Archive for the ‘riscaldamento del pianeta’ Category

Catastrofismo o realismo?

mercoledì, gennaio 5th, 2011

Ben vengano le reazioni: sono segno di vitalità ed è questa che da tempo siamo impegnati come persone e associazione. Ci ha fatto riflettere l’intervento di  Sorgenti-Assocarboni del 31/12/2010. E siamo qui proprio per dare continuità a quel dialogo che vorremmo fosse la nostra caratteristica.

Non ci sorprende il linguaggio ed il tono: fan parte del gioco di questa nostra cultura. Ma siamo pronti a confrontarci ogni qualvolta la sfida  si fa su situazioni concrete e drammatiche alla vista di tutti e che solo alcuni hanno il coraggio non solo di indignarsi ma anche di denunciare all’opinione pubblica.

E se il nostro atteggiamento è giudicato da catastrofisti, pessimisti, negativisti ebbene lo siamo. Dateci, diteci e portateci tutte le prove documentate per non esserlo.

Siamo disposti al confronto, al dialogo ogni qualvolta non ci si nasconde dietro a slogan, luoghi comuni o peggio a direttive di gruppi di interesse di qualsivoglia orientamento.

Come persone e associazione sentiamo prioritaria l’informazione e perciò la formazione per continuare a tener alta la testa come cittadini del mondo, vigili sul nostro presente affinchè ci sia futuro e che sia migliore per non essere maledetti da chi, dopo di noi, calcherà gli stessi luoghi geografici e culturali.

Comprensione e accettazione di questa sfida sarà ogni opportunità per rendere noti e condivisibili i nostri punti di vista per un impegno comune.

Se mai ci fosse bisogno di ricordarlo il pericolo di questo tipo di economia eccessivamente liberista, anche qui da noi, sembra volersi sostituire alla politica e qualche volta anche alla democrazia.

leonardo conte Legambiente

APPROFONDIMENTO Le perplessità sul polo energetico (La voce di Rovigo)

Per gli ambientalisti bisogna puntare sull’autoconsumo“Il vero catastrofismo è quello di chi non valuta i rischi”

ADRIA – “Assocarboni, qualche settimana fa ci ha accusati di catastrofismo e di avere una ’visione del mondo tutta negativa e contraria a qualsiasi valutazione obiettiva della realtà’. Ma se si vuole parlare di catastrofismo parlano i fatti: penso alle alluvioni che hanno inondato il mese scorso molti paesi del Vicentino, del Padovano e del Veronese colpendo brutalmente famiglie e attività varie. Segno di una scarsa considerazione del rischio idrogeologico e di subsidenza e di una insufficiente manutenzione dei letti dei fiumi e delle arginature. E, dicendo questo, penso alla contaminazione da idrocarburi dolosa che ha colpito il fiume Po ed alle ripercussioni che si avranno nei prossimi anni. Questo è il vero catastrofismo”.

Non usa mezzi termini il nuovo presidente cittadino di Legambiente Dario Griso nel rispedire al mittente le critiche spesso mosse all’associazione ambientalista da Assocarboni.
“La realizzazione del cosiddetto polo energetico che in sordina sta ormai prendendo forma – prosegue il presidente – incombe su di un territorio che presenta già molteplici problematiche legate al pericolo idrogeologico, alla subsidenza, al rischio desertificazione dei terreni, alla scarsa qualità delle acque superficiali e sotterranee, al problema del cuneo salino, al livello critico di inquinanti in atmosfera. Sembrerebbe una decisione presuntuosa modificare e stravolgere un sistema che è già difficilmente gestibile ma che allo stesso tempo fa comodo in certe circostanze vantarsi di disporre; un territorio chiamato Parco di particolare valenza ambientale e naturalistica”.
“La nostra visione del mondo – conclude – non è affatto negativa ma segue l’ottica del miglioramento perchè se ci guardiamo attorno esistono realtà efficienti ed organizzate e da queste dobbiamo prendere spunto per rivedere l’assetto sociale-turistico-infrastrutturale. E l’unica via d’uscita dalla crisi è legata al nostro territorio che va valorizzato e non deve essere depauperato ulteriormente. L’energia elettrica può essere prodotta per autoconsumo”.     A.B.
Articolo dalla Voce di Rovigo 31/12/2010

Considerazioni di fine anno 2010

domenica, dicembre 26th, 2010

Considerazioni di fine anno sui cambiamenti climatici.

