l’attuale Sindaco Barbujani ci ha detto di suo proposito che avrebbe consultato Legambiente (cosa che non è avvenuta) sulle questioni ambientali del territorio, in questo caso la vendita di quello che doveva essere il parco della città: Corte Guazzo, attualmente bosco di pianura. A riguardo, tutti i candidati Sindaci, compreso Barbujani, ci hanno risposto positivamente sull’attivazione del parco, per ribadire che per la città è un diritto dei cittadini imprescindibile. Alcuni candidati, (le risposte sono nel sito di www.legambientedeltapo.it) hanno anche illustrato delle proposte: coinvolgere le associazioni per la manutenzione; un chiosco che in cambio dell’affitto fa manutenzione e sorveglianza; una pista ciclabile per raggiungere il parco in comunicazione con Artessura.

Riteniamo che i 2 piccoli parchi Comunali della città, (giardini Zen e Scarpari) siano troppo piccoli per delle attività sportive giovanili, inoltre sono spesso mal tenuti. Dopo le nostre ripetute richieste, abbiamo aspettato 5 settimane per avere un appuntamento formale per parlare della preoccupante delibera del Commissario, dove almeno 10 terreni verdi dovrebbero essere venduti a privati. Non per fare l’orto, ma per costruire altre case. E fra questi anche l’area del bosco di pianura di Corte Guazzo. Tutte queste aree hanno delle funzioni per le comunità, anche per una mitigazione del pericolo idrogeologico (impermeabilizzazione dei terreni, allagamenti).

I problemi degli allagamenti in città sono ancora al massimo del pericolo e quando piove un pò di più si va sotto acqua. Andiamo ad aggravare questa situazione impermeabilizzando nuovi terreni? Il bosco di pianura era stato un investimento legittimo e lungimirante in previsione dell’espansione della zona artigianale: il senso era quello di mettere una fascia di verde fra la città e i rumori e i disagi, gli inquinamenti di una zona industriale (pratica comune anche in altri paesi del Veneto). Possiamo notare il controsenso se il bosco di pianura venisse venduto per costruire dei complessi ospedalieri a ridosso di una zona industriale! In altri Comuni dei dintorni, i boschi di pianura ben utilizzati si sono progressivamente trasformati in parchi della città che attraggono centinaia di presenze giornaliere ed attività per i cittadini. Inoltre se un cittadino ha pagato la sua casa per avere del verde intorno, si vedrà deprezzare l’area per l’urbanizzazione sopra il verde dove andava a giocare il figlio o si poteva fare quattro passi al fresco. Anche in tutti gli altri Comuni esistono i problemi del bilancio, ma non si stanno vendendo gli ori di famiglia per sistemare i conti? Siccome l’economia sta cambiando è presumibile che i tempi d’oro non torneranno molto facilmente, a quel punto cosa ci venderemo?

Legambiente non ha pregiudizi sulla vendita di beni comunali, ma se è per realizzare qualche altro progetto di bene pubblico. Secondo noi ci sono molte strutture da mettere in vendita di proprietà comunale che non rendono, ma la strada maestra per mettere i conti in ordine è la lotta agli sprechi che sono ancora alti. Basta pensare al risparmio che il Comune avrebbe sulle bollette se praticasse il risparmio energetico di tutte le strutture. La nostra visione per il futuro delle aree verdi è nella manutenzione data in parte ai cittadini che ne godono e alla responsabilità di tutti. Infine, non possiamo accettare che un Comune ritenga inutile il parco della città al punto di venderlo. I Parchi nelle città sono sempre stati un patrimonio imprescindibile ed un diritto per gli abitanti, rinunciare a questo significa diminuire la qualità di vita in maniera drastica e considerare la natura per quello che NON è e NON deve essere: un intralcio alla realizzazione del profitto. Considerare l’urbanistica del verde in una città moderna senza un piano del verde pubblico, con la mancanza di un parco, significa non valorizzare la città e farla scadere a livelli abissali al pari delle città delle repubbliche delle banane.

