Il partito della paura
venerdì, luglio 1st, 2011
di MYRIAM INES GIANGIACOMO
Il tema della sicurezza rimanda alla condizione umana, alla nostra vulnerabilità originaria, ma acquista realtà come percezione soggettiva. Cosa sono sicurezza e insicurezza? Fatti oggettivi, opinioni? Come spiegare il divario fra la sicurezza reale e quella percepita? Quanto più acuta è la percezione collettiva di vulnerabilità, esposizione a rischi, scarsità del bene “sicurezza”, tanto più si estende la paura sociale, favorendo l’innalzarsi dei livelli di aggressività nelle relazioni. Oltre certi limiti, inoltre, la paura rende il cittadino facile preda dalla propaganda che promette sicurezza.
Come insegna la teoria degli atti linguistici di Austin, il linguaggio non è solo veicolo di trasmissione di informazioni ma è anche un agire attraverso il quale si indirizzano i comportamenti individuali e sociali. Parlare ossessivamente di paura, indicare la sicurezza come problema principale, produce una percezione della realtà quasi esclusivamente lungo l’asse paura-sicurezza. Oggi, inoltre, per l’homo videns il visibile prevale sull’intelligibile, di conseguenza la capacità di comprensione della complessità viene progressivamente meno. Spesso esiste solo quello che si sente e si vede in tv. Si innesca così un circolo vizioso: i discorsi e le immagini sulla paura la rendono reale e la paura indotta struttura la società e dà forma alla politica. Paure che sembrano invadere tutti gli ambiti della nostra esistenza, che rischiano di essere ancora più angoscianti perché più impalpabili, anonime e quindi meno controllabili. La dialettica fra paura e sicurezza oggi contraddistingue le organizzazioni internazionali, gli Stati, i partiti e le altre forme associative. Si tende ad affermare una logica particolaristica che rende il gruppo tanto più coeso, e quindi discriminante verso l’esterno e conformista al proprio interno, quanto più alta è la percezione dei rischi presenti nell’ambiente, fino al paradosso di “produrre” i propri nemici proprio per esigenze di autoidentificazione e rassicurazione. In un contesto di crescente pluralismo etnico, la presenza di stranieri può essere vissuta da una larga parte dei cittadini come gigantesca fonte di insicurezza nella quale confluiscono e si confondono tutte le altre paure e speranze deluse. Come ha mostrato René Girard, l’ansia, la tensione, l’ossessione, il senso di impotenza possono condurre all’identificazione di un capro espiatorio. L’altro diventa un ottimo catalizzatore di paure e insicurezze di natura immateriale. Attraverso la fisicità che in tal modo assumono, queste sembrano acquisire anche la possibilità di essere combattute, allontanate, sconfitte. Ma nessuno può ragionevolmente avanzare la pretesa di eliminare la paura: solo un mondo senza morte, dolore e violenza sarebbe in grado di liberarsene. Occorre dunque convivere con la paura: lo si può fare lasciando che ci sovrasti o riuscendo, in qualche modo, a governarla. Nel primo caso si resta inchiodati, assorbiti da essa. Nel secondo non si permette che la paura cresca oltre misura e monopolizzi il campo dell’agire politico, anche grazie alla promozione di un ethos pubblico e privato capace di dominarla. Un lavoro faticoso che investe tutti gli ambiti della politica, della società e delle relazioni.
Come nota Elena Pulcini, in questa nuova epoca di paura, consci dell’improduttività degli strumenti che avevamo escogitato per esorcizzarla, assistiamo attoniti agli eventi minacciosi che sembrano incombere su di noi e rispondiamo con un «individualismo difensivo e apatico» o con un «comunitarismo tribale», atteggiamenti opposti e coincidenti a un tempo, poiché entrambi mettono a repentaglio l’obiettivo dell’ordine politico moderno: l’autoconservazione. Per provare a pensare e agire oltre la spirale della paura, per sottrarsi all’asse paura-sicurezza che stritola la nostra esistenza e inibisce la nostra capacità di agire nello spazio politico comune che abitiamo, si può percorrere la direzione indicata da Hanna Arendt: iniziare a praticare quella particolare passione che già Tocqueville aveva definito come la “passione della libertà”. Una libertà non intesa come liberazione dalle passioni in nome della sicurezza e dell’ordine o come garanzia della proprietà privata e possibilità di ritirarsi dallo spazio pubblico, ma che si configura come virtù politica, che agisce nella dimensione relazionale della sfera pubblica, manifestazione della possibilità di dare inizio al nuovo, poiché espressione di un desiderio dell’essere umano che non si vede rinchiuso nel privato, paralizzato e atterrito, ma al contrario si mette in relazione con gli altri nello spazio pubblico della polis.