In molti punti la consapevolezza dei problemi ambientali causati dall’uomo si è allargata in tutte le culture e nazioni del mondo, ma altrettanto in questi ultimi decenni, la catastrofe dell’economia basata su un smisurato sfruttamento delle risorse del pianeta ci sta portando verso il baratro. La responsabilità è tutta dell’uomo, ossia di una parte di uomini che non si accontentano mai.

La catastrofe consiste in gran parte nell’aumento della desertificazione e nella continua scomparsa di interi ecosistemi che sono indispensabili per la vita di tutti, nella progressiva ed inarrestabile perdita delle specie, animali e vegetali.

Ancora oggi alcuni popoli ricchi e capaci tecnologicamente vogliono esportare i loro modelli a ad altri paesi ritenuti arretrati e poveri, in realtà le vere intenzioni di queste relazioni sono coloniali. I realtà i paesi poveri sono ancora depredati, derubati e saccheggiati delle loro materie prime, pagati con briciole e mettendo a rischio la loro salute.

In questo inizio di terzo millennio la consapevolezza del cambiamento economico e del modello sociale basato sul consumismo doveva cambiare rotta, forse la metamorfosi culturale e sociale dei paesi ricchi è in atto, ma troppo lenta per arginare i cambiamenti fisici del pianeta.

Abbiamo cominciato da poco a capire le conseguenze e le responsabilità che le azioni dell’uomo hanno sul futuro della vita, infatti, non è più solo la paura per la l’auto catastrofe umana, ma purtroppo la catastrofe si espanderà per la vita stessa in tutte le sue forme.

Gli annunci di centinaia di laboratori scientifici liberi e di varie discipline ambientali di tutto il mondo ci mettono in serio allarme, forse anche per spronare i politici a consistenti provvedimenti economici.

Anche le religioni a partire dai 3 monoteismi hanno messo in seria considerazione le responsabilità umane su ciò che sta accadendo nella fisicità del pianeta.

Tutti siamo chiamati ad aver cura e rispetto degli elementi su cui si basa la vita sulla terra, tutti gli uomini dispongono di intelletto, ma pochi sanno di averlo.

È tempo che moderni e grandi cambiamenti culturali cambino il corso della storia non solo per salvare il genere umano, ma tutta la vita in tutti i suoi aspetti.

Circolo Legambiente Delta del Po

NAZIONI UNITE CONTRO IL PIANETA.

domenica, dicembre 26th, 2010

CANCUN: NAZIONI UNITE CONTRO IL PIANETA.
SOLO LA BOLIVIA SI SCHIERA CON I MOVIMENTI

35919. CANCUN-ADISTA. Se, come dice un proverbio cinese, un viaggio di mille leghe comincia con un passo, a Cancun l’umanità è rimasta ferma al nastro di partenza. Al di là della scontata – ma non per questo meno eclatante – manipolazione della verità da parte dei governi prima e dei mezzi di comunicazione poi, la 16.ma Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (Cop 16) ha consumato l’ennesimo crimine nei confronti del pianeta. “La storia giudicherà severamente”, ha denunciato la delegazione della Bolivia, unico tra 194 Paesi ad essersi opposto all’accordo approvato.

Un nuovo multilateralismo?

È stato salutato con grande enfasi, un po’ da ogni parte, il rilancio del multilateralismo, a cui la precedente Conferenza di Copenhagen aveva inferto colpi mortali. In realtà, come ha evidenziato l’Alleanza Sociale Continentale (composta da movimenti, reti e organizzazioni delle Americhe), l’accordo è stato raggiunto “attraverso negoziati condotti in gruppi piccoli e in riunioni informali, che hanno facilitato la divisione dei Paesi più poveri”. Questa presunta rivincita del multilateralismo, dunque, altro non sarebbe, secondo la delegazione boliviana, che la “vittoria delle Nazioni più ricche, che hanno intimidito e forzato altre Nazioni ad accettare un accordo nei termini per esse più convenienti”. I Paesi industrializzati – si legge nel comunicato della delegazione boliviana – “non hanno offerto nulla di nuovo a livello di riduzione di emissioni e di finanziamento”, tentando anzi di arretrare rispetto agli impegni esistenti. Per contro, sono state sistematicamente escluse le proposte, realmente efficaci, presentate dalla Bolivia sulla base dell’“Accordo dei Popoli” della Conferenza di Cochabamba sui cambiamenti climatici e i diritti della Madre Terra, svoltasi nell’aprile scorso in funzione anti-Copenhagen, che pure erano state integrate nel testo di negoziazione delle parti (v. Adista nn. 32 e 38/10).

