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PER LA DIFESA E L’ASSETTO IDRAULICO DEL TERRITORIO

domenica, ottobre 18th, 2009

Si tratta del regolamento e della relativa osservazione fatta al Comune di Adria da Legambiente di Adria prima che fosse fondato il Circolo Delta dl Po. Mettiamo a conoscenza della cittadinanza. Anno 2005/2006.

COMUNE di ADRIA

(Provincia di Rovigo)

REGOLAMENTO COMUNALE

PER LA DIFESA E L’ASSETTO IDRAULICO DEL TERRITORIO

 

 

ART. 1- FINALIT A’

Scopo delle norme contenute nel presente regolamento è quello di assicurare un Dero, efficace e costante deflusso delle acque ed evitare danni all’ambiente, alle proprietà pubbliche e private, nel rispetto delle nonnative vigenti, del P .R.R.A della regione Veneto e delle disposizioni in materia di regimazione idraulica-o

ART. 2 – DEFINIZIONE

Ai fini dell’applicazione del presente regolamento si precisano le seguenti definizioni:

  • Per “fossi e canali” si intendono tutti i corsi d’acqua, sia pubblici che privati e le opere idrauliche che sono eventualmente presenti sul- nel Territorio del Comune Adria, opere comunque necessarie alla regolamentazione del deflusso delle acque.

• Per sponda di fosso-scolo-canale si intende la ripa inclinata (parete del fosso).

  • Per ciglio si intende il punto di intersezione della sponda del fosso-scolo-canale ed il piano di campagna o piano stradale, se con esso confinante.
  • Fossi di utilità pubblica: sono da intendersi anche quei fossi privati indispensabili per lo scolo delle acque di una porzione rilevante di territorio comunale, essi sono individuati di concerto con i tecnici del Consorzio di Bonifica competente e successivamente censiti dall’Ufficio Tecnico Comunale, il cui elenco e planimetria sono adottati dall’Organo C.le competente e recepiti dal Consorzio di Bonifica stesso.-

ART. 3 – UBICAZIONE DI SIEPI, ALBERATURE ED ESSENZE VEGETALI ARBUSTIVE, OBBLIGHI E DIVIETI

Al fine di evitare restringim.ercti od ostacolare il normale deflusso delle acque dei fossi, dei scoli e canali, sono vietate le piantagioni di qualsiasi genere lungo le sponde dei fossi e dei canali.

Per la messa a dimora di alberi o di qualsiasi essenza arbustiva valgono le distanze previste in materia di confine, dal Codice della Strada o delle altre disposizioni in materia (fanno fede e riferimento il Codice Civile, il Regolamento del Consorzio di Bonifica competente territorialmente e il regolamento Comunale di Polizia Rurale).

E’ vietato, altresì, realizzare opere di qualsiasi genere, che impediscono il regolare deflusso delle acque, o di ingombrare con qualsiasi materiale l’alveo del fosso nonché gettare o depositare nei corsi d’acqua e nei corsi d’acqua e nei fossi rifiuti di qualsiasi genere.

Tutte le essenze arboree che all’entrata in vigore del presente regolamento si trovano ubicate a distanza inferiore di quanto previsto nel presente articolo o si trovano sulle sponde dei fossi o canali, potranno essere rimosse qualora motivi di ordine idraulico lo richiedano, fatto salve le necessarie autorizzazioni delle autorità in materia di tutela ambientale (legge 431/1985 e succo modificazioni ed integrazioni).-

ART. 4 – PULIZIA DI FOSSI E SCOLI

E’ fatto obbligo che i fossi situati lungo le strade, di qualsiasi specie, e fra le proprietà private, siano tenute costantemente sgombri e puliti in modo che, anche in caso di piogge abbondanti e continue, quindi di piene improvvise, il deflusso delle acque si verifichi senza pregiudizio e danno delle proprietà contermini pubbliche e private e delle eventuali vie contigue.

l

 

c) 

 

 

 

I fossi e canali presenti lungo le strade private, all’interno delle proprietà o in confine tra proprietà private, dovranno essere spurgati, all’ occorrenza, a cura e spese da soggetti proprietari o dei soggetti a ciò tenuti, in base agli usi o ai contratti di fondi rustici ed agricoli e al codice civile.

Il comune riterrà comunque obbligati in solido, il proprietario e l’utilizzatore dei terreni (affittuario, comodatario, detentore di fatto, usufruttuari,ecc.).

 

 

 

I fossi privati di scolo, che fossero incapaci di contenere acqua che in essi si riversa o quelli che comunque esistevano e sono stati colmati dovranno, a cura degli stessi soggetti indicati al precedente comma, essere risezionati.

 

 

 

 

 

 

Per i fossi lungo le strade Comunali o vicinali di uso pubblico e per i fossi di “utilità pubblica”, il Comune provvede, con proprio atto dehberativo, previa ricognizione e rappresentazione cartografica come indicato in art. 2 , ad individuare interventi atti a garantire il normale deflusso delle acque (spurgo, risezionamento o quanto altro abbisogni) e ad una programmazione degli stessi interventi; procederà inoltre all’esecuzione delle opere d’intesa con i proprietari frontisti e con i proprietari che comunque beneficiano dei fondi serventi interposti tra i fossi di ”utilità pubblica” ed

i fondi serviti; con i quali stipulerà apposita convenzione ove saranno disciplinate modalità di intervento e ripartizione degli oneri economici con le seguenti quote di spesa a carico dei privati: 50% per le opere lungo le strade (con esclusione delle tombinature che sono a totale carico dei privati qualora non facenti parte di progetti di opere pubbliche e di pubblica utilità) e 30% per i fossi interni di “pubblica utilità”.

Qualora uno dei proprietari non dia il proprio assenso, il Comune provvederà, comunque, all’esecuzione dei lavori addebitando la spesa in modo direttamente proporzionale alla proprietà dell’interessato nelle forme previste dalle vigenti norme.