Adriatico sotto stress

domenica, giugno 26th, 2011

Le paratie del Mose
ANTICIPAZIONI. Su La Nuova Ecologia di giugno l’inchiesta sul calo di biodiversità. Nel mirino gli interventi dell’uomo: grandi opere e rinascimenti
Video Il nostro sopralluogo sui cantieri del Mose

Le specie ittiche nell’alto Adriatico stanno diminuendo. E sul banco degli imputati ci sono l’inquinamento, i numerosi ripascimenti e le grandi opere. Una conferma della crisi che attraversa il bacino giunge anche dal mondo accademico: «La situazione delle risorse ittiche nel medio e alto Adriatico non è buona e diverse specie sono ai minimi degli ultimi 17 anni» riporta un recente studio del laboratorio di biologia e pesca di Fano, dell’università di Bologna. Ma l’allarme raccolto dalla “Nuova Ecologia” di giugno arriva soprattutto dai pescatori. «Il nostro mare sta diventando sterile» denuncia Michele Marchi Boscolo, presidente del Consorzio di gestione delle vongole di Chioggia (Cogevo). Ribadisce Antonio Gottardo, rappresentante di Lega Pesca Veneto: «L’alto Adriatico è sotto stress e per alcune specie, come le vongole, non si può nemmeno parlare di sovrasfruttamento: ha influito un insieme di cause, guarda caso proprio nel momento in cui si è iniziata a praticare una corretta gestione dei prelievi sono partiti i cantiere delle grandi infrastrutture».

L’inchiesta di Nicola Cappello e Francesco Loiacono racconta gli elementi che stressano l’Adriatico e traccia delle ipotesi sulla contrazione della biodiversità. Alla vigilia di una nuova stagione balneare che rischia di aumentare il carico antropico sul bacino.

 

03 giugno 2011Mare Adriatico Biodiversità

 

 

IN DIFESA DI «SORA ACQUA»

giovedì, aprile 21st, 2011

CAMPAGNA REFERENDARIA:
VOCI CRISTIANE IN DIFESA DI «SORA ACQUA»

36102. ROMA-ADISTA. Si allarga la mobilitazione, anche fra i cattolici, in vista delle convocazioni referendarie previste per il 12 e 13 giugno, quando i cittadini italiani saranno chiamati ad esprimersi su privatizzazione dei servizi idrici, nucleare e legittimo impedimento.

L’acqua non obbedisce alle ragioni del mercato
Sullo spinoso tema dell’acqua aveva preso posizione, lo scorso 22 marzo, L’Osservatore Romano in occasione dell’annuale Giornata mondiale dell’acqua, con un lungo approfondimento di Gaetano Vallini. Ricordando l’impegno di molte realtà ecclesiali nella battaglia referendaria per l’acqua bene comune, il quotidiano aveva ribadito che l’acqua «è un bene troppo prezioso per obbedire solo alle ragioni del mercato e per essere gestita con un criterio esclusivamente economico e privatistico. Il suo valore di scambio o prezzo non può essere fissato secondo le comuni regole della domanda e dell’offerta, ovvero secondo la logica del profitto».

Per una gestione comunitaria e partecipata
A scendere in campo anche la Rete Interdiocesana per i Nuovi Stili di Vita che ha promosso una «campagna per il tempo di Pasqua» – sottoscritta da 24 diocesi – dal titolo “Acqua, dono di Dio e bene comune”: «Un invito ad adottare stili di vita e comportamenti che tutelino questo prezioso bene comune, garantendone la disponibilità per tutti. Proponiamo alle Chiese locali, la costruzione di percorsi pastorali, adatti al proprio territorio, che conducano i cristiani a riscoprire lo sguardo di Francesco, che chiamava l’acqua “sorella”, rinnovando così coerentemente le proprie pratiche». Con lo sguardo fisso sul Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, la Rete chiarisce il significato, attribuito all’acqua, di “bene comune”, «che esige una gestione comunitaria, orientata alla partecipazione di tutti e non determinata dalla logica del profitto». «Il diritto all’acqua deve dunque essere garantito anche sul piano normativo», invita la Rete, «mettendo in discussione quelle leggi che la riducono a bene economico. Sarà importante, quindi, partecipare attivamente al dibattito legato al referendum sulla gestione dell’acqua».

Sacralità dell’acqua
In linea con la sua vocazione al dialogo interreligioso, il Cipax (Centro interconfessionale per la Pace), in un appello diffuso lo scorso 11 aprile, ha ricordato che l’acqua è «anche un elemento simbolico centrale di tutte le fedi religiose». «Per la difesa del diritto di accesso all’acqua potabile, senza la barriera spesso insormontabile per i più poveri causata da lucri commerciali», si legge nel comunicato, «hanno ormai preso posizione numerosi uomini di Chiesa» e molte testate cristiane. Contro il Decreto Ronchi – «che obbliga la privatizzazione dell’acqua potabile» e «assicura al gestore profitti garantiti senza vincoli di re-investimento» – il Cipax invita a partecipare al voto, il 12 e 13 giugno prossimi, affinché si raggiunga il quorum necessario per la vittoria dei referendum. Il Centro si rivolge, in particolare, ai religiosi e alle religiose italiane, perché «approfondiscano la conoscenza di questa tematica» e si impegnino in prima persona come «promotori della partecipazione al referendum».

