Archive for the ‘nucleare’ Category

NUCLEARE ALL’ITALIANA

venerdì, marzo 26th, 2010

NUCLEARE IN SALSA VENETA – COM. STAMPA

Rovigo, 23 Marzo 2010   legambiente2 Comunicato Stampa

COMINCIA OGGI IL NUCLEARE ALL’ITALIANA

MA DOBBIAMO PROPRIO METTERLE QUESTE CENTRALI NUCLEARI?

E DOVE? IN POLESINE? A LEGNAGO? A CAVARZERE?

BASTANO LE CARATTERISTICHE NATURALI DEL TERRITORIO?

E LE POPOLAZIONI ESISTONO?

QUALE LA FINE  DELLE ATTIVITA’ ECONOMICHE COLPITE DALLA CENTRALE?

E QUALI I VERI COSTI?

Da oggi i siti delle nuove centrali nucleari verranno scelti non dallo Stato ma dai privati, saranno equiparati ad aree militari  e, come tali, segreti. Le regioni non potranno opporsi alla localizzazione degli impianti sul loro territorio

Ma il tema del ritorno del nucleare – afferma Michele Bertucco, presidente di Legambiente Veneto- anche se il più sentito dai cittadini viene abilmente evitato dai candidati presidenti. Il silenzio pre-elettorale imposto da Berlusconi, però, non ha fatto dimenticare agli elettori lo spauracchio degli otto reattori previsti sul territorio nazionale”.

Legambiente ha posto a tutti i candidati governatori la domanda “ disponibile o contrario ad ospitare una centrale nucleare sul territorio regionale?”. Il risultato è stato quasi plebiscitario, con tutti i candidati contrari. Una domanda sorge spontanea: se il governo non riesce a convincere i suoi candidati, come pensa di convincere i cittadini italiani?

Le ragioni dell’ambiente e delle popolazioni –secondo Legambiente

La regione Veneto è una possibile candidata ad ospitare un impianto nucleare, si dice nella zona compresa tra Adige e Po, a partire dalla Bassa Veronese fino al mare.

Un territorio che non è un deserto

E’ un territorio che ha densità abitativa minore che altrove, ma la popolazione c’è ed è tanta, localizzata in  piccoli centri diffusi sul territorio.

Territorio ideale per una centrale nucleare?

Proprio l’intreccio fra fattori naturali e umani ci avverte che non bastano le caratteristiche naturali per designare come idoneo il territorio del Basso Veneto.

Vulnerabilità presenti

Da decenni si avvertono le principali vulnerabilità del territorio: inquinamento delle acque, l’alterazione della struttura dei corsi d’acqua, subsidenza e conseguente erosione degli scanni sabbiosi, avanzamento del cuneo salino, impatto della centrale termoelettrica di Polesine Camerini.

Le nuove vulnerabilità portate dal nucleare

Le centrali che il Ministero delle Attività Produttive prevede, hanno bisogno di 100 mc/secondo di acqua. Una quantità che il Po sarebbe in grado di fornire. Teoricamente.

Queste sono zone a rischio idraulico, cioè zone soggette ad inondazioni periodiche, zone a deflusso difficoltoso, cioè aree di ristagno idrico per mancato drenaggio in quanto terreni poco permeabili, in definitiva, come dichiara il Piano territoriale Provinciale di Rovigo, “zone ad alta vulnerabilità”.

Un territorio che può aspettarsi esondazioni, che è mediamente al di sotto del livello del mare (-2,-4 m.), con i due maggiori fiumi di Italia pensili nel tratto del Polesine  non è territorio adatto ad una centrale nucleare nel mondo intero. Ma l’Italia fa parte del mondo?

Occorrerebbero costi aggiuntivi. E allora dove sarebbe la convenienza (predicata già ora senza uno straccio di prova) del nucleare che tanto sbandiera il ministro Scajola?

Ma poi c’è veramente tanta acqua?

Una centrale EDR come quelle immaginate da Ministro Scajola richiedono 100 mc di acqua al secondo.

Il problema è dunque: per garantire l’acqua alla ipotetica centrale nucleare veneta (e quella piemontese, anch’essa ipotizzata, non avrà bisogno della stessa quantità attinta dal Po?) quanta agricoltura dovrà essere privata di acqua?

Per di più l’ 89 % dell’acqua prelevata dal fiume viene asportata da Piemonte e Lombardia e solo l’11 % dall’Emilia-Romagna e Veneto.

Facile capire che l’agricoltura più colpita sarà quella del Polesine e del Delta in particolare.

Ma ancora…

Il cuneo salino, nei periodi di maggiore siccità, si è spinto fino a 25-30 km dalla costa, impedendo l’utilizzo dell’acqua per l’irrigazione in un’area che ha superato i 20 mila ettari.

