Archive for the ‘riscaldamento del pianeta’ Category

A qualcuno piace calda? la terra.

mercoledì, ottobre 28th, 2009

 

Estratto di articolo, da Repubblica.

Lo scenario politico. L’Europa, che ha sostenuto e vinto la battaglia per la ratifica del protocollo di Kyoto, non può continuare ad andare avanti da sola anche per la seconda fase degli impegni, quelli per il periodo successivo al 2012. Ma Stati Uniti da una parte e il Bric (Brasile, Russia, India, Cina) dall’altra restano in stallo: nessuno dei due blocchi può muoversi senza avere la garanzia che anche l’altro faccia lo stesso ed entrambi hanno problemi politici seri. Il braccio di ferro sulla sanità ha ridotto i margini della Casa Bianca per la trattativa sul clima che vede forti resistenze interne. E i paesi emergenti, dopo aver calcolato quanta dell’anidride carbonica attualmente in atmosfera è venuta dai paesi di prima industrializzazione, ripetono la formula delle “responsabilità comuni ma differenziate”.

Dunque, restando fermi al quadro degli equilibri politici attuali, la partita dovrebbe essere data per persa. Ma c’è un fattore che rompe gli schemi e che sta diventando sempre più importante: il ruolo dell’opinione pubblica mondiale non disponibile ad accettare di veder sparire nell’arco di un secolo l’equilibrio climatico che ci accompagna dal momento in cui il primo essere umano ha piantato un seme nella terra. I due Nobel consecutivi all’uomo politico americano che si è più impegnato per la pace con la natura (prima Gore, ora Obama) rappresentano un segnale chiaro in questa direzione.

E infatti qualcosa comincia a muoversi. L’Europa ha deciso di tagliare le emissioni serra di una quota compresa tra l’80 e il 95 per cento entro il 2050 e potrebbe spingere al 30 per cento l’abbattimento dell’anidride carbonica al 2020. Obama sta accelerando il pressing per ottenere una legge che obblighi gli americani a tagliare le emissioni del 17 per cento al 2020. Il Brasile si è dichiarato disponibile a fermare l’80 per cento della deforestazione in Amazzonia al 2020 e l’Indonesia del 26 per cento. Anche la Cina per la prima volta ha accettato di collegare le emissioni di carbonio al parametro climatico invece che a quello energetico. L’accordo non è impossibile. Ma deve comprendere un impegno che riguardi il prossimo decennio: essere virtuosi al 2050, nel governo dei nipoti, è troppo facile.

<< Sul clima verso l’abisso>>

sabato, settembre 12th, 2009

Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon ha esortato la comunità internazionale ad agire «adesso» contro i cambiamenti climatici. «Abbiamo il piede sull’acceleratore e ci stiamo dirigendo verso l’abisso»
Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon ha esortato oggi la comunità internazionale ad agire “adesso” per lottare contro i cambiamenti climatici: “Abbiamo il piede sull’acceleratore e ci stiamo dirigendo verso l’abisso”, ha ammonito Ban Ki-Moon in un intervento alla Terza Conferenza mondiale sul clima, in corso a Ginevra.
“Abbiamo scatenato forze potenti ed imprevedibili, il cui impatto è già visibile. L’ho osservato con i miei occhi”, ha aggiunto Ban Ki-Moon reduce da una missione all’Artico, regione che si sta riscaldando più rapidamente di ogni altra regione della Terra.Purtroppo – ha deplorato – c’è ancora “inerzia” e nelle discussioni internazionali sulla lotta ai cambiamenti climatici “osserviamo solo progressi limitati”. “Non possiamo permetterci il lusso di progressi limitati. Abbiamo bisogno di rapidi progressi”, ha insistito esortando i Paesi a raggiungere un’intesa al Vertice climatico sul dopo-Kyoto in programma a Copenaghen “tra meno di tre mesi”. “Non possiamo fallire”, ha concluso Ban Ki-Moon.(Ansa) lanuova ecologia

RIVOLUZIONE DELL’ UMANO

domenica, luglio 12th, 2009

La nuova rivoluzione: per stare bene io, devono stare bene anche gli altri.

