Archive for the ‘POVERTA’’ Category

Il partito della paura

venerdì, luglio 1st, 2011

Bambini in un campo nomadi
L’OPINIONE Siamo sempre più influenzati dalla propaganda sulla sicurezza. Ma non possiamo permetterci che l’ansia monopolizzi il campo dell’agire politico
di MYRIAM INES GIANGIACOMO

 

Il tema della sicurezza rimanda alla condizione umana, alla nostra vulnerabilità originaria, ma acquista realtà come percezione soggettiva. Cosa sono sicurezza e insicurezza? Fatti oggettivi, opinioni? Come spiegare il divario fra la sicurezza reale e quella percepita? Quanto più acuta è la percezione collettiva di vulnerabilità, esposizione a rischi, scarsità del bene “sicurezza”, tanto più si estende la paura sociale, favorendo l’innalzarsi dei livelli di aggressività nelle relazioni. Oltre certi limiti, inoltre, la paura rende il cittadino facile preda dalla propaganda che promette sicurezza.

Circolo vizioso

Come insegna la teoria degli atti linguistici di Austin, il linguaggio non è solo veicolo di trasmissione di informazioni ma è anche un agire attraverso il quale si indirizzano i comportamenti individuali e sociali. Parlare ossessivamente di paura, indicare la sicurezza come problema principale, produce una percezione della realtà quasi esclusivamente lungo l’asse paura-sicurezza. Oggi, inoltre, per l’homo videns il visibile prevale sull’intelligibile, di conseguenza la capacità di comprensione della complessità viene progressivamente meno. Spesso esiste solo quello che si sente e si vede in tv. Si innesca così un circolo vizioso: i discorsi e le immagini sulla paura la rendono reale e la paura indotta struttura la società e dà forma alla politica. Paure che sembrano invadere tutti gli ambiti della nostra esistenza, che rischiano di essere ancora più angoscianti perché più impalpabili, anonime e quindi meno controllabili. La dialettica fra paura e sicurezza oggi contraddistingue le organizzazioni internazionali, gli Stati, i partiti e le altre forme associative. Si tende ad affermare una logica particolaristica che rende il gruppo tanto più coeso, e quindi discriminante verso l’esterno e conformista al proprio interno, quanto più alta è la percezione dei rischi presenti nell’ambiente, fino al paradosso di “produrre” i propri nemici proprio per esigenze di autoidentificazione e rassicurazione. In un contesto di crescente pluralismo etnico, la presenza di stranieri può essere vissuta da una larga parte dei cittadini come gigantesca fonte di insicurezza nella quale confluiscono e si confondono tutte le altre paure e speranze deluse. Come ha mostrato René Girard, l’ansia, la tensione, l’ossessione, il senso di impotenza possono condurre all’identificazione di un capro espiatorio. L’altro diventa un ottimo catalizzatore di paure e insicurezze di natura immateriale. Attraverso la fisicità che in tal modo assumono, queste sembrano acquisire anche la possibilità di essere combattute, allontanate, sconfitte. Ma nessuno può ragionevolmente avanzare la pretesa di eliminare la paura: solo un mondo senza morte, dolore e violenza sarebbe in grado di liberarsene. Occorre dunque convivere con la paura: lo si può fare lasciando che ci sovrasti o riuscendo, in qualche modo, a governarla. Nel primo caso si resta inchiodati, assorbiti da essa. Nel secondo non si permette che la paura cresca oltre misura e monopolizzi il campo dell’agire politico, anche grazie alla promozione di un ethos pubblico e privato capace di dominarla. Un lavoro faticoso che investe tutti gli ambiti della politica, della società e delle relazioni.