Se di multilateralismo si tratta, insomma, è di sicuro una sua versione aggiornata, in cui gli accordi vengono conclusi, come ha sottolineato la delegazione boliviana, sempre “a spese delle vittime”. Non a caso, i movimenti sociali hanno ribattezzato la Conferenza “Cancunhagen”.

Verso la catastrofe

Secondo il governo boliviano, c’è una sola maniera di misurare il successo o meno di un accordo sul clima: quella che passa per l’effettiva riduzione delle emissioni di gas a effetto serra per prevenire il riscaldamento globale. Ed è su tale e decisivo punto che la Cop 16 rivela l’entità del suo fallimento. Per prima cosa, il testo della Conferenza fissa a 2 gradi centigradi il limite massimo di aumento della temperatura del pianeta, quando già l’aumento attuale di 0,76 gradi sta provocando una crescita esponenziale di fenomeni climatici estremi, con la morte di 300.000 persone ogni anno. Il limite fissato dal testo della Conferenza, in realtà, significherebbe per l’Africa un incremento di tre gradi – con conseguenze gravissime a livello di desertificazione e di accesso all’acqua -, e per gli Stati insulari la loro definitiva scomparsa sotto le acque oceaniche. “Per noi – ha detto il capodelegazione della BoliviaPablo Solon nel suo discorso finale – la ‘linea rossa’ è garantire che, da qui alla fine del secolo, nessuno degli Stati cessi di esistere”.

Di certo non sono mancati gli appelli accorati dei Paesi più vulnerabili, i quali, come ha ricordato il presidente di Palau Johnson Toribiong, sono proprio quelli meno responsabili del cambiamento climatico. “La situazione – aveva denunciato Bruno Sekoli, capo dell’Ufficio di Controllo del Clima del Lesotho e portavoce del gruppo dei Paesi meno sviluppati – per noi è disperata. I nostri Paesi stanno già lottando per la sopravvivenza. Tuvalu potrebbe scomparire sott’acqua in qualunque momento”. E il presidente guatemalteco Álvaro Colom, ricordando come il suo Paese abbia vissuto 109 giorni di emergenza sotto la pioggia, con danni materiali pari a un quarto del bilancio annuale dello Stato, ha invitato i delegati a ragionare in termini non di emissioni da ridurre ma di morti da evitare: “Dio ha dato agli esseri umani la capacità di perdonare e di dimenticare, ma alla natura non ha dato tale capacità”.

Ma c’è di peggio, di molto peggio, rispetto al limite fissato dalla Conferenza: non si sa, infatti, come si dovrebbe arrivare a contenere l’aumento della temperatura in ‘soli’ due gradi. L’accordo fa riferimento ad un secondo periodo di impegni all’interno del Protocollo di Kyoto, in scadenza nel 2012, rimandando la questione alla prossima Conferenza, che si terrà a Durban, in Sudafrica, nel 2011. Ma intanto lascia la porta aperta ad uno smantellamento del Protocollo – unico accordo giuridicamente vincolante sul clima che obbliga i Paesi ricchi a ridurre le loro emissioni (per quanto appena del 5% rispetto al 1990) -, includendo solamente l’adozione di impegni su base volontaria. Nient’altro, dunque, che promesse.