Quando parliamo di ambientalismo possiamo riferirci anche ad una economia civile basata sui doveri di ogni cittadino per il rispetto degl’altri: l’economia non può riferirsi solo al profitto senza rispettare la sicurezza e la salute dei cittadini.
Il PIL non comprende anche gli effetti economici dell’inquinamento dell’aria, della salute delle nostre famiglie. Una nuova economia più civile deve basarsi anche sul rispetto dell’uomo e deve cercare di non creare disagi, specie se esistono delle alternative reali che determinano più armonia fra i cittadini.Mi riferisco alla probabilità sempre più sicura di costruire un impianto elettrico che funzioni a carbone all’interno di un parco regionale che, a logica non solo ambientalista ma di buon senso, dovrebbe avere tutt’altri presupposti economici, mentre si poteva progettarne uno molto più moderno e compatibile, con nuove tecnologie usando il gas o altre soluzioni rinnovabili, anche se un po’ più costose.Non esiste la sicurezza dei cittadini solo in termini di micro criminalità!
Esiste anche la sicurezza di tutti per l’aria che si respira, per quello che si mangia o quello che si beve, nel non essere sottoposti a radiazioni, nel stare tranquilli nelle proprie case senza patire disgustosi odori, rumori e fumi pericolosi. La sicurezza dei cittadini sono anche i trasporti sicuri nelle strade o ferrovie.
La sicurezza è un dovere non solo un diritto.Attraverso una economia che non guarda i bisogni naturali e civili, quante libertà perde il cittadino? La libertà di essere il più possibile sani e di vivere in un ambiente salubre prima di tutto, la libertà di uscire in bicicletta e non essere travolti, la libertà di trovare del verde e godersi il paesaggio senza fare centinaia di chilometri, la libertà di stendere un telo sull’erba senza trovare rifiuti, inquinamento e contaminazioni, la libertà di coltivare prodotti che non si contamineranno da altri, di bere acqua sicura.Non esiste uno sforzo per pensare ad un’economia diversa da quella attuale, anti-ambiente basata sui debiti che dovranno ereditare i nostri figli, debiti che si moltiplicheranno a dismisura per riparare ai danni ambientali che oggi causiamo.
Per vivere su questo pianeta dobbiamo rispettare e salvaguardare non solo lavorare e arricchirci accumulando beni spesso inutili nelle nostre case.Naturalmente una parte dell’economia guarda al futuro con altri occhi e sembra aver capito tutti questi problemi che si affacciano nel presente e nel futuro e sta progettando l’avvenire in termini di rispetto e civiltà verso lo stesso uomo e la natura, non solo per creare ricchezza monetaria.Il principio sul quale si basa il rapporto fra uomo e natura è molto semplice: capire che per stare bene io, devono stare bene anche gli altri.
Se vogliamo vivere con un buon grado di decorosa tranquillità o felicità dobbiamo cercare di aiutare e far di tutto per far felici anche gli altri circondandoci e lavorando per un ambiente il più possibile naturale.
Legambiente Cirocolo Delta del Po