La Chiesa gridi la sua indignazione
L’acqua come diritto irriducibile e come «valore simbolico e sacramentale» è anche al centro dell’Appello alle comunità cristiane, diffuso lo scorso 3 aprile dal comboniano p. Alex Zanotelli. «Per noi cristiani – afferma il missionario – l’acqua è sacra, l’acqua è vita, l’acqua è la madre di tutta la vita sulla Terra. Senz’acqua, gli esseri umani non possono vivere, per cui diventa, fin dalla nascita, un diritto fondamentale umano. E allora, come mai le comunità cristiane non hanno protestato coralmente e alzato la voce, quando il nostro Parlamento (primo in Europa!) ha votato il 19 novembre 2009 la legge Ronchi, che dichiara l’acqua un bene di rilevanza economica?». L’apatia nel mondo cattolico risulta ancora più contraddittoria, denuncia p. Zanotelli, di fronte alle esortazioni di Benedetto XVI che, nell’enciclica Caritas in veritate, parla dell’acqua come diritto umano fondamentale. Le stesse parole impugnate da Pax Christi ed altri movimenti di base lo scorso 26 marzo, per motivare la loro partecipazione alla manifestazione nazionale per l’acqua pubblica e contro il nucleare.
«Come cristiani non possiamo accettare la legge Ronchi», è l’affondo di p. Zanotelli: «Per questo, alla vigilia del referendum, ci appelliamo a tutte le comunità cristiane perché si impegnino, insieme a tutti i cittadini, in questa fondamentale sfida referendaria. Ci appelliamo nuovamente alla Conferenza episcopale italiana perché aiuti i credenti a capire che l’acqua è un bene di non rilevanza economica, e che dobbiamo togliere il profitto dall’acqua»; «ci appelliamo ai sacerdoti e ai catechisti perché proclamino nelle omelie, nelle celebrazioni e nelle catechesi  il valore sacrale dell’acqua. E ci appelliamo a tutti i cristiani perché si impegnino a difendere “sorella acqua” come diritto fondamentale umano e a far nascere una cultura di profondo rispetto e risparmio di un bene così prezioso e così scarso». (giampaolo petrucci)

 

COMUNITÀ INDIGENE CONTRO L’ENEL

lunedì, marzo 28th, 2011

GUATEMALA: COMUNITÀ INDIGENE CONTRO L’ENEL.
«AIUTATECI A SCONGIURARE UN MASSACRO»

Notizie di ADISTA:

36076. COTZAL-ADISTA. Una vergogna italiana targata Enel: così i rappresentanti del “Consejo de Juventudes Maya, Garifuna y Xinca de Guatemala” descrivono il conflitto esploso nel municipio guatemalteco di Cotzal, nel Quiché, tra l’Enel Green Power (la società del gruppo Enel che gestisce il business relativo alle energie rinnovabili) e la comunità maya ixil di San Felipe Chenla, mobilitata dal 3 gennaio scorso contro la costruzione da parte dell’impresa italiana della centrale idroelettrica di Palo Viejo. La comunità ixil, amministrata secondo le usanze indigene maya da un consiglio di anziani, ha bloccato la strada per impedire l’arrivo dei camion con i materiali per la costruzione della centrale, decisa a mantenere la protesta fino a quando l’Enel non si impegnerà in un dialogo serio. Il tutto nel rispetto dell’articolo 45 della Costituzione guatemalteca, che riconosce il diritto della popolazione alla resistenza pacifica qualora lo Stato agisca contro il suo interesse.