Ministri sulla luna

Eppure un segnale incoraggiante era venuto dalle potenze emergenti: la Cina (a cui in tanti avevano scaricato la responsabilità del fallimento di Copenhagen), l’India, il Brasile e il Sudafrica si erano dichiarati disponibili a tagliare le proprie emissioni attraverso impegni volontari ma legalmente vincolanti, accettando un meccanismo di misurazione e verifica delle proprie azioni di mitigazione, a condizione che i Paesi più industrializzati si impegnassero ad avviare la seconda fase del protocollo di Kyoto e ad assicurare un giusto contributo finanziario e tecnologico a favore dei Paesi in via di sviluppo. Ma se in tal modo la palla era tornata agli Stati Uniti, questi si sono ben guardati dal rilanciarla: il capo della delegazione statunitense, Todd Stern, ha detto chiaramente che il suo Paese non avrebbe sottoscritto alcun accordo giuridicamente vincolante. E non è stato da meno il negoziatore giapponese Jun Aruma, il quale ha affermato con altrettanta chiarezza che il Giappone non avrebbe fissato “i propri obiettivi all’interno del Protocollo di Kyoto a qualunque condizione e in ogni circostanza”. Non a caso, parlando a nome del “Gruppo ombrello” (di cui fanno parte, tra gli altri, gli Stati Uniti, il Giappone, la Russia, il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda), il ministro australiano dell’energia e del cambiamento climatico Greg Combet ha esaltato le virtù dell’Intesa di Copenhagen, basata proprio su un sistema di offerte volontarie.

Ed è così che il testo di Cancun si è limitato a stabilire che i Paesi industrializzati che hanno sottoscritto il Protocollo di Kyoto e gli Stati Uniti che si sono rifiutati di farlo fisseranno in una lista i propri obiettivi nazionali di riduzione delle emissioni. E i Paesi in via di sviluppo indicheranno anche loro, su una seconda lista, i propri impegni volontari, compatibilmente con le proprie esigenze di crescita economica. Peccato che, con le proposte indicate fino ad oggi, si arriverebbe, secondo gli esperti, ad un aumento di oltre 4 gradi, con conseguenze decisamente catastrofiche per l’umanità. Non a caso la Conferenza si è svolta in un lussuoso complesso alberghiero chiamato Moon Palace, il Palazzo della Luna: “Quello che i ministri stanno discutendo lì – ha commentato il dirigente di Vía Campesina Paul Nicholson – non ha niente a che vedere con la realtà. Stanno veramente sulla luna”.

La logica del mercato

Riguardo poi al meccanismo di finanziamento, il testo parla di un fondo globale di 100 miliardi di dollari a partire dal 2020, ma non dice chi provvederà a sborsarli, né come. Nulla garantisce, insomma, che tali aiuti siano, come chiedeva la Dichiarazione del Forum Internazionale di Giustizia Climatica, “non prestiti ma rimborsi, riconoscimenti del debito ambientale contratto da chi ha maggiormente danneggiato la Madre Terra”, e diretti unicamente a “mitigare il cambiamento climatico e fronteggiare i danni sociali, economici e ambientali da esso provocati”.

Inoltre, per quanto non sia detto in maniera esplicita, il fondo dovrebbe essere gestito almeno temporaneamente dalla Banca Mondiale, cioè proprio da quell’organismo, dominato dai Paesi ricchi, che si è reso responsabile dei progetti più devastanti a livello ambientale, che ha promosso l’indebitamento dei Paesi del Sud e che ha sponsorizzato il modello neoliberista in tutto il mondo.

Infine, come evidenzia la Rete italiana per la Giustizia ambientale e sociale, “Cancun conferma sostanzialmente il consolidamento della logica emersa a Copenaghen”, permettendo ai Paesi industrializzati di evadere le proprie responsabilità di riduzione delle emissioni e assicurando la continuità e l’espansione dei meccanismi basati sul mercato. Il fondo verde, i mercati di carbonio e il meccanismo dei Redd+ (Riduzione delle Emissioni contro Degrado e la Deforestazione), che introduce di fatto la privatizzazione delle foreste, “non sono altro che false soluzioni che istituiscono una sorta di ‘diritto di inquinare’”, compensando l’inadempienza degli impegni di riduzione delle emissioni da parte dei Paesi del nord con l’acquisto di diritti di emissione di altri Paesi. Non a caso, ha denunciato ancora Solon, sono state escluse dal documento tutte le opzioni estranee al mercato di carbonio, come quella, avanzata dall’Ecuador, di un meccanismo di compensazione per “emissioni nette evitate”: la rinuncia, cioè, allo sfruttamento di giacimenti petroliferi in cambio di un contributo economico (è il caso del progetto ecuadoriano del Parco Yasuní). Eppure, “strumenti come una tassa sulle transazioni finanziarie, una tassa sulle emissioni di carbonio o una conversione dei sussidi all’industria estrattiva potrebbero già oggi fare la differenza”, ha dichiarato Elena Gerebizza della Campagna per la Riforma della Banca Mondiale.

Quale consenso? Quale entusiasmo?