A tal fine il Comune con lettera raccomandata A.R assegnerà al termine utile entro il quale il frontista deve dichiarare se aderisce all’iniziativa informandolo che, in caso negativo, provvederà attn”buendogli comunque parte della spesa sostenute che verrà quantificata su preventivo di spesa ed eseguita nei termini assegnati come sopra

Per i canali e i fossi esistenti lungo le strade pubbliche, in proprietà di altri Enti diversi dal Comune, gli Enti pubblici interessati dovranno assicurare gli interventi descritti nei commi precedenti, dando priorità nell’ambito del Territorio C.le a quelli segnalati dall’Amministrazione Comunale di Adria come più urgenti.-

ART. 5 – DISTANZE DI LAVORAZIONI AGRICOLE DAI FOSSI

Nell’ esecuzione di lavorazioni agricole di fondi confinanti con strade (pubbliche od anche private ad uso o transito pubblico) gli interessati devono eseguire le necessarie operazioni mantenendo una distanza di almeno mt. 1.00 ( metri uno) dal ciglio del fosso o dal ciglio stradale in modo da evitare l’ostruzione parziale o totale dei fossi, la rovina delle rive dei fossi e canali, il danneggiamento delle strade.

Nel caso che, durante le Ìavorazioni agricole, dovesse essere oSiruito un fo~~ o canale posto al confine della proprietà deve essere immediatamente ripristinato il regolare deflusso dello stesso.-

ART. 6 -COMPITI DEI PROPRIETARI O DETENTORI DEL FONDO FRONTISTA.

I fossi e canali presenti lungo le strade private e pubbliche, quelli all’interno delle propriet~ quelli in confine tra proprietà private, non possono essere eliminati senza che sia predisposto adeguato sistema scolante alternativo al fosso o scolo soppresso. Altresì non può essere ridotta le dimensione se non sono previste adeguate misure di compensazione. I fossi e canali dovranno a cura dei proprietari o detentori dei fondi frontisti, essere sottoposti ai seguenti periodici interventi:

2.

 

 

 

 

estirpo e taglio delle erbe sulle sponde e sul ciglio dei fossi e canali dal lato del fondo privato almeno una volta all’anno e nel periodo di più intensa vegetazione, con l’awertenza di rimuovere tempestivamente le erbe tagliate dal fondo del fosso;

 

 

 

d)            pulizia delle luci dei ponti, dei tombinamenti per la iunghezza della proprietà o fondo utilizzato, delle chiaviche e delle paratoie;

e)            rimozione di alberi, tronchi e rami delle piantagioni laterali ai canali o fossi, caduti per eventi ambientali o per altra causa;

f)             mantenimento in buono stato di conservazione dei ponti e delle altre opere di uso particolare o privato di uno o più fondi( es. tombinamento);

g)            eliminazione di qualsiasi scarico di acque usate provenienti da fabbricati senza preventiva depurazione e chiarificazione.-

ART. 7 – TOMBINATURA IN ZONA AGRICOLA

Le tombinature in zona agricola, di norma, sono vietate.

Possono però essere concesse per l’accesso ai fondi o abitazioni per un numero massimo di 2 (due) in funzione dell’estensione del fondo e, di norma, per una lunghezza massima di mt. 10,00.

In particolari situazioni sono consentite le re;:lliZ7nzione di tombinature di lunghezza maggiore, a condizione che siano inseriti pozzetti di ispezione ogni 18,00 (diciotto) metri di condotta e comunque almeno l (un) pozzetto per lunghezze comprese tra 10,00 e 18,00 mt.

L’esecuzione delle tombinature deve essere eseguita con tubazione di calcestruzzo con giunto a bicchiere di diametro interno non inferiore a cm 50 o di adeguate dimensioni secondo l’area scolante, e comunque subordinato ad autorizzazione/concessione da parte del Comune, previo nulla-o sta dell’Ente proprietario della strada e del Consorzio competente.

Sono ammesse tombinature anche in tubazione in P. V.C. nonchè la stessa sia del tipo SN4 ( ex 303 extra ) ed il suo estradosso, a partire dal diametro orizzontale sia rivestito con cis armato di rete elettrosaldata 0 10mm a maglie 20*20 o 20*25. Le dimensioni della tubazione in pvc dovranno essere calcolate con riferimento alla sezione teorica del fosso capiente il bacino scolante, previo nulla-osta dell’Ente proprietario della strada e del Consorzio competente.-

ART. 8 – LIMITAZIONE DELL’IMPERMEABILIZZAZIONE DEL SUOLO

Al fine di limitare l’Ìmpermeabiliz7nzione del suolo e la conseguente riduzione degli invasi viene prescritto che per ogni ha di area urbanizzata dovranno essere ricavati, a cura e spese degli

urbaniZ7.anti, volumi di invaso pari ad almeno 280/ m3/ha.

Per superfici inferiori all’ettaro saranno realizzati volumi di invaso con volurnetria che rispetti il rapporto di cui al precedente comma.

I volumi di invaso potranno essere ottenuti o sovradimensionando le condotte per acque meteoriche e/o utilizzando nuove ossature e zone a temporanea sommersione nelle aree destinate a verde.

Al fine di garantire un effettivo riempimento degli invasi realizzati ed il loro conseguente utilizzo per la moderazione delle portate, nella sezione terminale della rete di acque bianche o miste, prima dello scarico in altri collettori o nel sistema di depurazione esistente, si dovrà posizionare li manufatto di controllo in grado di scaricare, ordinariamente, una portata massima di 10/l/s/ha.

3

 

Il manufatto di contro Ho (vedi allegato “1″ al presente Regolamento ) sarà posizionato nella sezione terminale del sistema di acque bianche/miste dell’area urbanizzata. Esso sarà costituito da un pozzetto di dimensioni tali da poter ospitare uno stramazzo in parete sottile, dotato di luce di fondo ed eventuale griglia (è preferibile che le griglie siano installate a monte delle immissione delle condotte). Lo sfioratore avrà una quota tale da sfruttare al massimo la capacità di invaso delle condotte opportunamente dimensionate e dell’intero sistema di acque bianche/miste (il sistema è costituito da condotte, vasche, aree a temporanea sornrnersione e fossatura) , senza pregiudicare la sicurezza idraulica dell’area servita e tale da permettere l’invaso, di almeno 180 m3/ha sotto la quota della soglia stramazzante. La luce di fondo sarà dimensionata in modo da smaltire la portata massima di lO/Vs/ha di area servita (in ogni caso avrà dimensioni minime pari a 0,01 mq.).