Riprendiamoci la polis

Come nota Elena Pulcini, in questa nuova epoca di paura, consci dell’improduttività degli strumenti che avevamo escogitato per esorcizzarla, assistiamo attoniti agli eventi minacciosi che sembrano incombere su di noi e rispondiamo con un «individualismo difensivo e apatico» o con un «comunitarismo tribale», atteggiamenti opposti e coincidenti a un tempo, poiché entrambi mettono a repentaglio l’obiettivo dell’ordine politico moderno: l’autoconservazione. Per provare a pensare e agire oltre la spirale della paura, per sottrarsi all’asse paura-sicurezza che stritola la nostra esistenza e inibisce la nostra capacità di agire nello spazio politico comune che abitiamo, si può percorrere la direzione indicata da Hanna Arendt: iniziare a praticare quella particolare passione che già Tocqueville aveva definito come la “passione della libertà”. Una libertà non intesa come liberazione dalle passioni in nome della sicurezza e dell’ordine o come garanzia della proprietà privata e possibilità di ritirarsi dallo spazio pubblico, ma che si configura come virtù politica, che agisce nella dimensione relazionale della sfera pubblica, manifestazione della possibilità di dare inizio al nuovo, poiché espressione di un desiderio dell’essere umano che non si vede rinchiuso nel privato, paralizzato e atterrito, ma al contrario si mette in relazione con gli altri nello spazio pubblico della polis.

L’autrice è filosofa consulente, vicepresidente di ManagerZen e Aif Lazio, presidente di Spazi dell’anima (La Nuova Ecologia, giugno 2011)

 

 

Un bambino nascerà…

giovedì, giugno 30th, 2011

Fra qualche settimana nascerà un bambino e la terra raggiungerà i 7 miliardi di persone (7,000,000,000). Non si sa in quale parte del mondo il bambino nascerà, ma quello che sicuro è: è che nascerà. Circa 20 anni fa a Saraievo è nato il bambino del sesto miliardo (in realtà si sono inventati di farlo nascere proprio a Saraievo, forse per dare speranza). Mentre tutte le statistiche indicano che con il ritmo di ora, lievemente rallentato, in 14 anni le nuove nascite porteranno la popolazione mondiale a 8 miliardi di persone. Non serve fare commenti, chiunque può porsi delle domande e chiedersi, ma dove stiamo andando? Erasmo da Roterdam già 5 secoli orsono scrisse “l’Elogio alla Follia”, naturalmente quella dell’uomo. Certo è che gli ottimisti pensano che alla fine, in “estremis” si riuscirà a fare una bella e grande astronave per evacuare e trovare salvezza in altri pianeti, mentre i pessimisti parlano di apocalisse senza speranza. Non so chi ha ragione, ma nessuno dei casi sembra alettante. Ma con tutta la storia ed il sapere dell’uomo dovremmo fare questa fine? Non si potrebbe usare il cervello? Esempio non si potrebbe finire di colonizzare i paesi a bassa tecnologia e lasciare che vivano come gli pare a loro, senza importare la nostra così detta micidiale democrazia? In poche parole smettere di rubare le risorse degl’altri.