Nei mesi scorsi, riferisce il “Consejo de Juventudes”, l’Enel aveva ricevuto l’autorizzazione per la costruzione della centrale direttamente dal sindaco del municipio di Cotzal, José Perez Chen, attualmente latitante, contro cui pesa un ordine di cattura per i reati di esecuzione extragiudiziale, abuso d’autorità e istigazione a delinquere. Né il sindaco né l’impresa italiana hanno comunque rispettato le procedure previste dalla Convenzione 169 dell’Oit (o Ilo, Organizzazione Internazionale del Lavoro), ratificata dal Guatemala, che stabilisce l’obbligo di consultazione delle comunità indigene prima dell’avvio di qualunque attività nelle loro terre e il divieto di dare inizio a un qualsiasi progetto senza previo accordo con le comunità. L’Enel Green Power, pienamente supportata dall’ambasciata italiana – «gli Stati al servizio delle multinazionali», commenta Aldo Zanchetta, dando la notizia sul Mininotiziario America Latina dal Basso (n. 13/11) – non solo si è rifiutata di dialogare con la comunità ixil, ma, denunciano gli indigeni, ha seguito la via delle intimidazioni e delle minacce, auspicando l’intervento delle autorità guatemalteche per ristabilire “lo Stato di diritto” in difesa dei propri investimenti. E così il 18 marzo scorso agli uomini, alle donne e ai bambini di San Felipe Chenla è sembrato di ripiombare nell’incubo del conflitto armato interno, quando l’altopiano maya era teatro di inenarrabili orrori: 500 soldati in assetto da guerra e forze antisommossa hanno circondato la comunità, mentre tre elicotteri civili e due militari l’hanno sorvolata per tutto il pomeriggio a bassa quota. Grazie anche a una tempestiva attività di denuncia tra il Guatemala e l’Italia, l’esercito si è per il momento ritirato, ma la tensione resta altissima. E il governo guatemalteco ha diffuso un minaccioso comunicato in cui condanna le azioni, definite fuori legge, di alcune organizzazioni “radicali”, promettendo punizioni e arresti: una promessa del resto totalmente in linea con la politica di criminalizzazione delle comunità indigene portata avanti con forza sempre maggiore dal governo di Alvaro Colom in difesa degli investimenti delle multinazionali. «Responsabilizziamo l’Enel, il municipio di San Juan Cotzal e lo Stato guatemalteco per qualunque attentato che possano soffrire i nostri leader, le nostre autorità comunitarie e la popolazione in generale», hanno dichiarato le comunità di Cotzal in una lettera aperta alla comunità nazionale e internazionale, all’ambasciatore dell’Italia in Guatemala e al popolo italiano. Nella speranza che non si ripeta quanto avvenuto nel 1982 in seguito alla costruzione della diga Chixoy in Verapaz, appaltata ad un consorzio controllato dall’impresa italiana Impregilo, allora Impresit-Cogefar (progetto il cui costo finale si rivelò del 300% superiore alle previsioni, determinando un incremento del debito pubblico del Paese centroamericano): prima del completamento dei lavori, gli squadroni della morte guidati dal generale Rios Montt massacrarono 480 uomini, donne e bambini del villaggio Rio Negro che si opponeva allo sfollamento forzato. (claudia fanti)


 

Ambiente come Madre

lunedì, marzo 1st, 2010
Ambiente come madre
di Frei Betto

PAROLE DEL SUD – settembre 2009

Dobbiamo intrattenere relazioni di complementarietà con l’habitat naturale e con gli altri esseri umani. Da essi dipendono la nostra vita e la nostra felicità.
Il termine ecologia – dal greco ôikos (casa, abitazione) e – logía (discorso, studio) – è la scienza che studia l’habitat (la “casa” di tutto ciò che c’è), le sue condizioni naturali, le relazioni che esistono tra gli esseri (animati e inanimati) e, in particolare, gli organismi viventi (piante, animali ed esseri umani) e l’ambiente in cui vivono.

Se non fosse per la stranezza del termine, sarebbe più corretto parlare di ecobionomia. Se la biologia è la scienza che tratta di tutte le manifestazioni della vita, e se l’economia si occupa della corretta conduzione della casa, allora l’ecobionomia sarebbe la scienza dell’adeguata amministrazione dell’habitat naturale in vista del fiorire della vita. Sarebbe anche più esatto parlare di “madre ambiente”, perché da esso traiamo origine, in esso viviamo, di esso ci nutriamo e ad esso torniamo.

Questa visione d’interdipendenza tra tutti gli esseri è andata perduta con la modernità. A questa perdita ha contribuito anche un’errata interpretazione del dato biblico, secondo il quale Dio, dopo aver creato la terra, l’avrebbe affidata all’uomo perché la dominasse: «Riempite la terra e soggiogatela» (Genesi 1,28). Ovvio che il verbo “soggiogare” non implica un potere illimitato, ma va inteso come gestione responsabile. Il soggiogamento, però, è diventato sinonimo di sfruttamento, spoliazione e stupro. Si è cercato di trarre dal pianeta il massimo profitto. Così facendo, si sono inquinati i fiumi, contaminati i mari e avvelenata l’aria che respiriamo.