Di quanti chilometri ancora salirebbe il cuneo se si sommasse alle acque sottratte attualmente, anche il 25-30% (i 100 mc/secondo richiesti da una centrale nucleare EDR) di acqua delle portate di minima?

Se il Po è insufficiente,

potrebbero esserlo nel Basso Veronese o nel Cavarzerano

l’Adige e ancor di più il Fissero-Tartaro-Canalbianco?

Centrale più centrale uguale agricoltura senz’acqua

Già oggi la centrale di Porto Tolle ha obblighi di dimezzamento della produzione e anche di blocco di essa in presenza di portate minime del Po (380 mc/secondo).

Cosa accadrebbe se oltre la centrale a carbone fosse presente una centrale nucleare?

Questa, a differenza di quella a carbone, non può essere fermata. Dunque? Ne verrebbe penalizzata l’agricoltura del Delta e dell’intero Polesine, che si vedrebbe sottratta acqua proprio nei periodi di maggior bisogno.

Il turismo del Delta sopravviverebbe?

Le presenze turistiche straniere nel 2009 sono aumentate in provincia di Rovigo del 2% (del 5,6% nel Delta, quasi 800mila totali), con una occupazione nel Delta di più di 600 unità lavorative.

La semplice presenza di una centrale nucleare (sommata ad una centrale a carbone), gli effetti sugli scanni, con indebolimento delle strutture dovute allo scarso apporto di solidi, potrebbero portare a una stasi e al deperimento dell’industria del turismo.

La pesca

Il pescato del mare di fronte al delta e la molluschicoltura potrebbero vedere in pericolo il proprio mercato per la modifica del regime delle acque nelle lagune (per i molluschi) e per l’effetto negativo sul marketing. Gli attuali 1838 posti di lavoro potrebbero essere mantenuti?

Perdere 600 posti di lavoro nel turismo più 1800 nella pesca da che cosa sarebbero sostituiti?

Il Sole 24Ore alcuni mesi fa, sponsorizzando la nascita del nucleare in Italia, affermava che le 4-5 centrali porterebbero ben 2000 (duemila!) posti di lavoro. Cioè in tutta Italia meno dei posti di lavoro offerti in Polesine da pesca e turismo.

L’efficienza energetica e le rinnovabili sono capaci di creare almeno 30-50 posti di lavoro contro 1 (uno) nel nucleare. In Italia, al 2020 con la diffusione delle rinnovabili si potrebbero creare dai 150 ai 200mila nuovi posti di lavoro. Senza toglierne ad altri settori come pesca e turismo , che, per il Polesine, rappresentano una economia di qualità.

Il nucleare serve per differenziare le fonti energetiche?

Bisogna essere precisi, per non correre il rischio di fare ordinaria demagogia. Uno studio del Cesi Ricerca del 2008, prevede, con la costruzione di 4 reattori EPR di terza generazione evoluta da 1.600 MW l’uno, che si potrebbe risparmiare, dal 2026 in poi, appena 9 miliardi di metri cubi all’anno di gas naturale, pari al 10% dei consumi attuali e pari al contributo di un rigassificatore di media taglia

Il tempo non è una variabile indipendente

Continuare ad ignorare che produrre energia dall’atomo in Italia non sarà possibile prima del 2025-2030 è mettere la testa sotto la sabbia. La crisi economica e quella energetica hanno bisogno di provvedimenti immediati, che solo l’efficienza e le energie alternative possono dare.

Dicono: L’energia nucleare abbondante. Ma sappiamo di che parliamo?

Oggi essa copre il 6,4% del fabbisogno mondiale di energia, e di uranio fissile, a questo ritmo modesto di impiego, secondo il rapporto Aiea del 2001, ce n’era per 35 anni. Certo, si potrebbe ricorrere all’uranio 238, ben più abbondante in natura: si tratta di un tipo di uranio non fissile, che si può trasformare in plutonio, ingrediente principale per le bombe. Materiale dunque ad alto rischio di proliferazione militare e anche sanitario: un milionesimo di grammo è la dose che può essere letale per inalazione.

Ma allora quanto costa il kilowattora nucleare?

il costo dell’energia prodotta è lievitato, man mano che le popolazioni (e i lavoratori) statunitensi chiedevano standard di protezione sempre più elevati.

Vorremmo ricordare a ministri, politici e Confindustria che tuttora il danno sanitario da radiazioni non ammette soglia al di sotto della quale non c’è rischio: dosi comunque piccole – questa è la valutazione della Commissione Internazionale per la Protezione dalle Radiazioni Ionizzanti – possono innescare i processi di mutagenesi che portano al danno somatico (tumori, leucemia) o genetico.

Da qui la lievitazione dei costi per la riduzione di rilasci di radiazioni, si badi, in condizioni di funzionamento di routine, degli impianti. E, a maggior ragione, la questione della sicurezza da incidenti.