CARBONE E NUCLEARE: la rivoluzione verde Italiana

domenica, luglio 12th, 2009

(3 luglio 2009)
Enel investe nel carbone e il governo vuole il nucleare: il futuro energetico italiano e’ improntato a queste due scelte.
Limitare la CO2 a 450 parti per milione, per limitare a due gradi l’aumento medio della temperatura. Questo è l’obiettivo universalmente riconosciuto per evitare aumenti maggiori della temperatura media, che avrebbero effetti che non sappiamo prevedere.
Anche l’Agenzia Internazionale per l’Energia non vede altre soluzioni e sprona i governi ad agire subito”De-carbonizzare il settore della generazione è un tema politico chiave, i politici devono focalizzarsi su di esso. La prima priorità è l’efficienza energetica perché offre il maggior rapporto costi-benefici, e poi de-carbonizzare la generazione elettrica e con l’energia elettrica far funzionare le automobili.”, queste le parole del direttore esecutivo, Nobuo Tanaka. (16 marzo 2009 EWEC Marsiglia).
Ma stimolare le imprese elettriche ad investire nelle rinnovabili non è facile, la verità è che parliamo di imprese che hanno come obiettivo quello di generare valore per gli azionisti, e le fonti fossili rimangono le meno costose da bruciare per produrre corrente. Generare rendite immediate non collima col fare investimenti per il domani.
Sino a che non si contabilizzeranno i danni ambientali a loro associati, non ci sara’ scampo. Per questo molti insistono che non servono pacchetti di timolo, ovvero soldi pubblici, ma serve una carbon tax che stabilisca un costo della CO2 prodotta stimolando il “mercato” ad orientarsi verso la generazione verde.
E’ la ricetta che la Svezia, nuova presidente di turno dell’Unione Europea, vorrebbe proporre agli altri 26 stati membri, una tassa che sperimenta da anni, “che castiga chi si ostina a inquinare, mentre stimola gli altri a diventare sempre piu’ verdi” (Corsera 30 giungo 2009).
La Svezia trarra’ il 50% della sua energia da fonti rinnovabili entro il 2020 (non il 20%, obiettivo Ue o il 17%, obiettivo italiano), dal 1970 ha gia’ tagliato le emissioni del 40% godendo contemporaneamente di una crescita economica del 100%, smentendo coi fatti chi sostiene che sia impossibile crescere puntando sulla green economy.
Da noi invece si continua ad investire sulle vecchie fonti fossili.
Spulciando il bilancio 2008 di Enel, nel perimetro italiano dell’azienda, quello che ci riguarda come paese, possiamo leggere che sul fronte della potenza efficiente installata (quella misurata ai morsetti di uscita di una centrale, per intenderci), nel termoelettrico abbiamo aumentato la quota alimentata a carbone (+12,4% ovvero i 616 MW del primo gruppo della centrale di Torrevaldaliga), nelle rinnovabili c’e’ da registrare un misero aumento di 70 MW, 47 eolici, il resto idroelettrico, dunque 616 a 70, una partita senza storia.
Guardando la corrente prodotta i dati si invertono solo perche’ l’anno e’ stato generoso di precipitazione e l’idroelettrico e’ andato a gonfie vele: + 4,7 GWh, è tutta qui la crescita di produzione rinnovabile di Enel Italia.
Venendo ai combustibili, sempre nel perimetro Italia, la spesa 2008 e’ stata pari a 7, 397 miliardi di euro: 646 milioni in olio combustibile, 1..282 per il gas e ben 5.179 per il carbone (+1.401% rispetto all’anno precedente).
Guardando i combustibili bruciati, equivalenti in totale a 14,1 Mtep, prevale il carbone (49,2%), segue col 40,1% il metano e col 9,8 il petrolio (olio combustibile).
Un mix che non cambia di molto guardando i perimetri esteri, considerando Slovacchia, Bulgaria e Russia abbiamo: carbone 59,7%, gas 38,5%, petrolio 0,8%. Endesa (l’ultima grande acquisizione estera) conferma il primato del carbone (51,5%) seguito da gas (32,8) e petrolio (15,4%).
Il carbone appare dunque la fonte principale sia all’estero che in Italia, dove nel 2008 ne sono state consumate 11,7 milioni di tonnellate e in questo 2009 ne consumeremo di più perché a giugno è stato accesa la prima caldaia di Torrevaldaliga, nel Lazio, che a regime consumera’ 210 tonnellate di carbone all’ora, ovvero 1 milione e 600 mila l’anno. Gli altri due gruppi entreranno in funzione a fine anno e all’inizio del 2010, anno in cui questa centrale da sola brucera’ 4 milioni e mezzo di tonnellate di carbone. E non è finita qui, visto che l’altro giorno il Veneto ha dato l’ok alla conversione da olio combustibile a carbone della centrale di Porto Tolle, dove l’Enel prevede di riprodurre il modello Torrevaldaliga.
“Il veloce avvio dei nuovi investimenti nelle centrali a carbone porterebbero alla creazione di migliaia di posti di lavoro, garantirebbe un miglioramento delle performance ambientali ed eviterebbe la delocalizzazione all’estero di progetti già programmati in Italia”: così recitano le campagne mediatiche (La Stampa 22 giugno 2009) per convincere che carbone è bello e nuovo.
Infine gli investimenti: nel 2008 sono stati 887 milioni di euro, 849 dei quali negli impianti di produzione dove fonti fossili battono rinnovabili 733 a 116, 91 dei quali destinati a rifacimenti e manutenzioni del settore idroelettrico e solo 25 per impianti con fonti energetiche innovative.
Di questo comportamento c’è poco da stupirsi, il mix produttivo è determinato in base alla “leadership di costo”, non da parametri ambientali. Ma l’energia non è un business qualunque, il clima non è un affare banale ed i governi devono evitare quell’atteggiamento di disinteresse che in ambito finanziario ha generato la crisi che tutti stiamo vivendo.
Peccato che la ricetta del nostro governo in tema di energia sia il nucleare.
L’altro ieri la Camera ha approvato la terza lettura del DDL denominato “Sviluppo” che contiene le norme per il ritorno del nucleare in Italia. Ora passera’ nuovamente al Senato, dopodiché il governo avra’ sei mesi di tempo per scrivere le regole per la scelta dei siti dove costruire le centrali, creare la nuova agenzia per la sicurezza, stabilire le regole per lo stoccaggio dei rifiuti nucleari e le misure compensative per “corrompere” i comuni destinati ad ospitare i nuovi impianti. In sostanza il ddl è un mandato senza limiti che viene conferito al governo per costruire centrali nucleari a costo di militarizzare i siti.
Una scelta errata per un tema così delicato. Evitando il confronto con il paese si è scelto la via facile ma non la piu’ efficace. Come sanno bene gli stessi nuclearisti convinti della bonta’ delle loro proposte, il ritorno in Italia del nucleare puo’ avvenire solo con l’appoggio dei cittadini perche’ troppo ingenti sono gli investimenti necessari ed il loro costo aumenta se manca la sicurezza che non ci siano possibilita’ di intoppi autorizzativi o di ostilità da parte delle popolazioni.
Al momento i siti possibili per costruire i nuovi EPR (il modello francese adottato dall’Enel) sono solo sulla costa, troppo poca l’acqua assicurata dai fiumi, il nucleare e’ molto esoso di acqua, per ogni Kwh prodotto servono 3,2 litri (negli impianti slovacchi) e addirittura 49, 8 in quelli spagnoli, controllati da Enel. Montalto di Castro nel Lazio, Veneto, Friuli, Puglia, Molise e Sicilia sono i candidati per un mega impianto che potrebbe addirittura accorpare tutti e quattro i reattori ipotizzati.
-Roberto Meregalli
Beati i costruttori di pace