Ce ne è più che abbastanza, dunque, per giustificare il rifiuto della Bolivia, unico Paese a dire no all’accordo (incomprensibilmente, neppure il blocco dell’Alba si è schierato al suo fianco). Fossero stati gli Usa ad opporsi al documento, di sicuro nessuno avrebbe parlato di consenso. Ma, si sa, i Paesi non sono tutti uguali. E così, la presidenza messicana si è limitata a “prendere nota” delle riserve della delegazione della Bolivia, criticando la pretesa di questa di voler imporre il diritto di veto su un accordo “che con tanto lavoro hanno raggiunto gli altri partecipanti”. “Il precedente è funesto”, ha dichiarato Solon, annunciando che la Bolivia presenterà un reclamo formale per il modo in cui si è adottato l’accordo: “Non possiamo in alcun modo liquidare ciò che significa la regola del consenso”. “La regola del consenso non significa unanimità”, ha ribattuto la presidente della ConferenzaPatricia Espinosa, sostenuta dai partecipanti alla sessione plenaria, che applaudivano gli interventi della messicana e tacevano di fronte ai reclami del boliviano.

Entusiasta il presidente messicano Felipe Calderón, secondo il quale la Conferenza ha ristabilito la fiducia della comunità internazionale nel multilateralismo, dando inizio a “una nuova era di lotta giusta e corresponsabile al cambiamento climatico”. Quanto agli Stati insulari, che di certo hanno pochi motivi per entusiasmarsi, Calderón ha assicurato loro che non verranno abbandonati alla loro sorte: “Saremo con voi fino a trovare la soluzione comune per la casa comune”. Non si sa, però, se le parole di Calderón siano bastate a rassicurare gli Stati insulari di fronte alle proiezioni dell’Unep (Programma delle Nazioni Unite sull’ambiente) che parlano di una crescita del livello dei mari di 3.3 mm all’anno di media, o di fronte all’ultimo rapporto dell’Organizzazione Metereologica Mondiale, secondo cui i depositi di metano sotto il permafrost (terreno perennemente ghiacciato) artico stanno progressivamente liberando gas in atmosfera, un fenomeno che non si è mai visto fino ad alcuni anni fa. Ed è bene ricordare che il metano ha un potenziale di effetto serra 23 volte maggiore che l’anidride carbonica.

Per i mezzi di comunicazione, però, è tutto sotto controllo: di “un capolavoro di diplomazia” parla ad esempio Antonio Cianciullo su Repubblica.it (11/12), affermando che “il testo dell’accordo, approvato con il dissenso della sola Bolivia messo agli atti, fa dimenticare l’incubo del fallimento di Copenaghen e traccia la strada per un’intesa contro il caos climatico a cui dovrà essere data forma definitiva il prossimo anno”. “L’obiettivo era recuperare l’idea di un processo comune che ha per posta la salvaguardia degli ecosistemi su cui poggia la sicurezza di tutti. E questo obiettivo è stato raggiunto, come hanno dimostrato i ripetuti applausi e le dichiarazioni emozionate dei capi delegazione durante il rush finale notturno”. Certo, ammette Cianciullo, la somma degli sforzi volontari indicati da ogni Paese è circa la metà di quanto i climatologi delle Nazioni Unite avevano considerato necessario. “Serviranno dunque altre due mosse. La prima è incassare le cambiali già firmate rendendo obbligatori questi impegni in un accordo da siglare il prossimo anno. La seconda è rilanciare spingendo sulla green economy e magari ricorrendo anche a una carbon tax”. Più facile di così. (claudia fanti)

Poli al minimo

martedì, luglio 6th, 2010

Poli al minimo

La banchisa Wilkins, nell'Antartico

I ghiacci si riducono e si teme che l’Artico registrerà quest’estate un nuovo minimo. Anche in antartide i satelliti registrano la retrocessione dei ghiacciai

Più che mai in questa estate 2010 l’Artico è un sorvegliato speciale: dalla primavera i ghiacci hanno cominciato a ridursi, tanto da far temere un minimo simile a quello dell’estate 2007. Nel frattempo i satelliti hanno misurato un deciso assottigliamento dei ghiacci avvenuto dal 2003 ad oggi in Groenlandia e in Antartide e i primi dati sono stati presentati oggi, nel convegno sull’Osservazione della Terra organizzato dall’Agenzia Spaziale Europea (Esa) in Norvegia, a Bergen.

