Archive for the ‘riscaldamento del pianeta’ Category

Scettici del clima?

lunedì, febbraio 8th, 2010

«Exxon finanzia gli scettici
dei cambiamenti climatici»

CO2

Centri studi e associazioni che mettono in dubbio che i cambiamenti climatici siano causati dall’uomo ricevono finanziamenti dal colosso petrolifero ExxonMobil: lo scrive l’Independent on Sunday, secondo cui i fondi finanziano una “campagna coordinata” per minare la convinzione che l’inquinamento umano provochi il riscaldamento globale

Centri studi e associazioni che mettono in dubbio che i cambiamenti climatici siano causati dall’uomo ricevono finanziamenti dal colosso petrolifero ExxonMobil: lo scrive l’Independent on Sunday, che cita esperti per i quali questi fondi servono a finanziare una “campagna coordinata” per minare la convinzione ormai radicata nell’opinione pubblica che l’inquinamento umano provochi il riscaldamento globale.
Da quando è esplosa la vicenda delle email di scienziati della University of East Anglia, nelle quali sembra emergere l’idea di un allarme volutamente esagerato sui mutamenti climatici (chiamata dai giornali che simpatizzano con gli scettici ‘climagate’), gli attacchi di questi centri studi contro i principali sostenitori dell’idea che l’uomo li provochi sono cresciuti in virulenza. Think tank come la Atlas Economic Research Foundation negli Usa e l’International Policy Network in Gb hanno ricevuto centinaia di migliaia di sterline dalla ExxonMobil, scrive il domenicale, con le quali sono stati organizzati seminari e convegni dei ‘negazionisti’ del ‘climate change’. Secondo il giornale, documenti della ExxonMobil indicano che la Atlas ha avuto dal gigante del petrolio 100.000 dollari nel 2008.

In molti casi, in questi convegni, sono state usate come ‘prova’ le email che a loro avviso mostrerebbero la falsità della previsione del possibile scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya entro il 2035. E proprio oggi il Sunday Times riferisce che Phil Jones, lo scienziato, al centro della vicenda delle mail diffuse per errore ha pensato “diverse volte” a togliersi la vita, sull’onda della campagna rabbiosa scatenata da molti media e blog che dubitano la stessa esistenza dei cambiamenti del clima. Jones – che si è autosospeso dalla carica di direttori del centro studi sul clima in attesa che si concluda un’inchiesta interna all’ateneo – ha detto al domenicale: “Sono solo uno scienziato. Non ho mai fatto un corso di pubbliche relazioni”. Da quando è scoppiato il caso il professore è dimagrito più di 7 chili.
Gli attacchi hanno colpito anche la commissione Onu sui cambiamenti climatici (Ipcc), e suoi studi asseritamente basati su fonti dubbie (l’accusa è rilanciata oggi anche dal Sunday Telegraph) e il suo direttore Rajendra Pachauri, assediato da alcuni giornali anche per la sua vita personale. E la campagna denigratoria sul ‘climate change’ e chi lo studia sembra avere successo: un sondaggio fatto in GB mostra che il 25% dei britannici ora dubita che esista il cambiamento climatico, mentre settimane fa era solo il 15%.

Per Bob Watson, consulente scientifico capo per il ministero dell’Ambiente britannico ed ex presidente dell’Ipcc, non ci sono dubbi: “Sembra che ci sia uno sforzo coordinato di un certo numero di scettici per distruggere la credibilità delle prove che dicono che i cambiamenti sono causati dall’uomo. Sono certo che ci siano alcuni di loro che sono ben finanziati dal settore privato per diffondere incertezze”. E Bob Ward, direttore del Grantham Research Institute on Climate Change alla London School of Economics, spiega: “Molte argomentazioni scettiche vengono fatte da persone con comprovate idee di destra che dicono ‘No’ a ogni regolamentazione ambientale del mercato. E chiaramente ricevono soldi che consentono loro di disseminare il loro punti di vista. Non riuscirebbero a farlo così ampiamente se non avessero i soldi delle compagnie petrolifere”. (Ansa).

la nuova ecologia

08 febbraio 2010Clima Exxon Emissioni

«Il mondo è qui e vi guarda»

giovedì, dicembre 17th, 2009

copAl Bella Center di Copenhagen presentazione delle mobilitazioni previste per la giornata di domani. Per chiedere ai governi di giungere a un buon accordo vincolante e impegnativo
Link Da domani diretta dal summit su Stopthefever.org