Merce:organi umani

sabato, maggio 14th, 2011

La proposta di un mercato legalizzato di organi umani

Società cannibali di GIULIA GALEOTTI

La proposta non è nuova. Già nel 2006, il “San Francisco Chronicle” ospitò un intervento del premio Nobel per l’economia Gary Becker – poi rilanciato da “The New York Times” e “The Wall Street Journal” – nel quale si chiedeva l’apertura di un mercato legale per la vendita di organi umani. L’appello nasceva, oltre che dalla consapevolezza della diffusione del turismo dei trapianti, dalla considerazione che un atto disperato del quale un tempo ci si vergognava – l’acquisto clandestino di un rene o di un fegato nel timore di non sopravvivere alle lunghe liste d’attesa americane – era ormai sostanzialmente diventato un comportamento socialmente accettato. Recentemente è stata Jessica Pauline Ogilvie ad auspicare la legalizzazione del mercato dei reni dalle pagine del “Los Angeles Times”: se fosse legale venderli e acquistarli, tante persone povere avrebbero di che vivere e molti malati risolverebbero i loro problemi. Il dibattito è acceso. In presenza di un consenso pieno e informato, con tutta l’assistenza medica necessaria prima e soprattutto dopo il prelievo, e alla luce dell’incontrovertibile dato che, piaccia o meno, il fenomeno è ormai diventato una realtà diffusa, in molti – compresi alcuni medici – ritengono che la compravendita del rene andrebbe legalizzata. Del resto, quanto più le democrazie occidentali si orientano verso l’autodeterminazione del singolo nelle scelte relative a salute e vita, tanto più è verosimile che gli ostacoli giuridici a livello di principio vengano presto superati. I contrari obiettano che un tale mercato beneficerebbe solo i ricchi; che escludendo il dono si verrebbe a determinare una forma di moderna schiavitù; che è una menzogna giuridica parlare di consenso pieno e libero dinnanzi alla disperazione che ti induce a vendere una parte di te; che una donazione commerciale legalizzata avrebbe un impatto negativo sulla donazione volontaria di organi da cadavere, che rappresenta invece la principale fonte di risorse in molti Paesi. Anche Giuseppe Remuzzi, medico italiano specializzato in trapianti, pur riconoscendo la disperazione di tanti, ha scritto sul “Corriere della Sera”: “Non possiamo accettare che ci sia compravendita di organi, nemmeno regolamentata per legge”. Condividendo appieno l’opposizione a un simile commercio, il problema morale non risulta tanto quello del venditore. Nella storia umana, le persone disperate hanno compiuto una triste gamma di gesti disperati per salvare se stessi e i propri cari. Se la scienza medica permette oggi di superare la frontiera dell’immaginabile, la ratio sottesa è la medesima: la disperazione folle indotta dalla povertà. E società che “legittimano” questa disperazione sono società incapaci di difendere i loro cittadini. Il problema più grave, però, è imputabile all’acquirente. Al di là di qualsiasi altra considerazione, infatti, il vero nodo risiede qui: siamo davvero disposti ad accettare che una persona acquisti la salute, o che si salvi la vita, comprando pezzi di ricambio dal corpo altrui? Il sospetto che società aperte a questo mercato siano, di fatto, società cannibali è drammatico e reale. (©L’Osservatore Romano 14 maggio 2011)

Una sola cima in punta a una montagna

mercoledì, aprile 6th, 2011

Non c’è che una sola cima in punta a una montagna

Cinque secoli fa, il 12 ottobre 1492, Cristoforo Colombo scoprì l’America. In realtà quello che allora si scoprì, nel senso che venne allo scoperto, fu la realtà della cultura occidentale e della cristianità che l’aveva fondata, l’una e l’altra incapaci di riconoscere come proprio simile l’uomo non occidentale. Già le crociate in Oriente avevano messo a nudo questa verità, con la scoperta del “nuovo mondo” questa verità non fu più contestabile, e non lo è a tutt’oggi se è vero che quando nel 1985 Giovanni Paolo si recò in Perù, un gruppo di rappresentanti delle etnie indie, tra i quali Ramiro Reynaga dei Quechua, gli consegnarono questa lettera:

“Noi indios delle Ande e dell’America abbiamo deciso di approfittare della visita di Giovanni Paolo per restituirgli la sua Bibbia, perché in cinque secoli essa non ci ha dato amore, né pace, né giustizia. Per favore, riprenda la sua Bibbia e la restituisca agli oppressori, perché loro più di noi hanno bisogno dei precetti morali in essa contenuti. Infatti, con l’arrivo di Cristoforo Colombo, in America si sono imposti una cultura, una lingua, una religione e valori che erano propri dell’Europa”. (Ramiro Reinaga dei Qnechua)

Ma tutto ciò in qualche modo è noto, meno noto, e drammaticamente più inquietante è il fatto che quando Colombo, all’alba del 12 ottobre 1492, incontrò i primi indigeni nella piccola isola dei Caraibi da lui battezzata San Salvador: l’uomo incontrò se stesso e non si riconobbe. In questo fallimento è il senso di quell’evento grandioso e tragico.