Al fine dell’incremento d’invaso è ammesso prevedere, previo accordi con il Consorzio di Bonifica competente per territorio, risezionamenti ed allargamenti di canali consorziali con onere a carico di chi urbanizza.-

ART. 9 – SANZIONI

Le trasgressioni alle norme del presente regolamento sono accertate dagli Ufficiali o Agenti di Polizia Giudiziaria in collaborazione con le strutture tecniche competenti.

Le violazioni del presente regolamento sono punite con sanzioni amministrative dal € 25,00 sino ad € 500,00.

Per l’accertamento, la contestazione, la notificazione, la definizione, l’introito e la devoluzione dei proventi riscossi a titolo di sanzione si osservano, in quanto applicabili, le norme delle legge 24.11.1981, n, 689 nonché l’art. 7 bis del Dlgs 18.08.2000, n, 267 nonché le norme contenute nel regolamento comunale per l’applicazione delle sanzioni amministrative per violazioni alle norme delle ordinanze e dei regolamenti comunali.-

In relazione a ciò, è determinata in € 50,00 la somma che il trasgressore è ammesso a pagare, per ciascuna norma violata, entro 60 (sessanta) giorni della contestazione o notificazione dell’illecito senza pregiudizio per i provvedimenti amministrativi o giudiziari che potranno essere adottati in merito.

In caso di recidiva l’importo determinato sarà raddoppiato.

Con ordinanza – ingiunzione il Comune di Adria, nella determinazione della sanzione amministrativa pecuniaria fissata dalla legge e nell’applicazione delle sanzioni accessorie, tiene conto della gravità della violazione, nonché dell’opera e dell’interessamento svolto dal trasgressore per eliminare le conseguenze della violazioni.

Il Sindaco, a norma dei poteri attribuitigli dalla Statuto Comunale, di cui al Dlgs 267/2000, nei casi previsti dagli artt. 6 e 7 del nuovo Codice della Strada può ordinare,oltre al pagamento delle sanzioni previste, l’esecuzione dei lavori necessari per la rimessa in pristino e disporre l’esecuzione d’ufficio.

Le spese per l’esecuzione d’Ufficio saranno a totale carico dei destinatari di apposita ordinanza, calcolate dall’Ufficio Tecnico Comunale e rese note a mezzo di successiva ordinan7.a al destinatario dell’ ordinanza.-

 

ART. lO – ATTUAZIONE DEL REGOLAMENTO

La Giunta Comunale è competente ad aggiornare i valori delle sanzioni amministrative previsti dal presente regolamento, su base di nuove norme intervenende e relative alle finalità del regolamento.

Immediatamente dopo l’entrata in vigor~ del r>resente regolamento ne è data notizia sia a mezzo affissione di avviso all’ Albo Pretorio Comunale, sia a mezzo pubblicazione al FalWeb del Comune, sia a mezzo di affissioni nei pubblici esercizi e luoghi pubblici.

II presente regolamento, dopo l’entrata in vigore viene trasmesso, in copia conforme, a:

~ Corpo Forestale dello Stato;

~ Provincia di Rovigo -Protezione Civile e Difesa del Suolo-

~ Polizia Provinciale;

~ Polizia Municipale;

~ Stazione Carabinieri di Adria;

~ Consorzio di Bonifica Adige Polesine Canalbianco p.zza Garibaldi 45100 ROVIGO;

~ Ufficio Tecnico del Comune;

 

 

 

~ All’Ufficio Tutela Ambientale del Comune;

~ All’Ufficio Viabilità -Traffico del Comune;

~ Gruppo.Comunale di Protezione Civile;

 

 

 

 

 

~ Enti erogatori di sotto servizi (Gas, Telefono, Energia Elettrica, Acqua, Fognature)

ART. 11- ENTRATA IN VIGORE

Le norme contenute nel presente Regolamento entrano in vigore dopo 15 giorni dalla data di efficacia della dehbera di approvazione

Gli interventi strutturali obbligatori di cui alI’art. 3 -comma 4; art. 6 -comma 1 C,devono essere attuati, se occorrenti, entro 1 anno dall’entrata in vigore del presente Regolamento.

NORME DI RIFERIMENTO

• R.D. del 08/12/1993 n. 1740;

  • Nuovo Codice della Strada, di cui al Dpr 30/04/92 n. 285 e relativo regolamento di esecuzione e attuazione;
  • Regolamento CEE il. 2078/92 del 30/06/92; recepito dalla Giunta Regionale con proprio provvedimento il. 427 del 31101195;

• Codice Civile ( art. 892 e seguenti );

• Art. 632 del codice penale;

 

 

 

 

 

 

 

OSSERVAZIONI AL REGOLAMENTO

LEGAMBIENTE  ADRIA

 

Art. 3

 

Tutte le essenze arboree che all’entrata in vigore del presente regolamento si trovano ubicate a distanza inferiore di quanto previsto nel presente articolo o si trovano sulle sponde dei fossi o canali, potranno essere rimosse qualora motivi di ordine idraulico lo richiedano, fatto salve le necessarie autorizzazioni delle autorità in materia di tutela ambientale (legge 431/1985 e succo modificazioni ed integrazioni).

 

La presenza di alberi e arbusti sulle rive dei fossi è storicamente legata alle buone pratiche agricole da tempi secolari. L’agricoltura industrializzata degli ultimi decenni ha rimosso la cultura della corretta gestione di fossi e siepi finalizzati sia a produrre legname utile all’azienda sia all’equilibrio ambientale del territorio agrario.

La previsione di eliminare tutti gli alberi dalle sponde dei fossi è una condizione che può rivelarsi dannosa dal punto di vista ambientale ed inutile dal punto di vista idraulico. La condizione di funzionalità idraulica del fosso dipende essenzialmente dalla capacità d’invaso, dalla sezione e dalla capacità di deflusso delle acque. Esperienze condotte in materia indicano che la mancata funzionalità deriva soprattutto da diminuzione della sezione del fosso legata a interramenti progressivi per mancata manutenzione e a pratiche agricole di aratura che sempre più tendono a spingersi verso il fosso, oltre che ad accumulo di vegetazione morta, fogliame, ecc.