SOLARE DA ASPORTO

domenica, giugno 21st, 2009

Un consorzio di 20 grandi gruppi tedeschi prevede di investire 400 miliardi di euro per catturare i raggi solari nelle aree desertiche del Nord Africa e trasformarli in energia elettrica da inviare alle reti dei paesi europei.
In un futuro non troppo lontano, l’elettricità arriverà in Europa direttamente dal sole africano: un consorzio di 20 grandi gruppi tedeschi prevede di investire 400 miliardi di euro per catturare i raggi solari nelle aree desertiche del Nord Africa e trasformarli in energia elettrica da inviare alle reti dei paesi europei. Si tratta di Desertec, un progetto che per ora è solo sulla carta – scrive il quotidiano Sueddeutsche Zeitung – ma che promette di diventare il più grande del suo genere a livello mondiale. L’obiettivo è di soddisfare circa il 15% del fabbisogno di energia elettrica in Europa entro 10 anni.
Partecipano al consorzio, guidato dal colosso delle assicurazioni Munich Re, gruppi come la Siemens, la Rwe e la Deutsche Bank, ma al tavolo della prima riunione – fissata per il 13 luglio prossimo – siederanno anche rappresentanti del ministero dell’Economia tedesco e dell’organizzazione non governativa Club di Roma. “Vogliamo fondare una società con l’obiettivo di presentare piani di attuazione concreti entro due, tre anni”, ha detto al giornale Torsten Jeworrek, membro del consiglio di amministrazione della Munich Re. Anche partner europei e nordafricani potrebbero presto prendere parte a Desertec.
“Su Italia e Spagna siamo ottimisti e dal Nord Africa riceviamo segnali positivi”, ha spiegato Jeworrek, il quale si è invece dimostrato scettico sull’adesione dei francesi, “che puntano ancora molto sul nucleare”, ha detto. Il progetto si basa sulla generazione di energia termica solare con un contenuto tecnologico relativamente basso, poiché utilizzerà una sistema di specchi per riscaldare l’acqua piuttosto che una serie di sofisticate cellule fotovoltaiche. Per trasportare questa energia, è prevista la realizzazione di una nuova rete di trasmissione ad alta tensione dal deserto del Magreb fino all’Europa.(Ansa)

17 giugno 2009 -la nuova ecologia

AMBIENTE

venerdì, giugno 5th, 2009


Ecco perché Stati Uniti e Cinasono in corsa per pulire il mondo
Le due superpotenze si sono convinte che la sfida delle fonti rinnovabili è decisiva. Non per ragioni etiche ma perché sanno che l’industria verde può essere la via per uscire dalla recessione di FEDERICO RAMPINI