ARTICO SOTTO OSSERVAZIONE. Dopo un inverno rigido, nel quale i ghiacci del Nord avevano ritrovato l’aspetto abituale, in primavera la situazione è cambiata drasticamente. “Non siamo in grado di prevedere se questa evoluzione proseguirà verso un nuovo record minimo, ma stiamo osservando la situazione molto attentamente”, ha detto Johnny Johannessen, dell’Istituto norvegese Nersc (Nansen Environmental and Remote Sensing Center), a margine del convegno. “Stiamo monitorando la situazione quotidianamente”, ha aggiunto. Che i ghiacci ai Poli si stiano riducendo per Johannessen “è un fatto”: dal 1978 ad oggi, ha spiegato, i satelliti hanno osservato una riduzione costante e dall’analisi complessiva dei dati emerge che la superficie ghiacciata andata perduta equivale alla Francia. Perciò, se la tendenza attuale proseguirà nei prossimi anni, non resta che confermare la previsione secondo cui nel 2040 potrebbe non esserci più ghiaccio nell’Artico. Vale dire, ha spiegato, “che in estate quell’area sarà completamente aperta a sfruttamento petrolifero, pesca, turismo, mentre in inverno si tornerà formare ghiaccio nuovo, che non riuscirà però a sopravvivere all’estate successiva”. Nel frattempo i dati del satellite europeo Envisat mostrano che negli ultimi 7 anni lo spessore dei ghiacci della Groenlandia si è ridotto costantemente.

NON SOLO SCIOGLIMENTO. La situazione è più complessa di quanto si possa immaginare. Per Johannessennon basta dire che i ghiacci si sciolgono per effetto del riscaldamento globale, ma bisogna considerare fenomeni attivi a livello locale. Primi fra tutti, i venti. ‘C’é una forte evidenza che il vento trasporta i ghiacci attraverso l’Artico” ed “una delle ragioni del minimo del 2007 è da attribuire al fatto che la macchina dei venti è stata molto persistente e dinamica”. A dire l’ultima parola sullo scioglimento dei ghiacci saranno i dati del satellite dell’Esa Cryosat, che sta completando la fase di calibrazione degli strumenti.

GHIACCI ANTARTICI IN RETROMARCIA: La più grande riserva di ghiaccio del pianeta, l’Antartide, adesso è un po’ meno ricca. Le misure fatte dal satellite europeo Envisat dal 2003 ad oggi non lasciano spazio a dubbi e l’assottigliamento è avvenuto nella parte occidentale dell’Antartide. Presentando i dati, Benoit Legresy, del laboratorio francese di studi geofisici Legos, di Tolosa, ha rilevato che “sono anche evidenti le variazioni nel livello dei ghiacci avvenute periodicamente. Ci sono periodi nei quali il livello sale e altri in cui si riduce: fenomeni – ha osservato – niente affatto comuni”.

30 giugno 2010Clima Ghiacciai Artico La nuova ecologia

Politica e ambiente

domenica, maggio 2nd, 2010

[fonte Current TV]

Il cambiamento climatico non conosce barriere, non conosce confini, e tutti sono chiamati a partecipare alla battaglia per contrastarlo. Il modello economico in auge, l’economia del petrolio, si protrae da piu’ di un secolo, con conseguenze gravi nei sud del mondo. Per questo lo sforzo da compiere deve passare attraverso il concetto di “equita’”.

Scettici del clima?

lunedì, febbraio 8th, 2010

«Exxon finanzia gli scettici
dei cambiamenti climatici»

CO2

Centri studi e associazioni che mettono in dubbio che i cambiamenti climatici siano causati dall’uomo ricevono finanziamenti dal colosso petrolifero ExxonMobil: lo scrive l’Independent on Sunday, secondo cui i fondi finanziano una “campagna coordinata” per minare la convinzione che l’inquinamento umano provochi il riscaldamento globale