La resistenza che da ieri i Paesi Africa e del G77 hanno messo in atto, rifiutandosi di partecipare ai gruppi di lavoro e alla Plenaria della COP15, per protestare contro le pressioni subite per chiudere un cattivo accordo sul clima, dimostra che questi negoziati, tanto preziosi per la sopravvivenza del pianeta, sono appesi ad un filo di saggezza. I Paesi più ricchi vogliono chiudere con il protocollo di Kyoto e disattendere gli impegni internazionali assunti con il Bali Action plan e questo è un oltraggio per i loro cittadini, oltre che per l’intelligenza di chi li guarda con speranza e fiducia nella responsabilità che i loro incarichi dovrebbero portare con sé. Dobbiamo spingerli a rispettare i loro impegni.

È per questo che la rete che vede insieme a Copenhagen la Coalizione Climate justice now! e la Climate Justice Network – rapresentative di realtà diverse come contadini, produttori, lavoratori, ong, organizzazioni ambientaliste e movimenti sociali di tutto il mondo – e che ha dato vita alla grande manifestazione pacifica di sabato, convoca una giornata di mobilitazione per domani, 16 dicembre, perché a Copenhagen, come in tutto il pianeta, si raggiunga un buon accordo vincolante e impegnativo per dare una possibilità concreta di futuro.

“Per la prima volta – afferma Maurizio Gubbiotti di Legambiente – un appuntamento della Conferenza delle Nazioni Unite sul clima, vede insieme tante persone diverse, di Paesi e con responsabilità differenti, a chiedere di partecipare con responsabilità e attenzione a questo processo decisionale sul futuro del pianeta. Questo non è un appuntamento come gli altri, e la loro preoccupazione, raccolta e condivisa da tanti leader internazionali del Sud, non può rimanere senza una risposta adeguata. I nostri governi devono rispondere, con più fondi e con una capacità di leadership adeguata a questi problemi”.

“Sono anni – sottolinea Alberto Zoratti dell’organizzazione equosolidale Fair – che nel rapporto quotidiano con le organizzazioni di tutto il mondo realtà e comunità anche piccole si trovano a doversi soccorrere a vicenda perché colpite da uragani oppure da siccità improvvise. Le conseguenze dei cambiamenti climatici sono davanti ai nostri occhi, nelle mail che ci scambiamo, nei progetti che costruiamo insieme. Eppure i governi di tanti dei Paesi colpiti oggi denunciano che non c’è posto, nei negoziati ufficiali, per le loro preoccupazioni, per le loro richieste. Non c’è posto per queste testimonianze che qui a Copenhagen stanno facendo aprire gli occhi a tutti sul nostro clima che cambia”.

La giornata del 16 e l’Assemblea dei Popoli convocata per quel giorno ci vedrà protagonisti: testimoni, storie, esperienze, che nelle istituzioni e fuori, a Nord e a Sud, stanno lottando per mettere i diritti prima dei profitti, con esperienze concrete di gestione del territorio e di condivisione dei beni comuni.

La nuova ecologia 15 dicembre 2009

Ghiacciai Addio

sabato, dicembre 12th, 2009

Se vi ha fatto pensare, almeno solo un pò, il precedente filmato “Come salvare il pianeta”, questo vi farà pensare quanto importante sia la salvaguardia del territorio.

Anche questo filmato è stato trasmesso su Current TV ed è un viaggio nei cambiamenti climatici, che parte dall‘ osservazione dello scioglimento dei ghiacciai per proseguire in quello che viene definito il surriscaldamento globale e con gli effetti che questo avra’ nel caso in cui l‘ umanita’ non cambi rotta.

Come Salvare il Pianeta

sabato, dicembre 12th, 2009

Cari amici, in questo post ho inserito un filmato concessomi dalla redazione di Current TV, la TV senza Censura. Si tratta di un documento fantastico, di cui in giro si trovano solamente alcune promo, della durata di 55 minuti dove si parla di Kyoto, Copenhagen, della legge americana in tema ambientale e con un’ intervista esclusiva a Al Gore che parla, oltre che degli Stati Uniti, di come si dovrebbero muovere l’ Italia e gli altri stati per salvare il nostro pianeta.

Se avete la possibilità inviate il link del filmato ai vostri amici e conoscenti, ed ora ecco il filmato.