La presenza di un albero sulle sponde comporta un ingombro di sezione legata alla larghezza del proprio tronco, limitata rispetto alla sezione del fosso e che non comporta un effetto barriera come potrebbe derivare ad esempio dalla presenza di rovi o vegetazione molto fitta.

La presenza invece degli apparati radicali, come ci insegna l’ingegneria naturalistica, garantisce la stabilità delle sponde e impedisce il franamento delle stesse. La presenza di vegetazione erbacea riduce l’erosione superficiale, ma, soprattutto in presenza di sponde ripide, il franamento può essere impedito solo dalla presenza di apparati radicali profondi.

Fossi e canali vengono troppo spesso considerati solo dal punto di vista idraulico (monodisciplinare) dimenticando che l’ambiente necessita di un approccio multidisciplinare; nello specifico il corso d’acqua deve essere considerato anche per la qualità delle acque che trasporta, per la sua capacità di autodepurazione e dal punto di vista ecologico rappresentando l’unico residuo di “naturalità” nell’ecosistema agrario. Dal punto di vista della qualità delle acque il problema si pone nei casi di utilizzo delle stesse a fini irrigui per particolari coltivazioni sensibili o per quelle per le quali l’agricoltore intende certificarne la qualità. La capacità di autodepurazione di un corso d’acqua dipende dalla capacità di suolo  e organismi viventi di fissare e metabolizzare le sostanze inquinanti. E’ quindi evidente che la rimozione di alberi, arbusti e vegetazione dai fosso comporta un annullamento della capacità di fitodepurazione da parte delle piante.

La presenza di siepi marginali costituisce infine un elemento di valenza ecologica utile all’equilibrio dei territori agricoli desertificati dalle pratiche agricole, con funzionalità antierosive da parte del vento e riparie per la macro e microfauna. L’esigenza quindi di garantire la funzionalità idraulica non deve ridurre o annullare quella ecologica e di fitodepurazione delle acque.

 

Se da un alto è utile che le nuove alberature rispettino le distanze di confine previste dal Codice civile, dall’altro è sufficiente, dal punto di vista idraulico che le stesse siano al limite in corrispondenza del ciglio del fosso indipendentemente dalla distanza del confine. Quest’ultimo infatti corrisponde alla mezzeria del fosso per cui il rispetto delle distanze è da intendersi dalla mezzeria del fosso. L’importante è che tali distanze non vengano intese dal ciglio del fosso in quanto si costringerebbe ad una collocazione degli alberi troppo all’interno del campo agricolo  l che comporterebbe un disincentivo da parte dell’agricoltore a piantare nuove piante.

Andrebbe invece menzionata nel regolamento l’utilità delle piante, collocate almeno sul ciglio dei fossi, nel contribuire alla stabilità delle rive.

 

 

 

Art. 6

I fossi e canali dovranno a cura dei proprietari o detentori dei fondi frontisti, essere sottoposti ai seguenti periodici interventi:

estirpo e taglio delle erbe sulle sponde e sul ciglio dei fossi e canali dal lato del fondo privato almeno una volta all’anno e nel periodo di più intensa vegetazione, con l’vvertenza di rimuovere tempestivamente le erbe tagliate dal fondo del fosso;

 

 

Per quanto riguarda la manutenzione della vegetazione erbacea è assolutamente da eliminare l’estirpo delle erbe in quanto l’azione di estirpare significa sradicare la pianta erbacea con tutta la radice, lasciando il terreno nudo; si viene così a perdere la capacità antierosiva dell’apparato radicale della vegetazione erbacea.

Dal punto di vista dello sfalcio bisognerebbe distinguere tra vegetazione igrofila (cannuccie, carici, typha, ecc.) con valenza ecologica e capacità fitodepurative da quella erbacea sinantropica (erbe infestanti) a scarsa valenza ecologica e fitodepurativa. Se può risultare corretto dal punto di vista idraulico lo sfalcio delle erbacee sinantropiche, che colonizzano soprattutto le sponde dei fossi, la stessa cosa non si può dire della vegetazione igrofila che colonizza l’alveo dei fossi, soprattutto di quelli che presentano acque per la maggior parte dell’anno. La loro rimozione comporta effetti negativi dal punto di vista della disponibilità di nicchie ecologiche per la fauna selvatica, anche di interesse venatorio. La rimozione della vegetazione igrofila in alveo dovrebbe essere quindi prevista solo nei casi di effettivo intasamento e impedimento di deflusso delle acque tale da comportare problemi idraulici.

 

Art. 6 punto g

 

eliminazione di qualsiasi scarico di acque usate provenienti da fabbricati senza preventiva depurazione e chiarificazione.

 

si suggerisce di utilizzare il termine “acque reflue”, corretto dal punto di vista della normativa sulla tutela delle acque, rispetto al termine “acque usate”; l’utilizzo di acque non necessariamente sottende l’apporto di un carico inquinante, mentre il concetto di refluo si.

 

Art. 7

L’esecuzione delle tombinature deve essere eseguita con tubazione di calcestruzzo con giunto a bicchiere di diametro interno non inferiore a cm 50 o di adeguate dimensioni secondo l’area scolante, e comunque subordinato ad autorizzazione/concessione da parte del Comune, previo nulla-o sta dell’Ente proprietario della strada e del Consorzio competente

 

Per la tombinatura dei fossi, che andrebbe sempre evitata, si devono usare tubazioni di sezione pari alla sezione teorica del fosso e non inferiori, questo per dare continuità di sezione. La disposizione di una sezione minima no può concedere la collocazione di tubazioni a sezione minima in fossi di sezione molte volte più grandi.

 

Art. 8

I volumi di invaso potranno essere ottenuti o sovradimensionando le condotte per acque meteoriche e/o utilizzando nuove ossature e zone a temporanea sommersione nelle aree destinate a verde.