Da Umberto Galimberti - Parole Nomadi
Ricordo le parole dello storico e scrittore maliano Amadou Hampàté Bà, una delle figure più belle della storia africana contemporanea. Un personaggio dotato di grande carica umana e spirituale e di un raro senso di tolleranza. Ecco il suo commento dopo aver pregato sul Monte Sion, nel 1961, per la pace nel mondo – lui, musulmano, con un prete cattolico e un rabbino ebreo

“Non c’è che una sola cima in punta a una montagna, ma i sentieri per raggiungerla possono essere diversi. Considero il Cristianesimo, l’Ebraismo e l’Islam come tre fratelli di una famiglia poligama, dove c’è un solo padre, ma dove ogni madre ha cresciuto suo figlio secondo i propri costumi. Ogni moglie parla del marito e del figlio secondo la propria concezione”.

 

COMUNITÀ INDIGENE CONTRO L’ENEL

lunedì, marzo 28th, 2011

GUATEMALA: COMUNITÀ INDIGENE CONTRO L’ENEL.
«AIUTATECI A SCONGIURARE UN MASSACRO»

Notizie di ADISTA:

36076. COTZAL-ADISTA. Una vergogna italiana targata Enel: così i rappresentanti del “Consejo de Juventudes Maya, Garifuna y Xinca de Guatemala” descrivono il conflitto esploso nel municipio guatemalteco di Cotzal, nel Quiché, tra l’Enel Green Power (la società del gruppo Enel che gestisce il business relativo alle energie rinnovabili) e la comunità maya ixil di San Felipe Chenla, mobilitata dal 3 gennaio scorso contro la costruzione da parte dell’impresa italiana della centrale idroelettrica di Palo Viejo. La comunità ixil, amministrata secondo le usanze indigene maya da un consiglio di anziani, ha bloccato la strada per impedire l’arrivo dei camion con i materiali per la costruzione della centrale, decisa a mantenere la protesta fino a quando l’Enel non si impegnerà in un dialogo serio. Il tutto nel rispetto dell’articolo 45 della Costituzione guatemalteca, che riconosce il diritto della popolazione alla resistenza pacifica qualora lo Stato agisca contro il suo interesse.

Nei mesi scorsi, riferisce il “Consejo de Juventudes”, l’Enel aveva ricevuto l’autorizzazione per la costruzione della centrale direttamente dal sindaco del municipio di Cotzal, José Perez Chen, attualmente latitante, contro cui pesa un ordine di cattura per i reati di esecuzione extragiudiziale, abuso d’autorità e istigazione a delinquere. Né il sindaco né l’impresa italiana hanno comunque rispettato le procedure previste dalla Convenzione 169 dell’Oit (o Ilo, Organizzazione Internazionale del Lavoro), ratificata dal Guatemala, che stabilisce l’obbligo di consultazione delle comunità indigene prima dell’avvio di qualunque attività nelle loro terre e il divieto di dare inizio a un qualsiasi progetto senza previo accordo con le comunità. L’Enel Green Power, pienamente supportata dall’ambasciata italiana – «gli Stati al servizio delle multinazionali», commenta Aldo Zanchetta, dando la notizia sul Mininotiziario America Latina dal Basso (n. 13/11) – non solo si è rifiutata di dialogare con la comunità ixil, ma, denunciano gli indigeni, ha seguito la via delle intimidazioni e delle minacce, auspicando l’intervento delle autorità guatemalteche per ristabilire “lo Stato di diritto” in difesa dei propri investimenti. E così il 18 marzo scorso agli uomini, alle donne e ai bambini di San Felipe Chenla è sembrato di ripiombare nell’incubo del conflitto armato interno, quando l’altopiano maya era teatro di inenarrabili orrori: 500 soldati in assetto da guerra e forze antisommossa hanno circondato la comunità, mentre tre elicotteri civili e due militari l’hanno sorvolata per tutto il pomeriggio a bassa quota. Grazie anche a una tempestiva attività di denuncia tra il Guatemala e l’Italia, l’esercito si è per il momento ritirato, ma la tensione resta altissima. E il governo guatemalteco ha diffuso un minaccioso comunicato in cui condanna le azioni, definite fuori legge, di alcune organizzazioni “radicali”, promettendo punizioni e arresti: una promessa del resto totalmente in linea con la politica di criminalizzazione delle comunità indigene portata avanti con forza sempre maggiore dal governo di Alvaro Colom in difesa degli investimenti delle multinazionali. «Responsabilizziamo l’Enel, il municipio di San Juan Cotzal e lo Stato guatemalteco per qualunque attentato che possano soffrire i nostri leader, le nostre autorità comunitarie e la popolazione in generale», hanno dichiarato le comunità di Cotzal in una lettera aperta alla comunità nazionale e internazionale, all’ambasciatore dell’Italia in Guatemala e al popolo italiano. Nella speranza che non si ripeta quanto avvenuto nel 1982 in seguito alla costruzione della diga Chixoy in Verapaz, appaltata ad un consorzio controllato dall’impresa italiana Impregilo, allora Impresit-Cogefar (progetto il cui costo finale si rivelò del 300% superiore alle previsioni, determinando un incremento del debito pubblico del Paese centroamericano): prima del completamento dei lavori, gli squadroni della morte guidati dal generale Rios Montt massacrarono 480 uomini, donne e bambini del villaggio Rio Negro che si opponeva allo sfollamento forzato. (claudia fanti)