VERSO Copenaghen: le nostre firme per salvare il pianeta!

venerdì, ottobre 30th, 2009

01protesta 

Nel vertice mondiale che si terrà a Copenhagen in dicembre i rappresentanti dei governi dovranno decidere come fermare i cambiamenti climatici: moltissimi e autorevoli studi ormai confermano che è necessario e urgente per salvare il Pianeta dalla catastrofe climatica ridurre del 40% le emissioni di CO2 nei Paesi industrializzati.   Pertanto chiediamo allo Stato Italiano, anche per rilanciare l’economia in crisi, di adoperarsi con noi per:

  • Un metro quadrato a testa di solare termico
  • 10.000 MW di pannelli fotovoltaici
  • Un milione di case efficienti all’anno
  • semplificazione delle procedure burocratiche

 FIRMA LA PETIZIONE

A qualcuno piace calda? la terra.

mercoledì, ottobre 28th, 2009

 

Estratto di articolo, da Repubblica.

Lo scenario politico. L’Europa, che ha sostenuto e vinto la battaglia per la ratifica del protocollo di Kyoto, non può continuare ad andare avanti da sola anche per la seconda fase degli impegni, quelli per il periodo successivo al 2012. Ma Stati Uniti da una parte e il Bric (Brasile, Russia, India, Cina) dall’altra restano in stallo: nessuno dei due blocchi può muoversi senza avere la garanzia che anche l’altro faccia lo stesso ed entrambi hanno problemi politici seri. Il braccio di ferro sulla sanità ha ridotto i margini della Casa Bianca per la trattativa sul clima che vede forti resistenze interne. E i paesi emergenti, dopo aver calcolato quanta dell’anidride carbonica attualmente in atmosfera è venuta dai paesi di prima industrializzazione, ripetono la formula delle “responsabilità comuni ma differenziate”.

Dunque, restando fermi al quadro degli equilibri politici attuali, la partita dovrebbe essere data per persa. Ma c’è un fattore che rompe gli schemi e che sta diventando sempre più importante: il ruolo dell’opinione pubblica mondiale non disponibile ad accettare di veder sparire nell’arco di un secolo l’equilibrio climatico che ci accompagna dal momento in cui il primo essere umano ha piantato un seme nella terra. I due Nobel consecutivi all’uomo politico americano che si è più impegnato per la pace con la natura (prima Gore, ora Obama) rappresentano un segnale chiaro in questa direzione.

E infatti qualcosa comincia a muoversi. L’Europa ha deciso di tagliare le emissioni serra di una quota compresa tra l’80 e il 95 per cento entro il 2050 e potrebbe spingere al 30 per cento l’abbattimento dell’anidride carbonica al 2020. Obama sta accelerando il pressing per ottenere una legge che obblighi gli americani a tagliare le emissioni del 17 per cento al 2020. Il Brasile si è dichiarato disponibile a fermare l’80 per cento della deforestazione in Amazzonia al 2020 e l’Indonesia del 26 per cento. Anche la Cina per la prima volta ha accettato di collegare le emissioni di carbonio al parametro climatico invece che a quello energetico. L’accordo non è impossibile. Ma deve comprendere un impegno che riguardi il prossimo decennio: essere virtuosi al 2050, nel governo dei nipoti, è troppo facile.

<< Sul clima verso l’abisso>>

sabato, settembre 12th, 2009

Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon ha esortato la comunità internazionale ad agire «adesso» contro i cambiamenti climatici. «Abbiamo il piede sull’acceleratore e ci stiamo dirigendo verso l’abisso»
Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon ha esortato oggi la comunità internazionale ad agire “adesso” per lottare contro i cambiamenti climatici: “Abbiamo il piede sull’acceleratore e ci stiamo dirigendo verso l’abisso”, ha ammonito Ban Ki-Moon in un intervento alla Terza Conferenza mondiale sul clima, in corso a Ginevra.
“Abbiamo scatenato forze potenti ed imprevedibili, il cui impatto è già visibile. L’ho osservato con i miei occhi”, ha aggiunto Ban Ki-Moon reduce da una missione all’Artico, regione che si sta riscaldando più rapidamente di ogni altra regione della Terra.Purtroppo – ha deplorato – c’è ancora “inerzia” e nelle discussioni internazionali sulla lotta ai cambiamenti climatici “osserviamo solo progressi limitati”. “Non possiamo permetterci il lusso di progressi limitati. Abbiamo bisogno di rapidi progressi”, ha insistito esortando i Paesi a raggiungere un’intesa al Vertice climatico sul dopo-Kyoto in programma a Copenaghen “tra meno di tre mesi”. “Non possiamo fallire”, ha concluso Ban Ki-Moon.(Ansa) lanuova ecologia

RIVOLUZIONE DELL’ UMANO

domenica, luglio 12th, 2009

La nuova rivoluzione: per stare bene io, devono stare bene anche gli altri.