Non c’è una separazione tra ambiente naturale ed esseri umani. Per quanto dotati d’intelligenza e di coscienza, siamo in tutto e per tutto esseri naturali. Anche “spirituali”, certo, ma solo nel senso di aperti alla comunione d’amore con il prossimo e con Dio.

L’universo ha 14 miliardi di anni; l’essere umano poco più di 2 milioni. Ciò significa che siamo il frutto di una evoluzione dell’universo, che – come diceva il gesuita filosofo, teologo e paleontologo francese Teilhard de Chardin – è guidata dall’”energia divina”.

Prima della comparsa della specie umana l’universo era bello ma cieco. È solo grazie agli esseri umani che esso ha acquisito una “mente” e degli “occhi” per guardarsi allo specchio e vedersi molto bello, al punto da meritarsi la qualifica di kósmos (“ordine armonioso”).

Oggi la terra è inquinata e tutti soffriamo degli effetti della sua devastazione. Se è vero che tutto ciò che facciamo ha conseguenze sullo stato di salute della terra, è altrettanto vero che tutto ciò che riguarda la terra si riflette su di noi. Gandhi diceva: «La terra ha risorse sufficienti per i bisogni di tutti, ma non per l’ingordigia di tutti». Sono le nazioni ricche del nord del mondo che più inquinano il pianeta. Ne sono responsabili per l’80%, 23% del quale spetta agli Stati Uniti, che guidano la lista dei paesi che si oppongono al Protocollo di Kyoto della Convenzione sui cambiamenti climatici. Una massima dei pellirosse americani recita: «Quando l’ultimo albero sarà abbattuto, l’ultimo fiume prosciugato e l’ultimo animale ucciso, allora capiremo che non si può mangiare il denaro».

Il problema ambientale odierno più grave non è l’aria inquinata o il mare sporco, ma la minaccia di estinzione della specie umana a causa della povertà e della violenza. Salvare la terra vuole dire liberare gli esseri umani da tutte le situazioni di ingiustizia e di oppressione.

L’Amazzonia brasiliana è un esempio della triste aggressione che compiamo contro l’”ambiente-madre”. Agli inizi del 20° secolo molte imprese si arricchirono con lo sfruttamento del caucciù, causando desolazione ambientale. Negli anni 1970, il magnate americano Daniel Ludwing recintò uno dei più grandi latifondi del mondo (2 milioni di ettari) per lo sfruttamento della cellulosa e del legname, danneggiando gravemente la foresta, impoverendo il suolo e innescando un inarrestabile processo di desertificazione. Oggi la grande industria agro-alimentare perpetua questo scempio: abbatte la foresta per fare spazio alle piantagioni di soia e all’allevamento del bestiame.

L’ingiustizia sociale produce squilibrio ambientale, e questo, a sua volta, incrementa l’ingiustizia. Quanto profetico era l’invito che Chico Mendes, il “difensore della foresta” assassinato il 22 dicembre 1988, rivolgeva al mondo perché optasse per una economia sostenibile (rispettosa dei diritti delle future generazioni) e per una ecologia incentrata sulla dignità della vita degli abitanti della foresta! Ma chi lo ha ascoltato?
La Bibbia c’invita a guardare al mondo come a un’opera divina. Gesù ci mobilizza nella lotta in favore della vita degli altri, della natura, della terra, dell’universo. Tutto il cosmo è “ambiente divino”. Stupende le parole di san Paolo agli ateniesi radunati nell’Areopago: «Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene è Signore del cielo e della terra… In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo… perché di lui anche noi siamo stirpe» (Atti 17,24.28).

Nigrizia – 1/9/2009
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Il Cimitero dei Computer – video

sabato, dicembre 19th, 2009

[da Current]

La tecnologia ha un ciclo di vita molto breve: questo significa che ogni anno gli uomini producono una mole enorme di “rottami tecnologici”; la stessa cosa, con cicli di vita più lunghi, si può dire delle server farm disperse in tutto il mondo, con un impatto ambientale notevole.

Per quanto tempo sarà sostenibile questo modello?
Che tipo di azioni si possono intraprendere per migliorare la situazione?
Quali sono le regole per un corretto smaltimento dei rifiuti tecnologici?
Esistono soluzioni creative per aumentare il ciclo di vita di un computer o di un suo componente?