 

Restituiscano ciò che hanno rubato.

domenica, gennaio 16th, 2011

La corruzione minaccia il prestigio e la credibilità delle istituzioni, inquina e distorce gravemente l’economia, sottrae risorse destinate al bene della comunità, corrode il senso civico e la stessa cultura democratica. Per questo motivo raccoglieremo un milione e mezzo di cartoline da inviare al Presidente Napolitano per chiedergli di intervenire, nelle forme e nei modi che riterrà più opportuni, affinché il governo e il Parlamento ratifichino quanto prima e diano concreta attuazione ai trattati, alle convenzioni internazionali e alle direttive comunitarie in materia di lotta alla corruzione nonché alle norme, introdotte con la legge Finanziaria del 2007, per la confisca e l’uso sociale dei beni sottratti ai corrotti.

Rassegna stampa

È ORMAI TEMPO DI SVEGLIARVI DAL SONNO (RM 13,11)

martedì, novembre 23rd, 2010

ADISTA

di mons. Giuseppe Casale

Per i cattolici italiani è giunto il tempo di un severo esame di coscienza. Quali responsabilità di fronte ai guasti della vita pubblica che si fanno ogni giorno più gravi? E non parlo solo dei quotidiani scandali che riempiono le pagine di cronaca. Parlo del degrado della vita politica e della tranquilla accettazione di un metodo di governo che promette illusioni e lascia affogare il Paese nella “monnezza”. Non solo a Napoli e a Palermo, ma dovunque si vive di malaffare, di illegalità, di soprusi.

Come hanno reagito i cattolici all’indegno trattamento riservato a migliaia di migranti (tra cui tanti profughi) respinti in veri campi di concentramento? Invece di reagire all’operato del governo, hanno applaudito o tacitamente acconsentito, preferendo difendere il loro risicato benessere, che si fa ogni giorno più precario. Chi ha levato la voce contro una situazione del lavoro che vede disoccupati migliaia di giovani e costringe tanti operai a sopravvivere con la cassa integrazione?

Non è sufficiente tenere in regola i conti dello Stato. Questo può farlo qualunque buon ragioniere. È urgente un’azione che ponga fine agli squilibri esistenti tra chi ha molto (in alcuni casi, troppo) e chi non ha niente, tra chi sguazza nel lusso e chi stenta a mettere insieme quanto serve per le quotidiane necessità. Abbiamo detto molte belle parole. Ma non abbiamo avuto il coraggio di denunciare i mali di un capitalismo globalizzato che aumenta i dividendi delle anonime finanziarie (vere centrali di ingiustizia) e tratta gli operai come merce di scambio.

Quanti cattolici che si riempiono la bocca di dottrina sociale cristiana sono pronti ad impegnarsi di persona, non per la conquista di un pezzo di potere, ma per un cambiamento che ponga al centro del dibattito i temi della pace, del disarmo, della solidarietà?