Quando parliamo di ambientalismo possiamo riferirci anche ad una economia civile basata sui doveri di ogni cittadino per il rispetto degl’altri: l’economia non può riferirsi solo al profitto senza rispettare la sicurezza e la salute dei cittadini.
Il PIL non comprende anche gli effetti economici dell’inquinamento dell’aria, della salute delle nostre famiglie. Una nuova economia più civile deve basarsi anche sul rispetto dell’uomo e deve cercare di non creare disagi, specie se esistono delle alternative reali che determinano più armonia fra i cittadini.Mi riferisco alla probabilità sempre più sicura di costruire un impianto elettrico che funzioni a carbone all’interno di un parco regionale che, a logica non solo ambientalista ma di buon senso, dovrebbe avere tutt’altri presupposti economici, mentre si poteva progettarne uno molto più moderno e compatibile, con nuove tecnologie usando il gas o altre soluzioni rinnovabili, anche se un po’ più costose.Non esiste la sicurezza dei cittadini solo in termini di micro criminalità!
Esiste anche la sicurezza di tutti per l’aria che si respira, per quello che si mangia o quello che si beve, nel non essere sottoposti a radiazioni, nel stare tranquilli nelle proprie case senza patire disgustosi odori, rumori e fumi pericolosi. La sicurezza dei cittadini sono anche i trasporti sicuri nelle strade o ferrovie.
La sicurezza è un dovere non solo un diritto.Attraverso una economia che non guarda i bisogni naturali e civili, quante libertà perde il cittadino? La libertà di essere il più possibile sani e di vivere in un ambiente salubre prima di tutto, la libertà di uscire in bicicletta e non essere travolti, la libertà di trovare del verde e godersi il paesaggio senza fare centinaia di chilometri, la libertà di stendere un telo sull’erba senza trovare rifiuti, inquinamento e contaminazioni, la libertà di coltivare prodotti che non si contamineranno da altri, di bere acqua sicura.Non esiste uno sforzo per pensare ad un’economia diversa da quella attuale, anti-ambiente basata sui debiti che dovranno ereditare i nostri figli, debiti che si moltiplicheranno a dismisura per riparare ai danni ambientali che oggi causiamo.
Per vivere su questo pianeta dobbiamo rispettare e salvaguardare non solo lavorare e arricchirci accumulando beni spesso inutili nelle nostre case.Naturalmente una parte dell’economia guarda al futuro con altri occhi e sembra aver capito tutti questi problemi che si affacciano nel presente e nel futuro e sta progettando l’avvenire in termini di rispetto e civiltà verso lo stesso uomo e la natura, non solo per creare ricchezza monetaria.Il principio sul quale si basa il rapporto fra uomo e natura è molto semplice: capire che per stare bene io, devono stare bene anche gli altri.
Se vogliamo vivere con un buon grado di decorosa tranquillità o felicità dobbiamo cercare di aiutare e far di tutto per far felici anche gli altri circondandoci e lavorando per un ambiente il più possibile naturale.
Legambiente Cirocolo Delta del Po