E’ da subordinare il sovradimensionameto delle condotte a quello della realizzazione di aree a sommersione temporanea, tenuto conto che queste ultime possono avere una capacità più o meno spinta di infiltrazione e dispersione delle acque in falda mentre le condotte possono avere solo l’effetto di invaso che ritarda il deflusso ma non smaltisce le acque.

 

VA INFINE GARANTITA A LIVELLO DI PIANIFICAZIONE DEL PAT (PIANO DI ASSETTO DEL TERRITORIO) IL MANTENIMENTO DELLA RETE IDROGRAFICA MINORE (SCOLI E FOSSI) ESISTENTE E LA SUA RIFUNZIONALIZZAZIONE SIA DAL PUNTO DI VISTA IDRAULICO CHE DA QUELLO ECOLOGICO, TENUTO CONTO DELLA VOCAZIONE DEL TERRITORIO CHE SI COLLOCA NEL PARCO DEL DELTA DEL PO.

CORIERE della SERA, DOSSIER

sabato, ottobre 3rd, 2009

Incuria e abusi, l’Italia che si sbriciola:rischi idrogeologici in 7 Comuni su 10
Le colpe dell’amministrazione dietro i disastri ambientali. Da Nord a Sud edifici realizzati in zone di esondazione

L’Italia che si sbriciola: GUARDA LA MAPPA
ROMA — «La natura non fa scon­ti. Prima o poi, gli errori ricadono addosso a chi li ha compiuti. Semi­nando la morte, come vediamo a Messina». Vittorio Cogliati Dezza presiede «Legambiente» ma inse­gna storia e filosofia: e si sente. Nu­meri e cifre, nella loro durezza, con­fermano la sua tesi: più il territorio italiano è sfruttato, martoriato, mal­governato, più l’Italia si sbriciola e si impantana in una melma che in­goia vittime, provoca crolli, disper­si, assenza d’acqua potabile, quindi disperazione. Proprio Legambiente certifica che nel 77% dei comuni so­no state costruite abitazioni e nel 56% fabbricati industriali in aree a rischio. Ancora numeri, eloquentis­simi. 5.581 comuni italiani a ri­schio idrogeologico di cui 1.700 per frane, 1.285 per alluvioni, 2.596 per frane e alluvioni insieme. Nella sola Sicilia, 272 comuni a rischio e 91 nel Messinese. Il record appartie­ne al Piemonte con 1.046 comuni in pericolo, l’opposto della Sarde­gna che ne registra appena 42.Proprio vero. La natura non fa mai sconti. Ciò che riceve, restitui­sce. Nel bene come nel male. Una terra tutelata restituisce una sicura protezione idrogeologica. Una terra violentata non può far altro che produrre altra violenza. Non per­ché sia matrigna ma perché l’uomo le ha sottratto gli strumenti per pro­teggere proprio se stesso. Non c’è bisogno di evocare lo spettro di Sarno, con le sue 140 fra­ne e i suoi 137 morti nel maggio 1998. Basta guardare a tempi più re­centi. Per esempio quest’anno. Fra­ne e quattro morti al Nord, due a Borca di Cadore (18 luglio). Due vit­time nel Trapanese per un nubifra­gio (2 febbraio). Due operai morti sotto una frana a Caltanissetta (28 gennaio). Frane in tutto il Sud, chiusi 60 chilometri di autostrada (29 gennaio). Due morti e quattro feriti per una frana sulla Saler­no- Reggio Calabria (25 gennaio). Poco prima, alla fine del 2008, gli spettacolari danni e l’autentico ter­rore di Roma per la clamorosa pie­na del Tevere (dicembre 2008). In­ferno d’acqua a Cagliari, tre morti (22 ottobre). Maltempo: due morti, Valtellina isolata (13 luglio). Po e Dora, rotti gli argini, ponti bloccati e scuole chiuse. E si potrebbe conti­nuare tristemente così, con titoli sempre uguali, lì a dimostrare che la natura non fa sconti.

OPERAZIONE PO 2009

sabato, giugno 27th, 2009

Siccità, alluvioni e abusi antropici: il Grande Fiume richiede
decisivi cambiamenti di politiche di gestione e programmazione
Tutela del territorio, biodiversità, turismo e partecipazione nel decalogo di Legambiente
per il futuro del bacino del Po e delle comunità delle sue sponde

Flagellato dalle alluvioni (da quello nel cremonese nel 1981 a quello del Piemonte del 1994 fino a quello del 2000 che ha riguardato gran parte del bacino), il bacino del Po contempla ben 2423 comuni a rischio idrogeologico, che meriterebbero attenzioni e politiche mirate alla tutela, alla conservazione e valorizzazione del suo territorio. Dal 1982 al 2005 sono state date concessioni per il prelievo di oltre 16 milioni di m3 di sabbia e ghiaia dal Po e dai suoi affluenti. Oggi prelevare sabbia dal fiume è vietato ma le estrazioni abusive continuano. Ci sono poi i problemi sulla qualità delle acque. Il fenomeno di inquinamento delle acque superficiali più rilevante è legato agli scarichi provenienti dal comparto agro-zootecnico. Infatti sommando all’impatto della popolazione umana quello determinato dagli allevamenti intensivi e dalle attività agricole, il carico inquinante complessivo è pari a 114 milioni di abitanti equivalenti: è come se nel bacino del Po vivessero, e scaricassero, il doppio degli abitanti dell’Italia intera. Ma non solo. Nel bacino idrografico del Po il 95% dei prelievi superficiali e il 47% di quelli sotterranei viene finalizzato all’irrigazione. A questi dati si aggiungono poi le numerosissime situazioni locali di progetti di speculazione e cementificazione del territorio e la mancanza di rispetto dei vincoli istituiti proprio per preservare il fiume e le sue sponde o particolari casi di rischio ambientale, come la presenza del deposito di scorie radioattive a Saluggia nel Vercellese, nei pressi della confluenza del Po, dove sorgono gli impianti e i depositi di scorie radioattive più grandi d’Italia, collocati nella fascia di pertinenza fluviale della Dora Baltea, oltre alla minaccia di nuove installazioni nucleari, che necessitano di acqua per il raffreddamento dei generatori.