È giusto difendere la vita dall’inizio alla sua conclusione. Ma è ancora più urgente difendere la vita di milioni di bambini che muoiono di fame. È ancora più urgente impegnarsi per la pace tra i popoli, scoraggiare i risorgenti nazionalismi. Il governo, invece di far propaganda per innamorare i giovani per la vita militare, li aiuti a inserirsi nel mondo del lavoro, crei tutte le occasioni per non lasciare inoperose migliaia di braccia e di menti, per cui tanto si è speso negli anni della formazione scolastica.

Ai cattolici dico: è tempo di agire. Non sognando un nuovo partito cattolico o di cattolici. Non mirando a una fetta di potere. Ma operando in tutti i settori della vita pubblica con una coraggiosa testimonianza di onestà e di competenza.

Ai cristiani di Roma Paolo lanciava un forte monito: “È ormai tempo di svegliarvi dal sonno” (Rm 13,11).

Abbiamo dormito troppo. Abbiamo troppo pensato al nostro interesse personale, a una sterile difesa dei diritti della Chiesa. I diritti della Chiesa sono i diritti dei poveri, degli emarginati, degli esclusi, degli oppressi da una società che riesce ad attutire o a spegnere qualunque sussulto di rivolta contro l’imperante conformismo. Di quel perbenismo che concilia il dirsi cattolico e il vivere una vita di immoralità e di menzogna.

È ormai indilazionabile l’impegno a porre a base della nostra vita non la ricerca del potere, ma il servizio, praticando la carità che è la “pienezza della legge” (Rm 13,1). Non c’è legalità se non c’è un forte sussulto di amore, di gratuità, di condivisione.

* Arcivescovo emerito di Foggia-Bovino

Cambiare gli stili di vita

lunedì, novembre 15th, 2010

Benedetto XVI

il Gazzettino.it- 14/nov/2010

ROMA (14 novembre) – La«tentazione per le economie più dinamiche», nella economia della crisi, è «ricorrere ad alleanze vantaggiose» ma «gravose per gli Stati più poveri», con prolungamento di «situazioni di povertà estrema di masse di uomini» e prosciugamento delle «risorse natuali». Lo ha denunciato il Papa durante l’Angelus di stamattina, appellandosi ai paesi «di antica industrializzazione» ad abbandonare «stili di vita improntati a un consumo insostenibile, dannosi per l’ambiente e per i poveri».

«Cambiare gli stili di vita». «Nell’attuale situazione economica – ha denunciato il Papa – la tentazione per le economie più dinamiche è quella di rincorrere alleanze vantaggiose che, tuttavia, possono risultare gravose per altri Stati più poveri, prolungando situazioni di povertà estrema di masse di uomini e donne e prosciugando le risorse naturali della Terra. Inoltre, malgrado la crisi, consta ancora che in Paesi di antica industrializzazione si incentivino stili di vita improntati ad un consumo insostenibile, che risultano anche dannosi per l’ambiente e per i poveri. Occorre puntare, allora, in modo veramente concertato, su un nuovo equilibro tra agricoltura, industria e servizi, perché lo sviluppo sia sostenibile, a nessuno manchino il pane e il lavoro, e l’aria, l’acqua e le altre risorse primarie siano preservate come beni universali. E’ fondamentale per questo coltivare e diffondere una chiara consapevolezza etica, all’altezza delle sfide più complesse del tempo presente; educarsi tutti ad un consumo più saggio e responsabile; promuovere la responsabilità personale insieme con la dimensione sociale delle attività rurali, fondate su valori perenni, quali l’accoglienza, la solidarietà, la condivisione della fatica nel lavoro. Non pochi giovani hanno già scelto questa strada; anche diversi laureati tornano a dedicarsi all’impresa agricola, sentendo di rispondere così non solo ad un bisogno personale e familiare, ma anche ad un segno dei tempi, ad una sensibilità concreta per il bene comune».