Centri studi e associazioni che mettono in dubbio che i cambiamenti climatici siano causati dall’uomo ricevono finanziamenti dal colosso petrolifero ExxonMobil: lo scrive l’Independent on Sunday, che cita esperti per i quali questi fondi servono a finanziare una “campagna coordinata” per minare la convinzione ormai radicata nell’opinione pubblica che l’inquinamento umano provochi il riscaldamento globale.
Da quando è esplosa la vicenda delle email di scienziati della University of East Anglia, nelle quali sembra emergere l’idea di un allarme volutamente esagerato sui mutamenti climatici (chiamata dai giornali che simpatizzano con gli scettici ‘climagate’), gli attacchi di questi centri studi contro i principali sostenitori dell’idea che l’uomo li provochi sono cresciuti in virulenza. Think tank come la Atlas Economic Research Foundation negli Usa e l’International Policy Network in Gb hanno ricevuto centinaia di migliaia di sterline dalla ExxonMobil, scrive il domenicale, con le quali sono stati organizzati seminari e convegni dei ‘negazionisti’ del ‘climate change’. Secondo il giornale, documenti della ExxonMobil indicano che la Atlas ha avuto dal gigante del petrolio 100.000 dollari nel 2008.

In molti casi, in questi convegni, sono state usate come ‘prova’ le email che a loro avviso mostrerebbero la falsità della previsione del possibile scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya entro il 2035. E proprio oggi il Sunday Times riferisce che Phil Jones, lo scienziato, al centro della vicenda delle mail diffuse per errore ha pensato “diverse volte” a togliersi la vita, sull’onda della campagna rabbiosa scatenata da molti media e blog che dubitano la stessa esistenza dei cambiamenti del clima. Jones – che si è autosospeso dalla carica di direttori del centro studi sul clima in attesa che si concluda un’inchiesta interna all’ateneo – ha detto al domenicale: “Sono solo uno scienziato. Non ho mai fatto un corso di pubbliche relazioni”. Da quando è scoppiato il caso il professore è dimagrito più di 7 chili.
Gli attacchi hanno colpito anche la commissione Onu sui cambiamenti climatici (Ipcc), e suoi studi asseritamente basati su fonti dubbie (l’accusa è rilanciata oggi anche dal Sunday Telegraph) e il suo direttore Rajendra Pachauri, assediato da alcuni giornali anche per la sua vita personale. E la campagna denigratoria sul ‘climate change’ e chi lo studia sembra avere successo: un sondaggio fatto in GB mostra che il 25% dei britannici ora dubita che esista il cambiamento climatico, mentre settimane fa era solo il 15%.

Per Bob Watson, consulente scientifico capo per il ministero dell’Ambiente britannico ed ex presidente dell’Ipcc, non ci sono dubbi: “Sembra che ci sia uno sforzo coordinato di un certo numero di scettici per distruggere la credibilità delle prove che dicono che i cambiamenti sono causati dall’uomo. Sono certo che ci siano alcuni di loro che sono ben finanziati dal settore privato per diffondere incertezze”. E Bob Ward, direttore del Grantham Research Institute on Climate Change alla London School of Economics, spiega: “Molte argomentazioni scettiche vengono fatte da persone con comprovate idee di destra che dicono ‘No’ a ogni regolamentazione ambientale del mercato. E chiaramente ricevono soldi che consentono loro di disseminare il loro punti di vista. Non riuscirebbero a farlo così ampiamente se non avessero i soldi delle compagnie petrolifere”. (Ansa).

la nuova ecologia

08 febbraio 2010Clima Exxon Emissioni

«Il mondo è qui e vi guarda»

giovedì, dicembre 17th, 2009

copAl Bella Center di Copenhagen presentazione delle mobilitazioni previste per la giornata di domani. Per chiedere ai governi di giungere a un buon accordo vincolante e impegnativo
Link Da domani diretta dal summit su Stopthefever.org

La resistenza che da ieri i Paesi Africa e del G77 hanno messo in atto, rifiutandosi di partecipare ai gruppi di lavoro e alla Plenaria della COP15, per protestare contro le pressioni subite per chiudere un cattivo accordo sul clima, dimostra che questi negoziati, tanto preziosi per la sopravvivenza del pianeta, sono appesi ad un filo di saggezza. I Paesi più ricchi vogliono chiudere con il protocollo di Kyoto e disattendere gli impegni internazionali assunti con il Bali Action plan e questo è un oltraggio per i loro cittadini, oltre che per l’intelligenza di chi li guarda con speranza e fiducia nella responsabilità che i loro incarichi dovrebbero portare con sé. Dobbiamo spingerli a rispettare i loro impegni.