CARBONE E NUCLEARE: la rivoluzione verde Italiana

domenica, luglio 12th, 2009

(3 luglio 2009)
Enel investe nel carbone e il governo vuole il nucleare: il futuro energetico italiano e’ improntato a queste due scelte.
Limitare la CO2 a 450 parti per milione, per limitare a due gradi l’aumento medio della temperatura. Questo è l’obiettivo universalmente riconosciuto per evitare aumenti maggiori della temperatura media, che avrebbero effetti che non sappiamo prevedere.
Anche l’Agenzia Internazionale per l’Energia non vede altre soluzioni e sprona i governi ad agire subito”De-carbonizzare il settore della generazione è un tema politico chiave, i politici devono focalizzarsi su di esso. La prima priorità è l’efficienza energetica perché offre il maggior rapporto costi-benefici, e poi de-carbonizzare la generazione elettrica e con l’energia elettrica far funzionare le automobili.”, queste le parole del direttore esecutivo, Nobuo Tanaka. (16 marzo 2009 EWEC Marsiglia).
Ma stimolare le imprese elettriche ad investire nelle rinnovabili non è facile, la verità è che parliamo di imprese che hanno come obiettivo quello di generare valore per gli azionisti, e le fonti fossili rimangono le meno costose da bruciare per produrre corrente. Generare rendite immediate non collima col fare investimenti per il domani.
Sino a che non si contabilizzeranno i danni ambientali a loro associati, non ci sara’ scampo. Per questo molti insistono che non servono pacchetti di timolo, ovvero soldi pubblici, ma serve una carbon tax che stabilisca un costo della CO2 prodotta stimolando il “mercato” ad orientarsi verso la generazione verde.
E’ la ricetta che la Svezia, nuova presidente di turno dell’Unione Europea, vorrebbe proporre agli altri 26 stati membri, una tassa che sperimenta da anni, “che castiga chi si ostina a inquinare, mentre stimola gli altri a diventare sempre piu’ verdi” (Corsera 30 giungo 2009).
La Svezia trarra’ il 50% della sua energia da fonti rinnovabili entro il 2020 (non il 20%, obiettivo Ue o il 17%, obiettivo italiano), dal 1970 ha gia’ tagliato le emissioni del 40% godendo contemporaneamente di una crescita economica del 100%, smentendo coi fatti chi sostiene che sia impossibile crescere puntando sulla green economy.
Da noi invece si continua ad investire sulle vecchie fonti fossili.
Spulciando il bilancio 2008 di Enel, nel perimetro italiano dell’azienda, quello che ci riguarda come paese, possiamo leggere che sul fronte della potenza efficiente installata (quella misurata ai morsetti di uscita di una centrale, per intenderci), nel termoelettrico abbiamo aumentato la quota alimentata a carbone (+12,4% ovvero i 616 MW del primo gruppo della centrale di Torrevaldaliga), nelle rinnovabili c’e’ da registrare un misero aumento di 70 MW, 47 eolici, il resto idroelettrico, dunque 616 a 70, una partita senza storia.
Guardando la corrente prodotta i dati si invertono solo perche’ l’anno e’ stato generoso di precipitazione e l’idroelettrico e’ andato a gonfie vele: + 4,7 GWh, è tutta qui la crescita di produzione rinnovabile di Enel Italia.
Venendo ai combustibili, sempre nel perimetro Italia, la spesa 2008 e’ stata pari a 7, 397 miliardi di euro: 646 milioni in olio combustibile, 1..282 per il gas e ben 5.179 per il carbone (+1.401% rispetto all’anno precedente).
Guardando i combustibili bruciati, equivalenti in totale a 14,1 Mtep, prevale il carbone (49,2%), segue col 40,1% il metano e col 9,8 il petrolio (olio combustibile).
Un mix che non cambia di molto guardando i perimetri esteri, considerando Slovacchia, Bulgaria e Russia abbiamo: carbone 59,7%, gas 38,5%, petrolio 0,8%. Endesa (l’ultima grande acquisizione estera) conferma il primato del carbone (51,5%) seguito da gas (32,8) e petrolio (15,4%).
Il carbone appare dunque la fonte principale sia all’estero che in Italia, dove nel 2008 ne sono state consumate 11,7 milioni di tonnellate e in questo 2009 ne consumeremo di più perché a giugno è stato accesa la prima caldaia di Torrevaldaliga, nel Lazio, che a regime consumera’ 210 tonnellate di carbone all’ora, ovvero 1 milione e 600 mila l’anno. Gli altri due gruppi entreranno in funzione a fine anno e all’inizio del 2010, anno in cui questa centrale da sola brucera’ 4 milioni e mezzo di tonnellate di carbone. E non è finita qui, visto che l’altro giorno il Veneto ha dato l’ok alla conversione da olio combustibile a carbone della centrale di Porto Tolle, dove l’Enel prevede di riprodurre il modello Torrevaldaliga.
“Il veloce avvio dei nuovi investimenti nelle centrali a carbone porterebbero alla creazione di migliaia di posti di lavoro, garantirebbe un miglioramento delle performance ambientali ed eviterebbe la delocalizzazione all’estero di progetti già programmati in Italia”: così recitano le campagne mediatiche (La Stampa 22 giugno 2009) per convincere che carbone è bello e nuovo.
Infine gli investimenti: nel 2008 sono stati 887 milioni di euro, 849 dei quali negli impianti di produzione dove fonti fossili battono rinnovabili 733 a 116, 91 dei quali destinati a rifacimenti e manutenzioni del settore idroelettrico e solo 25 per impianti con fonti energetiche innovative.
Di questo comportamento c’è poco da stupirsi, il mix produttivo è determinato in base alla “leadership di costo”, non da parametri ambientali. Ma l’energia non è un business qualunque, il clima non è un affare banale ed i governi devono evitare quell’atteggiamento di disinteresse che in ambito finanziario ha generato la crisi che tutti stiamo vivendo.
Peccato che la ricetta del nostro governo in tema di energia sia il nucleare.
L’altro ieri la Camera ha approvato la terza lettura del DDL denominato “Sviluppo” che contiene le norme per il ritorno del nucleare in Italia. Ora passera’ nuovamente al Senato, dopodiché il governo avra’ sei mesi di tempo per scrivere le regole per la scelta dei siti dove costruire le centrali, creare la nuova agenzia per la sicurezza, stabilire le regole per lo stoccaggio dei rifiuti nucleari e le misure compensative per “corrompere” i comuni destinati ad ospitare i nuovi impianti. In sostanza il ddl è un mandato senza limiti che viene conferito al governo per costruire centrali nucleari a costo di militarizzare i siti.
Una scelta errata per un tema così delicato. Evitando il confronto con il paese si è scelto la via facile ma non la piu’ efficace. Come sanno bene gli stessi nuclearisti convinti della bonta’ delle loro proposte, il ritorno in Italia del nucleare puo’ avvenire solo con l’appoggio dei cittadini perche’ troppo ingenti sono gli investimenti necessari ed il loro costo aumenta se manca la sicurezza che non ci siano possibilita’ di intoppi autorizzativi o di ostilità da parte delle popolazioni.
Al momento i siti possibili per costruire i nuovi EPR (il modello francese adottato dall’Enel) sono solo sulla costa, troppo poca l’acqua assicurata dai fiumi, il nucleare e’ molto esoso di acqua, per ogni Kwh prodotto servono 3,2 litri (negli impianti slovacchi) e addirittura 49, 8 in quelli spagnoli, controllati da Enel. Montalto di Castro nel Lazio, Veneto, Friuli, Puglia, Molise e Sicilia sono i candidati per un mega impianto che potrebbe addirittura accorpare tutti e quattro i reattori ipotizzati.
-Roberto Meregalli
Beati i costruttori di pace