Multimedia
Quiz: quanto sei ambientalista?
“LA CINA si candida a diventare il Dragone Verde, vuole vincere la corsa mondiale verso un’economia low-carbon, a bassa emissione di Co2″. Non è propaganda del regime di Pechino. L’affermazione, fatta alla vigilia della Giornata mondiale dell’Ambiente dell’Onu che si celebra oggi, è di Steve Howard che dirige il Climate Group, importante ong ambientalista americana. Howard indica la chiave di questa conversione: “I dirigenti cinesi si sono convinti che questa è la nuova ricetta del profitto”. Via via che si svelano i contenuti della maximanovra di investimenti pubblici varati dalla Repubblica Popolare per rilanciare la crescita, ecco che cosa si scopre: su 586 miliardi di dollari di spesa pubblica aggiuntiva, ben 220 miliardi (il 40%) va a finanziare l’industria verde, dal risparmio energetico alle fonti rinnovabili, dall’auto elettrica al motore ibrido. L’Amministrazione Obama rincorre la lepre cinese: sui 787 miliardi di dollari di manovra di rilancio della crescita, Washington ne stanzia una quota inferiore ma comunque importante (112 miliardi) per l’ambiente. E almeno in un settore l’America si piazza in testa in questo duello: negli ultimi 12 mesi ha installato 8.300 megawatt di impianti eolici, un record storico, mentre la Cina arriva seconda con 6.300 megawatt di energia prodotta dal vento. Entro la fine del 2009 però il colosso asiatico sarà il primo esportatore mondiale di turbine eoliche. Arranca un po’ indietro l’Unione europea, che pure fu a lungo un modello di virtù per avere sottoscritto quasi da sola gli impegni di Kyoto sulla riduzione delle emissioni carboniche. Ma anche sul Vecchio continente spira un vento di ottimismo. La battaglia ambientale non è più percepita come una zavorra, un sovrappiù di costi, e un ostacolo allo sviluppo. Al contrario la Commissione di Bruxelles annuncia che “i benefici delle energie rinnovabili in termini di sicurezza e di lotta all’inquinamento vanno a braccetto con consistenti vantaggi economici”. Non sono affermazioni volontaristiche. Già oggi il solo business delle energie rinnovabili occupa 1,4 milioni di europei, per lo più ricercatori, tecnici, manodopera altamente qualificata. “Altri 410.000 posti di lavoro aggiuntivi verranno creati – spiega la Commissione – se l’Unione europea raggiunge l’obiettivo del 20% di energie rinnovabili sul totale entro il 2020″.
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Più dei proclami politici, più delle esortazioni lanciate da istituzioni internazionali, l’ottimismo è sorretto dalla nuova attenzione che il mondo del business rivolge all’ambiente. Un sorpasso significativo è avvenuto nel corso del 2008, lo annuncia ora lo United Nations Environmental Program. Per la prima volta nella storia, l’anno scorso i capitali privati globalmente investiti nelle fonti rinnovabili (140 miliardi di dollari) hanno superato quelli investiti negli idrocarburi e altre energie fossili (110 miliardi). Il contributo decisivo a questo sorpasso lo hanno dato le nazioni emergenti. Guidate da Cina e Brasile, hanno aumentato del 27% i loro investimenti in energie pulite. Certo i problemi da risolvere restano immani. La Cina si è risvegliata solo dopo che il suo modello di sviluppo energivoro ha seminato distruzione. Oggi sui 600 milioni di cinesi che abitano in zone urbane, solo l’1% respira un’aria che sarebbe considerata “non tossica” in base agli standard europei. E la recessione può esercitare un pericoloso effetto anestetizzante. Grazie al crollo della produzione industriale, ai fallimenti, alle chiusure di fabbriche, il 2008 ha visto per la prima volta una riduzione parallela delle emissioni di Co2 sia in Cina che in America. Questo è un effetto tipicamente temporaneo, non deriva da cambiamenti strutturali. Guai se lo choc recessivo crea l’illusione che si possa abbassare la guardia. La decrescita può far male all’ambiente se inaridisce i finanziamenti nella ricerca. Il più grande inquinatore del pianeta sembra deciso a fare sul serio. L’ultimo rapporto del Climate Group sulla Cina è intitolato “La Rivoluzione Pulita”. Negli ultimi mesi Pechino ha già investito 12 miliardi di dollari in energie rinnovabili: è seconda solo alla Germania. La Repubblica Popolare pianifica di raddoppiare il peso delle energie pulite portandole al 15% del totale entro il 2020. È un obiettivo ambizioso vista la situazione di partenza: oggi l’80% della corrente in Cina è generata da centrali termoelettriche a carbone. Anche sul carbone, la materia prima più inquinante in termini di Co2, c’è uno spiraglio. L’Agenzia Internazionale dell’Energia spiega che “le scelte cinesi saranno la chiave per un uso meno inquinante del carbone, la sfida in assoluto più urgente”. Secondo l’Aie la Repubblica Popolare può diventare “leader nel business del carbone pulito, dove sta sviluppando innovazioni tecnologiche uniche, che altri paesi dovrebbero adottare”. Un segnale della nuova attenzione che si respira su questi temi: dopo averlo ignorato per anni, il governo cinese ha accolto a braccia aperte Al Gore. Il Premio Nobel è stato finalmente autorizzato a organizzare un importante convegno a Pechino, sul cambiamento climatico, con il contributo parallelo dell’Accademia delle Scienze e dell’Asia Society di Orville Schell (un think tank di New York che in passato non ha lesinato le critiche alla politica cinese). Il disgelo è avvenuto con la benedizione del mondo industriale: nella recessione globale, il business verde è uno dei pochi motori ancora trainanti. In questo caso l’economia di mercato aiuta l’ambiente, perché è pilotata da una guida politica. Da Washington a Pechino, il ruolo dello Stato è cruciale nel mandare impulsi al settore privato, costruendo la nuova cornice di incentivi e disincentivi entro cui si muove il mercato. La logica del profitto, piegata a fini virtuosi, è all’opera in un settore che a lungo è stato l’imputato numero uno per l’inquinamento atmosferico: l’automobile. Anche in questo caso la Cina è un laboratorio interessante. Pechino punta a battere tutti sul traguardo dell’auto elettrica, “saltando” una generazione nel percorso di sviluppo della sua industria automobilistica. Il gruppo Byd di Shenzhen, partito da una posizione di forza come fornitore mondiale di batterie per telefonini, si è diversificato nelle batterie per auto e sviluppa un modello a motore interamente elettrico. I capitali privati ci credono, al punto che l’operazione coinvolge il nome più illustre della finanza americana. Nel settembre 2008 il gruppo Berkshire Hathaway che fa capo a Warren Buffett (detto il “saggio di Omaha”, il secondo uomo più ricco del pianeta) ha acquistato una quota del 10% nel capitale della Byd, scommettendo che la Cina sarà tra i vincitori nella corsa. Il primo modello di berlina quattroporte ad alimentazione solo elettrica della Byd sarà in vendita in America nel 2011. Barack Obama non vuole rassegnarsi al dominio asiatico nell’auto pulita. Annunciando la bancarotta della General Motors, che deve sfociare nel parto di una casa più snella e competitiva, il presidente ha ribadito che tra i compiti del nuovo management c’è il rinnovamento della gamma per ridurre i consumi energetici. Gli effetti si sentiranno a cascata perché l’industria automobilistica è al centro di una vasta ragnatela: l’indotto è l’universo di aziende che forniscono componenti, si stima che raggiunga fino a due milioni di persone negli Stati Uniti. Come dimostra il caso delle aziende giapponesi, sudcoreane e cinesi che producono batterie al litio per auto elettriche o ibride, attorno alla domanda di un’auto pulita si genera un intera attività industriale nuova. Inaugurando una fase di interventismo statale che non ha precedenti dai tempi di Franklin Roosevelt, Obama ha chiarito che ambiente e profitto devono andare d’accordo. È questa la cifra distintiva della sua politica industriale. Il sociologo inglese Anthony Giddens è convinto che sia la strada giusta per superare le resistenze del passato: “Obama riesce a trasformare l’ambientalismo in un messaggio positivo. Rende evidente il nesso tra energie alternative, sicurezza, e crescita economica. È capace di ispirare una vera svolta, e questa può contagiare anche l’Europa”.
(5 giugno 2009) Tutti gli articoli di Scienze e Ambiente Repubblica