È per questo che la rete che vede insieme a Copenhagen la Coalizione Climate justice now! e la Climate Justice Network – rapresentative di realtà diverse come contadini, produttori, lavoratori, ong, organizzazioni ambientaliste e movimenti sociali di tutto il mondo – e che ha dato vita alla grande manifestazione pacifica di sabato, convoca una giornata di mobilitazione per domani, 16 dicembre, perché a Copenhagen, come in tutto il pianeta, si raggiunga un buon accordo vincolante e impegnativo per dare una possibilità concreta di futuro.

“Per la prima volta – afferma Maurizio Gubbiotti di Legambiente – un appuntamento della Conferenza delle Nazioni Unite sul clima, vede insieme tante persone diverse, di Paesi e con responsabilità differenti, a chiedere di partecipare con responsabilità e attenzione a questo processo decisionale sul futuro del pianeta. Questo non è un appuntamento come gli altri, e la loro preoccupazione, raccolta e condivisa da tanti leader internazionali del Sud, non può rimanere senza una risposta adeguata. I nostri governi devono rispondere, con più fondi e con una capacità di leadership adeguata a questi problemi”.

“Sono anni – sottolinea Alberto Zoratti dell’organizzazione equosolidale Fair – che nel rapporto quotidiano con le organizzazioni di tutto il mondo realtà e comunità anche piccole si trovano a doversi soccorrere a vicenda perché colpite da uragani oppure da siccità improvvise. Le conseguenze dei cambiamenti climatici sono davanti ai nostri occhi, nelle mail che ci scambiamo, nei progetti che costruiamo insieme. Eppure i governi di tanti dei Paesi colpiti oggi denunciano che non c’è posto, nei negoziati ufficiali, per le loro preoccupazioni, per le loro richieste. Non c’è posto per queste testimonianze che qui a Copenhagen stanno facendo aprire gli occhi a tutti sul nostro clima che cambia”.

La giornata del 16 e l’Assemblea dei Popoli convocata per quel giorno ci vedrà protagonisti: testimoni, storie, esperienze, che nelle istituzioni e fuori, a Nord e a Sud, stanno lottando per mettere i diritti prima dei profitti, con esperienze concrete di gestione del territorio e di condivisione dei beni comuni.

La nuova ecologia 15 dicembre 2009

Ghiacciai Addio

sabato, dicembre 12th, 2009

Se vi ha fatto pensare, almeno solo un pò, il precedente filmato “Come salvare il pianeta”, questo vi farà pensare quanto importante sia la salvaguardia del territorio.

Anche questo filmato è stato trasmesso su Current TV ed è un viaggio nei cambiamenti climatici, che parte dall‘ osservazione dello scioglimento dei ghiacciai per proseguire in quello che viene definito il surriscaldamento globale e con gli effetti che questo avra’ nel caso in cui l‘ umanita’ non cambi rotta.

Come Salvare il Pianeta

sabato, dicembre 12th, 2009

Cari amici, in questo post ho inserito un filmato concessomi dalla redazione di Current TV, la TV senza Censura. Si tratta di un documento fantastico, di cui in giro si trovano solamente alcune promo, della durata di 55 minuti dove si parla di Kyoto, Copenhagen, della legge americana in tema ambientale e con un’ intervista esclusiva a Al Gore che parla, oltre che degli Stati Uniti, di come si dovrebbero muovere l’ Italia e gli altri stati per salvare il nostro pianeta.

Se avete la possibilità inviate il link del filmato ai vostri amici e conoscenti, ed ora ecco il filmato.

VERSO Copenaghen: le nostre firme per salvare il pianeta!

venerdì, ottobre 30th, 2009

01protesta 

Nel vertice mondiale che si terrà a Copenhagen in dicembre i rappresentanti dei governi dovranno decidere come fermare i cambiamenti climatici: moltissimi e autorevoli studi ormai confermano che è necessario e urgente per salvare il Pianeta dalla catastrofe climatica ridurre del 40% le emissioni di CO2 nei Paesi industrializzati.   Pertanto chiediamo allo Stato Italiano, anche per rilanciare l’economia in crisi, di adoperarsi con noi per:

  • Un metro quadrato a testa di solare termico
  • 10.000 MW di pannelli fotovoltaici
  • Un milione di case efficienti all’anno
  • semplificazione delle procedure burocratiche

 FIRMA LA PETIZIONE