SOLARE DA ASPORTO

domenica, giugno 21st, 2009

Un consorzio di 20 grandi gruppi tedeschi prevede di investire 400 miliardi di euro per catturare i raggi solari nelle aree desertiche del Nord Africa e trasformarli in energia elettrica da inviare alle reti dei paesi europei.
In un futuro non troppo lontano, l’elettricità arriverà in Europa direttamente dal sole africano: un consorzio di 20 grandi gruppi tedeschi prevede di investire 400 miliardi di euro per catturare i raggi solari nelle aree desertiche del Nord Africa e trasformarli in energia elettrica da inviare alle reti dei paesi europei. Si tratta di Desertec, un progetto che per ora è solo sulla carta – scrive il quotidiano Sueddeutsche Zeitung – ma che promette di diventare il più grande del suo genere a livello mondiale. L’obiettivo è di soddisfare circa il 15% del fabbisogno di energia elettrica in Europa entro 10 anni.
Partecipano al consorzio, guidato dal colosso delle assicurazioni Munich Re, gruppi come la Siemens, la Rwe e la Deutsche Bank, ma al tavolo della prima riunione – fissata per il 13 luglio prossimo – siederanno anche rappresentanti del ministero dell’Economia tedesco e dell’organizzazione non governativa Club di Roma. “Vogliamo fondare una società con l’obiettivo di presentare piani di attuazione concreti entro due, tre anni”, ha detto al giornale Torsten Jeworrek, membro del consiglio di amministrazione della Munich Re. Anche partner europei e nordafricani potrebbero presto prendere parte a Desertec.
“Su Italia e Spagna siamo ottimisti e dal Nord Africa riceviamo segnali positivi”, ha spiegato Jeworrek, il quale si è invece dimostrato scettico sull’adesione dei francesi, “che puntano ancora molto sul nucleare”, ha detto. Il progetto si basa sulla generazione di energia termica solare con un contenuto tecnologico relativamente basso, poiché utilizzerà una sistema di specchi per riscaldare l’acqua piuttosto che una serie di sofisticate cellule fotovoltaiche. Per trasportare questa energia, è prevista la realizzazione di una nuova rete di trasmissione ad alta tensione dal deserto del Magreb fino all’Europa.(Ansa)

17 giugno 2009 -la nuova ecologia