CLIMA, oceani sotto osservazione

mercoledì, maggio 13th, 2009

Si è aperta a Manado, in Indonesia, la prima conferenza mondiale sull’Oceano che punta a sensibilizzare il mondo sulle conseguenze del riscaldamento climatico sui mari «La Cina pronta a ridurre le emissioni»
Si è aperta oggi a Manado in Indonesia, la prima conferenza mondiale sull’Oceano che punta a sensibilizzare il mondo sulle conseguenze del riscaldamento climatico sui mari. Oltre 1.500 partecipanti (rappresentanti di 70 Paesi, dell’Onu, di Ong e dei mass media) sono attesi fino a venerdì al meeting, organizzata dal governo indonesiano nella capitale del nord dell’isola di Sulawesi.La conferenza, che si svolge a livello ministeriale, dovrebbe concludersi con una dichiarazione, detta di Manado, un vero e proprio appello in cui si chiede che il vertice di Copenhagen, in programma a dicembre, si occupi anche degli oceani. L’obiettivo del summit della capitale danese è di raggiungere un accordo internazionale sulla riduzione dei gas serra, e proseguire così il protocollo di Kyoto, i cui primi impegni scadono nel 2012.“È chiaro che le nostre preziose risorse marittime sono sempre più minacciate e che il riscaldamento climatico accelererà la loro distruzione in numerose aree della terra”, ha dichiarato il ministro indonesiano degli Affari Marittimi e della Pesca, Freddy Numeri, all’apertura della riunione.“Servono misure urgenti di adattamento e compensazione per salvare non soltanto le risorse marittime ma anche le comunità che vivono sulle rive”, ha aggiunto Numeri. I mari e gli oceani rappresentano quasi il 71% della superficie della terra e circa un decimo degli uomini vive a meno di dieci chilometri dalle coste, secondo le stime.Nel 2007, il gruppo intergovernativo di esperti sull’evoluzione del clima (GIEC) ha previsto l’aumento di 59 cm del livello del mare entro il 2100 tenendo conto soltanto dell’espansione naturale del volume delle acque oceaniche dovuta al loro riscaldamento, senza considerare i ghiaccai dell’Antartico e della Groenlandia.Secondo studi recenti, gli oceani starebbero perdendo anche parte della loro capacità di assorbimento della CO2, essenziale per il pianeta. L’aumento del livello del mare dovrebbe comportare gravi conseguenze per alcuni Stati insulari, come le Maldive, e nelle zone dei grandi delta dei fiumi, in particolare in Asia.