Questa, in breve, la descrizione del grande fiume nel rapporto “Operazione Po 2009”, presentato oggi, in occasione della partenza dell’omonima campagna, a Rovigo da Legambiente, in una conferenza stampa che ha visto la partecipazione, tra gli altri di Vittorio Cogliati Dezza, Presidente Nazionale di Legambiente, Michele Bertucco, Presidente Legambiente Veneto e Giorgia Businaro, Responsabile settore Acque per Legambiente Veneto.

“Il Po – ha dichiarato il presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza – è il più importante e sfruttato fiume d’Italia, ma su di esso manca ancora oggi una politica unitaria ed efficace per la gestione dell’intero bacino idrografico, che supplisca agli scarsi effetti della miriade di enti ed istituzioni locali che – con poco successo – cercano di far fronte alle piene, ai momenti di scarsa portata e a tutte le problematiche che riguardano il fiume e il territorio circostante”.

Solo l’avvio di una pianificazione di sistema basata su principi di prevenzione, precauzione e sostenibilità può offrire infatti la possibilità concreta di intervenire per ripristinare gli equilibri idrogeologici e ambientali e al tempo stesso agire per tutelare la sicurezza idraulica delle città e dei paesi situati sulle sue sponde. Il risanamento delle sue acque e la valorizzazione delle grandi risorse naturali, paesaggistiche e culturali potranno inoltre sostenere la rinascita economica necessaria a garantire un futuro migliore per le popolazioni rivierasche.

“Il Polesine, territorio veneto plasmato dall’incessante azione costruttiva del Po – dichiara Michele Bertucco, presidente di Legambiente Veneto – è un luogo di terre e acque. Dalla continua interazione di questi elementi è stato condizionato e caratterizzato nel corso dei millenni. Occorre ora – prosegue Bertucco – che la popolazione riprenda contatto con il fiume e con l’inestimabile ricchezza che esso rappresenta. Occorre valutare e imparare a valorizzare le caratteristiche del territorio. I piccoli comuni rivieraschi rappresentano una risorsa per lo sviluppo economico locale e per la nascita di nuove imprenditorialità legate all’acqua. Senza dubbio – conclude Bertucco – la condizione affinché il fiume possa esprimere tutte le sue potenzialità è quella di favorire la tutela, la riqualificazione del paesaggio e la buona salute delle acque”.

Ma come affrontare le grandi criticità che mettono a rischio non solo il fiume e il suo ecosistema ma anche le popolazioni che vivono sulle sue sponde? Legambiente propone dieci punti per il futuro del fiume Po.

La tutela del territorio: occorre applicare nelle aree di pertinenza fluviale misure rigorose per l’uso corretto del suolo in modo da prevenire l’edificazione in aree a rischio e preservare le aree utilizzabili per la laminazione delle acque.
Vigilanza: deve essere coordinata ed intensificata, contro ogni forma di abusivismo (furti di sabbia e ghiaia, scarichi civili, industriali e zootecnici) che comporti un deterioramento dell’ambiente
Fluviale.
Agricoltura: occorre attuare subito interventi di miglioramento dell’uso agricolo dei suoli che tengano conto delle esigenze del fiume. Come la forestazione degli ambiti fluviali, la promozione di buone pratiche per il risparmio idrico in agricoltura o il riutilizzo irriguo delle acque di scarico depurate.
Natura: Parchi, Riserve naturali, Siti di Interesse Comunitario… La conservazione e il ripristino di ambienti naturali sono le azioni più adeguate per le aree di pertinenza fluviale soggette a rischio alluvionale. Un’azione complessiva a livello di bacino permetterebbe di costruire la ‘rete’ dei parchi del Bacino del Po.
Navigazione: il Po e alcuni suoi affluenti si prestano alla navigazione turistica, mentre per il trasporto delle merci è più pronto, economico, ecologico, semplice e veloce usare il treno. Per questo diciamo no ad interventi per la navigabilità commerciale e alla cementificazione del Grande Fiume.
Difesa dalle acque: occorre coordinare la gestione del bacino idrografico, per evitare la realizzazione di opere idrauliche che compromettano la sicurezza a valle, escluda prelievi di inerti dall’alveo, assicuri la cura dei manufatti, tuteli le aree di esondazione, assicuri la gestione delle porzioni montane del bacino, rimuova le artificializzazioni inutili o dannose.
Inquinamento: la qualità delle acque del Po continua ad essere critica, soprattutto nella parte bassa del suo corso. Occorre un maggiore sforzo per migliorare i sistemi di depurazione degli scarichi
industriali e civili, ed un particolare impegno per affrontare il problema dei reflui zootecnici.
Deflussi idrici: va assicurata la necessaria divagazione dell’alveo, anche per invasare e conservare la risorsa idrica in modo naturale, assicurare la depurazione delle acque ed evitare prelievi idrici che sottraggano al fiume e ai suoi affluenti la quantità di acqua indispensabile ad assicurare la vitalità dei tratti idrici a valle.
Turismo: il Po e i suoi affluenti offrono straordinarie opportunità per un turismo attento ai valori del territorio, alla sua identità e tradizione. La navigazione fluviale e la mobilità su bici nel bacino padano vanno promosse anche con una migliore organizzazione dei percorsi e dei servizi per consentire un turismo leggero in armonia con la natura e la cultura del fiume.
Partecipazione: l’attenzione nei confronti del Po è cresciuta. Per una maggiore efficacia e per conseguire una autentica attuazione della direttiva europea sulle acque occorre una maggior diffusione di dati, progetti, iniziative, una effettiva consultazione delle parti sociali, la previsione di forme di partenariato.

Dal 27 giugno, saranno diverse le iniziative organizzate da Legambiente lungo tutta l’asta del Po. Il primo appuntamento a Scanno Cavallari, l’isola di fronte Porto Levante (Ro), per parlare di turismo sostenibile. Ci saranno poi appuntamenti a Reggio Emilia, Parma, Cremona, Viadana (MN), con conclusione a Torino il 12 luglio.