«La crisi economica va presa sul serio». Il Papa chiede una «revisione profonda del modello di sviluppo globale» e con forza invita a «prendere sul serio la “crisi economica” di cui si è occupato anche in questi giorni il G20. Serve lavoro, ha detto Benedetto XVI, la cui importanza per l’umanità non va mai dimenticata, e servono politiche contro la disoccupazione. A partire da un brano di San Paolo, letto oggi durante la messa, il Papa ha ricordato «l’importanza del lavoro per la vita dell’uomo. La crisi economica in atto, di cui si è trattato anche in questi giorni nella riunione del cosiddetto G20, va presa in tutta la sua serietà: essa ha numerose cause e manda un forte richiamo ad una revisione profonda del modello di sviluppo economico globale. E’ un sintomo acuto che si è aggiunto ad altri ben più gravi e già ben conosciuti, quali il perdurare dello squilibrio tra ricchezza e povertà, lo scandalo della fame, l’emergenza ecologica e, ormai anch’esso generale, il problema della disoccupazione».

il Gazzettino.it- 14/nov/2010

NON TUTTE LE CATASTROFI SONO UGUALI.

martedì, settembre 7th, 2010

NON TUTTE LE CATASTROFI SONO UGUALI.
LE INONDAZIONI IN PAKISTAN NON COMMUOVONO L’OCCIDENTE

DOC-2286. ISLAMABAD-ADISTA. È il maggior disastro umanitario della storia del Pakistan, eppure non tocca il cuore dell’Occidente. “Le piogge senza precedenti cadute a partire dal mese di luglio”, ha scritto, in una lettera alla Caritas Internationalis, il direttore della Caritas pakistana Joseph Coutts, “hanno provocato una devastazione generalizzata in tutto il Paese, per oltre 1.500 chilometri”. Più di 15 milioni di persone sono state colpite: “è più di quanto abbiano fatto lo tsunami asiatico del 2004, il terremoto del Kashmir del 2005 e quello di Haiti del 2010 messi insieme, per quanto il numero di morti, circa 2.000, sia per fortuna molto più basso” (rispetto, per esempio, alle circa 230mila vittime del terremoto haitiano).

Decine di migliaia di ettari di riso, canna da zucchero, mais e altre coltivazioni sono andati perduti e con essi gli allevamenti. E la nuova semina non sarà possibile prima di qualche mese. Ugualmente distrutte strade, ponti, ferrovie. I gruppi di soccorso della Caritas pakistana, che, ricorda Coutts, lavora in stretta collaborazione con il governo e con altre ong internazionali e locali, “sono subito entrate in azione nelle quattro province colpite”, ma si tratta di un disastro “inimmaginabile” e il lavoro da svolgere è immane. “Pertanto, facciamo un appello all’Unione Europea, agli Stati Uniti e a tutti i governi del mondo perché appoggino generosamente i nostri sforzi nel gigantesco compito che ci troviamo di fronte. Molte organizzazioni locali e ong stanno rispondendo con generosità, ma le risorse locali non sono sufficienti”.

E addirittura “straordinaria” ha definito la carenza di aiuti il direttore delle operazioni di emergenza dell’Unicef, Louis George Arsenault, il quale si è appellato alla comunità internazionale perché intervenga urgentemente in soccorso del Paese. “Il nostro livello di necessità in termini di finanziamenti è enorme in confronto a quello che stiamo ricevendo, tanto più che questa è la maggiore crisi umanitaria a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni”.

C’entrerà forse il fatto, come evidenzia Pierre R. Chantelois sul giornale del Quebec CentPapiers (20/8), che l’immagine del Pakistan in Occidente è tutt’altro che invidiabile? Che sul Paese piovono le accuse di collusione coi talebani afgani? Forse le catastrofi naturali ispirano sentimenti di solidarietà a seconda di dove accadono? E quanto può influire il fatto che presidente non ha neppure sospeso la sua visita all’estero mentre il suo Paese finiva sott’acqua? Domande a cui Chantelois non dà una risposta, limitandosi ad aggiungerne una conclusiva: “E se il Pakistan fosse stato di confessione cattolica?”.