11 maggio 2009 -la nuova ecologia

EMISSIONI IN RISERVA

mercoledì, maggio 6th, 2009

Due nuovi studi affrontano la questione clima in modo nuovo, stimando la quantità massima di gas serra che si può emettere evitando il peggio. Stessa conclusione: occorre agire con urgenza, se si vuol restare sotto i 2 gradi di aumento bisogna far calare le emissioni mondiali già dai prossimi anni.
Basterà bruciare un quarto dei combustibili fossili attualmente disponibili per allontanare definitivamente la possibilità di contenere il riscaldamento globale entro livelli non catastrofici. Un modo nuovo di stimare l’ andamento che le emissioni globali dovranno avere per evitare il peggio porta ancora brutte notizie sulla possibilità di rallentare il global warming. Due nuovi studi, usciti entrambi la settimana scorsa su Nature, hanno fatto molto rumore nella comunità scientifica e – soprattutto – hanno ribadito l’urgenza che il mondo prenda decisioni rapide e coraggiose per tagliare le emissioni di gas serra. Ad accomunarli, come anticipato, un approccio nuovo: per stabilire il punto che non bisogna sorpassare per evitare di andare oltre i 2 gradi centigradi di aumento non hanno considerato la concentrazione di CO2 che non bisogna superare, né la percentuale di cui si devono far calare le emissioni rispetto a un dato momento, bensì la quantità assoluta di gas serra che si possono rilasciare. I due lavori – uno coordinato da Myles Allen dell’Università di Oxford, l’altro da Malte Meinshausen del tedesco Potsdam Institute for Climate Impact Research – partono infatti da altri studi che hanno mostrato come, anche se la concentrazione di CO2 si stabilizzasse a un determinata concentrazione, ci sarebbe una certa inerzia prima che ciò si rifletta sull’andamento delle temperature, che potrebbero continuare ad aumentare anche per un secolo. Al contrario la relazione tra quantità totale di carbonio immesso in atmosfera e innalzamento delle temperature sarebbe relativamente prevedibile e lineare.Secondo Allen e colleghi per fermarsi ad un aumento attorno ai 2 gradi a fine secolo (obiettivo riconosciuto dalla maggior parte dei Paesi, ma insufficiente secondo altri) il mondo può emettere in totale 1 trilione (milione di milioni) di tonnellate di carbonio (circa 3,7 trilioni di CO2 equivalente). Metà del budget è già stato usato, al livello di emissioni attuali l’altra metà verrebbe usata entro il 2040. Dopo di che, per restare sotto i due gradi, l’unica improbabile opzione sarebbe quella di azzerare completamente le emissioni. Lo studio del team di Meinhausen si concentra invece sulla quantità che è possibile emettere dal 2000 al 2050, sempre per avere possibilità di restare sotto la soglia dei 2 gradi: sarebbe di 1 trilione di tonnellate di CO2 equivalente ( cioè 0,27 se si ragiona in carbonio). Di questo budget nei primi 9 anni ne abbiamo già consumato un terzo, ai ritmi attuali useremo anche il rimanente entro il 2030, ancora prima se le emissioni continuano ad aumentare secondo lo scenario “business as usual”. Per avere il 75% delle probabilità di non mancare l’obiettivo, da qui al 2050 sarebbero rimasti 190 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente da emettere. Per farcela non si può bruciare più di un quarto dei combustibili fossili disponibili ed estraibili a i costi attuali.Logicamente abbiamo riassunto e semplificato all’estremo, ma quello che conta è la conclusione, identica per i due lavori: il nuovo modo di porre gli obiettivi di riduzione rende ancora più evidente la necessità di agire con urgenza. Solo iniziando a ridurre le emissioni già in questi primi anni si avrà la possibilità di non sforare il budget individuato dagli scienziati. “Nessuno – scrive Allen nel commento allo studio – può ragionevolmente ipotizzare di continuare a emettere così fino al 2040 e poi in qualche modo smettere di usare i combustibili fossili, passare al 100% di carbon capture o semplicemente fermare l’economia da un giorno all’altro. Più a lungo il mondo lascia crescere le emissioni, più arduo sarà ridurle per restare dentro al trilione di tonnellate. Se si lasciano crescere oltre il 2020 bisognerà affrontare riduzioni dell’8% annuo per restare dentro al budget”. Parole e dati che si spera troveranno orecchie aperte quando il mondo dovrà decidere, a dicembre, a Copenhagen.GM (quale energia)6 maggio

OBAMA "La mia energy revolution"

domenica, aprile 26th, 2009

In Iowa il presidente Usa ha annunciato l’impegno a ridurre le emissioni e diffondere energie pulite e mobilità sostenibile. Sostenendo che il modello basato sull’attuale consumo energetico ha fatto il suo tempo
Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha scelto simbolicamente l’Iowa per annunciare all’America che la rivoluzione ‘verde’, la ‘energy revolution’, è cominciata. Il suo piano rappresenta il superamento di un modello di produzione che ha attraversato un secolo, e certamente troverà resistenze quando nuove norme relative ai ‘tetti’ di emissione andranno a toccare i profitti delle produzioni attuali. Ma proprio per questo Obama ha parlato di ‘rivoluzione’. E non a caso ha scelto di annunciarla in Iowa: perché quello è uno degli Stati più sensibili in fatto di tecnologie ‘pulite’; e perché fu lì, dall’Iowa, che più di un anno fa cominciò la sua vittoriosa corsa elettorale che lo portò alla Casa Bianca. Quella vittoria contro Hillary Clinton nei ‘caucus’ democratici dell’Iowa rese definitivamente credibile la sua candidatura, fino ad allora considerata di secondo piano rispetto a quella dell’avversaria, e gli spianò la strada verso la Casa Bianca.
A oltre un anno di distanza Barack Obama conta che avvenga la stessa cosa anche per quanto riguarda la nuova rivoluzione energetica. Per questo ha scelto l’Iowa per spiegare cosa la sua amministrazione intende fare, in concreto, per riconvertire in verde la produzione su cui si reggerà nei decenni a venire l’economia degli Stati Uniti. “La scelta a cui siamo chiamati non è tra salvare l’ambiente o salvare l’economia – ha detto, ricordando di parlare in ocacsione dell’Earth Day, la Giornata della Terra – la scelta è tra prosperità o declino”. Certe scelte non possono non essere fatte “in nome delle generazioni future”. E vanno fatte ora: il modello di produzione basato sull’attuale consumo energetico ha fatto il suo tempo. “Lo abbiamo già sperimentato nei giorni di ‘austerity’ degli Anni Settanta – ha ricordato -.
Ma in più di trent’anni troppo poco è stato fatto”. Se l’America vuole continuare ai livelli del suo XX secolo deve per forza di cose riconvertire se stessa e la sua energia. Come? Accettando, come indicato dalla Environmental Protection Agency (EPA), che sia posto un tetto alle emissioni di gas, per esempio. E avviando operazioni come quella fatta alla Trinity Structural Towers di Newton, uno stabilimento in cui si producono in modo ‘pulito’ componenti per energia eolica. Quello deve diventare un modello per la nuova America. Lo stabilimento solo due anni fa produceva elettrodomestici. Chiuso nel 2007, aveva lasciato a casa centinaia di lavoratori. Oggi ha riaperto grazie a fondi governativi ed è un impianto modernissimo. Già impiega 140 persone ed è destinato ad ampliarsi. “Il Paese che sarà alla guida nel creare nuove fonti di energia pulita sarà il paese che guiderà l’economia globale del XXI secolo – ha detto Obama – e l’America può essere quel Paese”.
Secondo gli esperti Usa, attraverso la sola energia eolica l’America potrebbe generare entro il 2030 il 20% della sua energia attuale, creando 250mila nuovi posti di lavoro. “È per questo che stiamo investendo 11 miliardi di dollari per cambiare il sistema in cui questo Paese distribuisce l’elettricità” ha precisato. Lo stesso vale per l’industria dell’auto,”il suo futuro sta nella capacità di produrre modelli più efficienti e a basso consumo”. L’energia del futuro non può che essere “pulita”, sarà una legge d’impresa. È alla luce di questa impostazione che la nuova amministrazione ha già provveduto ad ammodernare il 75% degli edifici governativi. E ha programmato investimenti per miliardi di dollari, dalle auto, ai treni ad alta velocità.