L’ufficio stampa: Giorgia Businaro Tel: 0425 27520 Fax: 0425 28072
e-mail: acqua@legambienteveneto.it turismo@legambienteveneto.it

AMBIENTE

mercoledì, aprile 15th, 2009

Ci siamo persi la spiaggia
Viaggio a Rosolina Mare

Le mareggiate di questo inverno hanno mangiato l’arenile nord. E’ allarme tra gli operatori anche perchè gli interventi fatti finora sono serviti a poco. Il sindaco: “Colpa del maltempo”

La spiaggia di Rosolina (Donzelli) Rovigo, 9 aprile 2009 – Il terremoto non c’entra. E’ tutta colpa delle mareggiate. Quelle crepe sulla piscina del campeggio Nord a Rosolina mare sono solo l’ultimo segnale, quello più evidente, di un problema che da tempo, da anni, si sta verificando.
Il mare pian piano si sta mangiando la spiaggia. Non c’è verso. E la situazione peggiora di giorno in giorno. Si tentano rimedi, si prova a portare sabbia, sassi, ma sembra tutto inutile.
Due campeggi, quello ‘Nord’ appunto e il ‘Margherita’ a fianco (per altro chiuso e in un penoso stato di abbandono) non hanno quasi più sabbia. Anche dalla parte dei Casoni (luogo tristemente noto per un duplice omicidio negli anni ’90) il problema è simile. Per raggiungere proprio questa zona bisogna superare uno sbarramento di ferraglia con su scritto “vietato l’accesso ai non addetti ai lavori”. Tre cartelli della Regione Veneto segnalano il tentativo di riqualificazione del litorale dopo le mareggiate che hanno danneggiato la costa. Fine lavori dicembre 2008. A dire il vero fra le sterpaglie si nota un altro cartello con scritte bianche su sfondo azzurro. Un cartello abbandonato da chissà quanto tempo con il costo dei lavori ancora scritto in lire!
Rosolina mare, una spiaggia che non c’è più. Almeno quella vicina all’estuario dell’Adige. Ma la colpa è del mare non dell’uomo, dice qualcuno. Qualcun altro punta il dito contro i lavori di prolungamento della foce del fiume.
L’erosione è un problema che si nota nella parte nord di Rosolina, perchè verso Caleri la spiaggia è quasi raddoppiata. Il mare da una parte toglie e dall’altra dà, dicono i fatalisti.
Anche lo stesso depuratore (se il quadro non migliora) rischia di finire sott’acqua. Quando venne costruito nel 1975 già qualcuno aveva avvertito del pericolo. «Non fatelo qui, il mare prima o poi ve lo porterà via», dicevano. Li prendevano per matti questi disfattisti. Eppure avevano ragione. Una volta davanti ai Casoni c’era una torretta della capitaneria di Porto che serviva come vedetta di sorveglianza per l’uscita dei mezzi dalla foce dell’Adige.
Ora quella vedetta in cemento è sparita, inghiottita dalle acque, lontanissima dalla attuale battigia. Roba da archeologia marina.
Su quella spiaggia hanno messo anche dei « salsicciotti» nel tentativo di arginare il problema. Un ‘rompi onda’, per così dire, per cercare di impedire al mare di portarsi via la costa.
Oddio, a guardare la desolazione del vicino campeggio Margherita, verrebbe quasi da dire che il mare alla fine non porta via poi un gran che. Eppure l’uomo ci crede ancora in questa zona. Uno in particolare: Pierantonio Macola, l’imprenditore che ha rinnovato il camping Barricata. Il progetto di Macola è quello di dare vitalità al Margherita riportandolo ad antichi splendori. Ma senza la spiaggia come farà? Stesso discorso per il trevigiano Brazzorotto, proprietario del vicino campeggio Nord, quello “dei tedeschi”. Una struttura da quasi settemila posti che rischia seriamente di restare senza un pugno di sabbia e ora anche senza una piscina. Quella più vicina al mare. Le ultime mareggiate l’hanno seriamente danneggiata. Diverse le crepe visibili, il bordo paurosamente inclinato verso il mare. Siamo ai primi di aprile, la stagione balneare è alle porte, ma qui a Rosolina mare sembra che il tempo si sia fermato.IL SINDACO: “LA RICOSTRUZIONE DEL LITORALE RALLENTATA DAL MALTEMPO

Sono già in corso attività di ripascimento della spiaggia, interventi portati avanti dal Genio civile regionale in collaborazione con il Comune, e che dovrebbero terminare con l’inizio della stagione balneare, a fine maggio. Ma dovranno essere studiati anche altri meccanismi per arginare il fenomeno dell’erosione del litorale”.
Luciano Mengoli, sindaco di Rosolina, non sottovaluta il problema, che è anche all’attenzione del consiglio comunale. E sull’eccessivo prolungarsi dei tempi di realizzo dell’iniziativa di contrasto all’erosione della spiaggia, dice: “La brutta stagione, con un inverno tanto piovoso, ha sicuramente rallentanto i tempi degli interventi”, che consistono nel riportare le sabbie portate via dal mare nella loro posizione originaria. “Inizialmente — continua il primo cittadino di Rosolina — abbiamo trovato anche qualche difficoltà nel mettere in campo opere di contrasto, per la caratterizzazione di queste terre: le nostre spiagge, infatti, risultano molto ferrose. La quantità di ferro è superiore a quella prevista dai valori di riferimento dell’Arpav. Quindi sono state fatte delle analisi, ma è risultato che quello del ferro è un valore di fondo, non inquinante. Tuttavia questo ha richiesto molto tempo”, sottolinea Mengoli.
A peggiorare una situazione già abbastanza critica, con litorali sempre più risicati nella mani di un mare sempre più ‘affamato’, è stata anche la mareggiata avvenuta una quindicina di giorni fa. “Quella ha creato ulteriori danni — ha spiegato il sindaco Luciano Mengoli —: d’altra parte il fenomeno è noto ed è legato alla natura del nostro territorio. Anche se anche l’attività dell’uomo, ovviamente, ha una responsabilità”. Il sindaco accenna poi una nota polemica. Il riferimento è alla riconversione a carbone della centrale di Polesine Camerini: “Premettendo che non sono contrario alla riconversione ma sono contrario al carbone — sottolinea il primo cittadino — a me sembra che in Polesine l’intenzione sia quella di privilegiare il tema energetico piuttosto che quello turistico”.
E, proprio parlando di turismo, c’è un’altra questione, rovente, che interessa anche Rosolina. E, in particolare, gli operatori balnerari: quella dell’aumento dei canoni demaniali. I gestori dei bagni hanno già dichiarato guerra all’aumento del canone e hanno minacciato uno sciopero per il primo di maggio. “La serrata — conferma il sindaco Mengoli — ci sarà. A Roma devono rendersi conto che se gli operatori balneari sono disposti a incrociare le braccia significa che sono davvero in una grossa difficoltà, che hanno l’acqua alla gola. Non si tratta di operai che protestano contro l’azienda, ma di imprenditori che pagano allo Stato un bell’affitto e che, se ci saranno gli aumenti, si troveranno in una situazione davvero critica”.