SOSTENIBILITA’

mercoledì, settembre 30th, 2009

Risorse rinnovabili esaurite la Terra entra in riserva
Allarme degli scienziati: già consumato il capitale disponibile per il 2009. Il 25 settembre è l’Overshoot Day: da quel momento cominceremo ad usare le risorse che servirebbero alle prossime generazioni di ANTONIO CIANCIULLO

Signori, si chiude. Se il pianeta fosse gestito come una famiglia all’antica, di quelle che non chiedono prestiti, domani dovrebbe serrare i battenti: le risorse sono finite. Ovviamente il mondo andrà avanti, ma a credito. Prenderemo energia, acqua e minerali a spese del futuro, restringendo il capitale di natura che abbiamo a disposizione. Il 25 settembre è l’Earth Overshoot Day, il momento dell’anno in cui la specie umana ha esaurito le risorse rinnovabili a disposizione e comincia a divorare quelle che dovrebbero sostenere le prossime generazioni. A calcolare la data è il Global Footprint Network, l’associazione che misura l’impronta ecologica dell’umanità, cioè il segno prodotto sul pianeta dalla nostra vita quotidiana: dalle bistecche che mangiamo, dai cellulari che compriamo, dagli aerei che usiamo. Per millenni, fino alla rivoluzione industriale, questo segno è rimasto sostanzialmente invisibile. Ci sono stati scompensi ecologici anche violenti, ma localizzati: a livello globale gli effetti prodotti dall’esistenza di centinaia di milioni di esseri umani si confondevano con le oscillazioni periodiche della natura. L’impatto si è fatto più consistente dall’inizio dell’Ottocento, ma solo negli ultimi decenni è cominciata la crescita drammatica che, a parte la battuta d’arresto prodotta dalla crisi economica, non accenna ad arrestarsi. Nel 1961 l’umanità consumava la metà della biocapacità del pianeta. Nel 1986 ci siamo spinti al limite ed è arrivato il primo Earth Overshoot Day: il 31 dicembre le risorse a disposizione erano finite. Nel 1995 la bancarotta ecologica è arrivata il 21 novembre. Dieci anni dopo i conti con la natura sono entrati in rosso già il 2 ottobre. Ora siamo retrocessi fino al 25 settembre: consumiamo il 40 per cento in più rispetto alle risorse che la Terra può generare. Nel 2050, se la crisi energetica non ci avrà costretto alla saggezza ecologica, per mantenere i conti in pareggio avremo bisogno di un pianeta gemello da usare come supermarket per prelevare materie prime, acqua, foreste, energia.

Forse non andrà così perché l’Earth Overshoot Day cade 80 giorni prima della conferenza di Copenaghen che costringerà il mondo a fare i conti con la più drammatica delle minacce create dal sovra consumo: il caos climatico derivante dall’uso smodato dei combustibili fossili e dalla deforestazione. La conferenza delle Nazioni Unite dovrà indicare la terapia per far scendere la febbre dell’atmosfera e la cura per ridurre le emissioni serra servirà anche a diminuire l’impronta complessiva dell’umanità. L’esito del summit di Copenaghen appare però incerto ed è probabile che si concluderà con una faticosa mediazione, mentre solo una scelta forte a favore dell’innovazione tecnologica e di un ripensamento sugli stili di vita può rallentare il sovra consumo che mina gli equilibri ecologici. “La contro prova l’abbiamo avuta adesso”, commenta Roberto Brambilla, delle Rete Lilliput che cura, assieme al Wwf, il calcolo dell’impronta ecologica. “Abbiamo sperimentato la crisi più grave dal 1929 e il risultato, in termini ecologici, è stato modesto: l’anno scorso l’Earth Overshoot Day è arrivato il 23 settembre, quest’anno il 25. Il colpo durissimo subito dall’economia mondiale ha spostato la data di soli due giorni. Questo significa che, se non si cambia il modello produttivo, neppure la malattia del sistema, con tutti i problemi connessi, può guarire l’ambiente. Al contrario diminuire il peso dell’impronta ecologica potrebbe aiutare l’economia. Ad esempio il 97 per cento del nostro patrimonio edilizio è costruito in modo inefficiente: ci sarebbe da fare cappotti isolanti per le pareti, tetti verdi e finestre con vetri ad alto isolamento da oggi al 2030″.
(24 settembre 2009) Tutti gli articoli di Scienze e Ambiente