23 aprile 2009 – la nuova ecologia

COLLASSO 2020

giovedì, aprile 2nd, 2009

Sgliglimenti dei ghiacci alpini, carenza d’acqua al Sud e desertificazione in avanzata. Lo scenario descritto dal libro bianco sugli adattamenti al cambiamento climatico varato dall’Unione Europea Scarica il libro bianco (Pdf in inglese)
L’anno di rottura rischia di essere il 2020: prima un accentuato scioglimento delle nevi sulle Alpi accompagnata da inondazioni; poi una crescente carenza d’acqua al Sud insieme ad una desertificazione che avanza; infine, ma solo per le prossime generazioni, un aumento del livello dei mari con conseguenze più accentuate per le coste adriatiche rispetto a quelle tirreniche. È questo il quadro, come spiegano gli esperti europei, che emerge per l’Italia e i partner del Sud dell’Ue dal ‘Libro bianco’ varato ieri da Bruxelles che traccia piste comuni ai 27 stati membri per adattarsi al cambiamento climatico “i cui effetti si faranno sentire per almeno 50 anni e nessun settore sfuggirà ai mutamenti”.
Insomma – spiega il commissario Ue all’ambiente Stavros Dimas – anche portando a zero le emissioni di gas a effetto serra “l’adattamento è ormai imperativo”. Nel presentare le sfide e le soluzioni possibili, il commissario europeo ricorda che l’Europa è all’avanguardia nella riduzione delle emissioni ad effetto serra e ricorda che gli stessi “leader europei all’unanimità hanno convenuto la riduzione del 20% di emissioni entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990, indipendentemente da quello che fanno gli altri paesi”. Non solo. “L’Europa si è già impegnata – aggiunge Dimas – a portare la soglia dal 20% al 30% se altri paesi sviluppati la seguiranno” convinto, dice, “che passeremo al 30%” al summit di dicembre a Copenaghen.
Un ottimismo che viene anche dai nuovi impegni assunti dal presidente Usa Barack Obama. Alla nuova amministrazione americana il commissario Ue manda a dire: “Siamo molto soddisfatti del fatto che vada avanti con gli impegni che hanno annunciato e abbiamo visto che anche il Congresso è pronto a promulgare una legge”, prima del summit di Copenaghen. Questo é un messaggio forte che agevolerà un accordo a dicembre”. Insomma, per Bruxelles non c’é più tempo da perdere. “Per paesi come Grecia, Italia e Spagna – spiega infatti Dimas – il rischio è che l’aumento della temperatura nel Mediterraneo sia più elevato rispetto all’aumento medio globale della temperatura. Questo produrrà un impatto sulla scarsità di risorse idriche e di precipitazioni.
Quindi – prosegue Dimas – meno piogge, più siccità, un aumento della desertificazione o comunque del rischio di desertificazione e problemi per la zona costiera e la sua erosione”. Nell’Ue ci sono paesi che sono già corsi ai ripari. Ad esempio, una speciale commissione del governo olandese per la protezione delle terre, più basse rispetto al livello del mare (i famosi polder), sono giunti alla conclusione – ha indicato Dimas – “che saranno necessari tra 1,2 e 1,6 miliardi per il loro adattamento delle coste entro il 2050, ma dal 2050 ci vorranno tra 0,9 e 1,5 miliardi l’anno”. Le basi del piano europeo dovrebbero essere pronte entro il 2012 e diventare operative dal 2013, grazie a finanziamenti provenienti dalle aste per lo scambio di emissioni: ai prezzi attuali si dovrebbe raccogliere fino a 50 miliardi di euro.

02 aprile 2009 – TAG: Clima Dimas Europa la nuova ecologia