di Carlo Cavriani e Maristella Carbonin- resto del carlino

Il Deflusso delle acque

mercoledì, gennaio 7th, 2009

Il serio problema della manutenzione dei corsi d’acqua.

Siamo abituati a pensare che il pericolo idrogeologico del Delta sia legato solo alle grandi catastrofi, ma non è solo questo, uno dei problemi maggiori è il deflusso delle acque di superficie per la mancata manutenzione dei fossati. Si possono creare delle condizioni per cui gli allagamenti anche se di piccole zone sono devastanti e si possono evitare. I motivi sono diversi fra cui la mancata manutenzione. Ogni 30 anni circa gli alvei dei fossati andrebbero ricavati per aumentare la loro portata e regolare le pendenze, in molti casi sono riempiti da rifiuti che si stratificano, in altri casi addirittura vengono ostruiti da passi carrai con tombinature che ostruiscono, sono anche molti i casi per colpa delle arature fatte al limite: poi gli argini cedono, con grave spesa del contribuente, il taglio dell’erba sull’argine impedisce il consolidamento dell’argine, le varie essenze arboree innescano dei circoli virtuosi come la fitodepurazione e la nidificazione delle varie specie di uccelli rendendo l’acqua più pulita.
Gli alberi assorbono un terzo dell’acqua piovana, ma trovandoci sempre con meno essenze, in campagna l’acqua defluisce rapidamente. L’acqua defluisce rapidamente anche nei territori urbanizzati e industrializzati impedendo il carico delle falde sotterranee, inoltre il rapido defluire delle acque impoverisce i terreni portandosi elementi nutritivi utili, ma dannosi per l’acqua come i nitrati e i fosfori.
Nel passato gli anziani avevano una grande cultura positiva in questi campi e i regolamenti erano assai rigidi, imposti dalla Repubblica Veneziana, ma ora chi controlla tutto questo per i campi e peri fossi?
Anche per questo sarebbe necessario che ogni Comune promuovesse la figura della guardia ambientale, come un tempo c’era.

RISCHIO IDROGEOLOGICO

martedì, dicembre 23rd, 2008

Legambiente: “La Protezione civile esempio di efficienza ma non può fare miracoli, servono interventi strutturali”.
“Abbiamo un ottimo sistema di Protezione Civile ma è fin troppo evidente che non possiamo continuare ad aspettare di arrivare all’emergenza per intervenire contando solo su questa grande risorsa. Il cambiamento del clima ci porterà ad affrontare sempre più spesso eventi metereologici imprevisti ed estremi per questo dobbiamo considerare il governo del territorio la più urgente opera pubblica da fare con interventi strutturali e investimenti all’altezza della situazione in cui versa il Paese”.
Così il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza commenta l’ondata di maltempo che ha investito l’Italia causando vittime, ingenti danni e gravi disagi soprattutto nella Capitale dove è ancora alta l’allerta per le condizioni del Tevere.
“Il rischio frane e alluvioni interessa il 70% dei comuni italiani, praticamente quasi tutto il territorio nazionale – ha proseguito Cogliati Dezza – ma a guardare i dati che ogni anno raccogliamo dai comuni più esposti al pericolo, ci troviamo di fronte a un quadro disastroso: il 77% dei comuni dichiara di avere abitazioni in zone a rischio, il 30% ha addirittura in queste aree interi quartieri e oltre la metà fabbricati industriali. Ma più preoccupante è che questi comuni non investono abbastanza sulla manutenzione e solo il 37% realizza opere di prevenzione e messa in sicurezza”.
Secondo l’indagine Ecosistema Rischio 2008 la maggior parte dei comuni più a rischio risulta pronto ad affrontare l’emergenza (l’82% dei comuni ha un piano d’intervento) ma ancora nel 42% non viene realizzata una manutenzione ordinaria delle sponde dei fiumi e il 63% è in forte ritardo nella prevenzione. Ci sono amministrazioni poi che addirittura non fanno nulla per la sicurezza del territorio (24%) e pochi (5%) quelli che svolgono attività di delocalizzazione (l’abbattimento degli edifici presenti nelle aree più a rischio e la ricostruzione delle strutture in zone sicure), solo il 4% lo fa per i fabbricati industriali.
“In nostri volontari sono oggi insieme a quelli della Protezione civile per dare il loro contributo in questo difficile momento – ha aggiunto Cogliati Dezza – ma l’Italia deve decidersi a puntare sulla prevenzione. Da troppo tempo gli amministratori sottovalutano il rischio idrogeologico e investono pochissimo sulla manutenzione dei corsi d’acqua e la situazione è aggravata dall’abusivismo, dall’urbanizzazione irrazionale, dal disboscamento dei versanti oltre che dall’ormai evidente mutamento climatico. Mitigare il dissesto idrogeologico significa innescare un percorso virtuoso anche per l’economia perché considerando i danni, costa meno prevenire che curare. I comuni inizino quindi a delocalizzare le abitazioni, gli insediamenti industriali, le attività agricole e zootecniche nelle aree a rischio realizzando un piano straordinario di manutenzione di fossi e fiumi e adeguando le reti fognarie”.
L’ufficio stampa Legambiente