Di seguito alcuni stralci del suo articolo, in una nostra traduzione dal francese, preceduto dall’appello della Conferenza episcopale del Pakistan, firmato dal suo presidente, l’arcivescovo di Lahore mons. Lawrence Saldanha. (c. f.)

La civiltà dell’uomo, sull’orlo del collasso

martedì, aprile 6th, 2010

Sull’orlo del collasso

Terra

La civiltà umana rischia il collasso e con esso il Pianeta che viene depredato dai consumi: ogni giorno le risorse ingurgitate dalla popolazione mondiale sono pari a 112 grattacieli come l’Empire state building. Il quadro disegnato dal rapporto ‘State of the world’ del Worldwatch institute

La civiltà umana rischia il collasso e con esso il Pianeta che viene depredato dai consumi: ogni giorno le risorse ingurgitate dalla popolazione mondiale sono pari a 112 grattacieli come l’Empire state building di New York, alto 381 metri, con l’antenna a 443 metri, e un peso stimato in 275.000 tonnellate. Complessivamente si estraggono 60 miliardi di tonnellate di risorse all’anno, circa il 50% in più rispetto a 30 anni fa. Questo, il quadro sugli scenari mondiali disegnato dal rapporto ‘State of the world’ del Worldwatch institute, presentato a Roma dal Wwf Italia e da Edizioni Ambiente – in collaborazione con la facoltà della comunicazione dell’università La Sapienza. Il rapporto tenta di trovare una strada per “evitare il collasso della civiltà umana” sostituendo gli attuali modelli consumistici con modelli ‘naturali’ incentrati sulla “sostenibilità”.

È indispensabile, si legge, “una profonda trasformazione dei modelli dominanti con un nuovo contesto culturale” incentrato “su una rivalutazione della comprensione del ‘naturale’”. Oggi, infatti, tutto si incentra sui consumi: secondo quanto riportato dallo ‘State of the world’, un europeo medio usa 43 chilogrammi di risorse e un americano 88. E, aumentando i consumi, aumenta “l’estrazione dal sottosuolo di combustibili fossili, minerali e metalli, più alberi tagliati e più terreni coltivati”: per esempio, “tra il 1950 e il 2005 la produzione di metalli è sestuplicata, il consumo di petrolio é aumentato di otto volte e quello di gas naturale di 14″. Negli ultimi cinque anni, “i consumi sono aumentati vertiginosamente, salendo del 28%, dai 23mila 900 miliardi di dollari spesi nel 1996 e di sei volte dai 4mila 900 miliardi di dollari spesi nel 1960 (dollari del 2008)”. Ma, come spiega il Worldwacth institute, soltanto alcuni di questi aumenti sono dovuti all’aumento demografico: nel 2006 i 65 paesi con alti redditi erano responsabili del 78% della spesa in beni di consumo ma costituivano solo il 16% della popolazione globale e solo negli Stati Uniti la spesa in beni di consumo è stata di 9mila 700 miliardi di dollari pari al 32% della spesa globale con il 5% della popolazione mondiale. 

La popolazione mondiale è pari a 6,8 miliardi ma – dice il rapporto – “se tutti vivessero come gli statunitensi, la Terra potrebbe sostenere solo 1,4 miliardi di individui”. Secondo il direttore scientifico del Wwf Italia, Gianfranco Bologna, curatore dell’edizione italiana del rapporto – è che “le attività umane stanno influenzando il sistema Terra” tanto da superare, almeno per il clima e la biodiversità, “i confini planetari consentiti oltre i quali si prevedono effetti drammatici per tutti i sistemi sociali del Pianeta”. In particolare, spiega Bologna, per il clima si è superato il confine di concentrazione di Co2 in atmosfera, mentre per la biodiversità preoccupa l’aumento della perdita di specie. Il presidente del Worldwatch Institute, Christopher Flavin, ritorna sul cambiamento dei modelli di consumo: “Un tale mutamento, a livello globale, rimodellerebbe il modo di concepire e di agire dell’uomo alla radice” anche se per reindirizzare ci “vorranno decenni” e bisognerà toccare campi fondamentali come “l’istruzione e l’economia”. (Ansa).