La morale della storia:

Per raggiungere l’obiettivo del 25%

di energia dall’atomo previsto dal governo,

l’Italia dovrebbe trasformarsi in un unico cantiere nucleare

per almeno 20 anni

Ci vorrebbero almeno 7 reattori nucleari da 1600 megawatt, poi servirebbero i depositi per le scorie e gli impianti per la fabbricazione del combustibile. In sintesi, l’Italia diverrebbe un unico grande cantiere per almeno 20 anni e si ritroverebbe diffuse sul territorio strutture imponenti e insicure, per realizzare le quali bisognerebbe affossare ogni altra forma di produzione energetica, come le rinnovabili, condannando il paese all’arretratezza e rinunciando a tutte le opportunità occupazionali (250mila posti di lavoro già oggi solo in Germania), tecnologiche e di sostenibilità che le rinnovabili invece  garantiscono.

“LE POPOLAZIONI DEL BASSO VERONESE, DEL CAVARZERANO, DEL POLESINE, DEL DELTA DEL PO SE LA SENTONO DI RISCHIARE?” è la domanda finale che pone Michele Bertucco.

Lo studio geografico completo dei territori in cui è considerata probabile l’istallazione di un impianto nucleare è a disposizione di chiunque fosse interessato presso la sede di Legambiente Veneto.

L’Ufficio Stampa

Legambiente Volontariato Veneto

Corso del Popolo, 276

Tel: 0425 27520 – Fax: 0425 28072

ufficiostampa@legambienteveneto.it

No al Nucleare nel Delta del Po

domenica, febbraio 28th, 2010

27022010(004)

Legambiente Delta del Po

No al Nucleare nel Delta del Po, ma anche in solidarietà a tutti gli altri territori.

Sabato 27 febbraio ad Adria in Piazzetta san Nicola si è svolta una manifestazione di sensibilizzazione contro le centrali atomiche, che si “dice” saranno 4, in tutto il territorio italiano, fra cui una nel nostro territorio, Delta del PO.

Le associazioni che partecipavano a questo evento erano INDIPENDENTI di Chioggia, I GRILLINI 5 stelle di Chioggia e Legambiente Delta del PO.

Abbiamo distribuito materiali informativi, s27022010(006)i sono proiettati dei film, abbiamo colloquiato con i passanti e si sono raccolte firme contro le centrali nucleari.

Una delle motivazioni contro il nucleare è sul tema della crisi economica.

Le 4 centrali costerebbero circa 25 miliardi di euro, influirebbero ben poco nel lavoro perché si andrebbe a rimpinguare le multinazionali francesi e americane, mentre con questa somma si potrebbe spendere per la coibentazione degli edifici italiani con grande indotto di tutti i lavoratori di tutto il territorio. L’energia risparmiata sarebbe molta di più di quella prodotta dalle centrali nucleari. Ci sarebbe un grande ritorno economico, molto diffuso e non solo per pochi, ma forse è proprio questo che non viene accettato.

Fante Cavallo e RE

martedì, febbraio 23rd, 2010

l nucleare in Italia lo vogliono soltanto in 3 Il Fante il Cavallo ed il Re

Simone Nardo

Il nucleare in Italia lo vogliono soltanto in tre: Berlusconi, Sarkozy e la Confindustria.

Leggo con stupore l’articolo di di Giancarlo Terzano di Finanza in chiaro , dove si leggono le dichiarazioni di :

Formigoni (Regione Lombardia)
“In Lombardia –spiega Formigoni- siamo vicini all’autosufficienza quindinon c’é bisogno di centrali in questo momento”.

Zaia (regione Veneto)
Similmente il ministro Zaia, candidato PDL per il Veneto, che promette che nella sua regione centrali nucleari non si faranno: “Il Veneto ha oggi un bilancio energetico positivo, produce più energia di quantane compra”.,

Polese (Regione Puglia)
Anche Polese, candidato del centrodestra in Puglia,si aggiunge al coro: favorevole al nucleare, ma la sua regione “già contribuisce in modo notevole alla produzione di energia e alf abbisogno energetico nazionale con centrali elettriche a Brindisi eTaranto. Non vi è quindi motivo né possibilità di realizzare una centrale nucleare in Puglia”.

Il decreto legislativo approvato in dicembre, nell’anticipare le regole per il ritorno al nucleare, non fa sconti: a scegliere i siti saranno gli operatori stessi, l’ENEL,EDISON o chi altro, che potranno liberamente scegliere dove impiantare la centrale, nel rispetto delle linee guida individuatedall’Agenzia per il Nucleare. Se la Regione interessata è d’accordo, bene; altrimenti, si fa lo stesso, decide il Governo.Anche in deroga – così recita l’art. 11 del decreto – ai Piani energetico-ambientali della Regione interessata. Zaia e Formigoni dovrebbero saperlo: non basterà essere virtuosi o autosufficientiper allontanare dal loro territorio lo spettro di una bella centrale nucleare.

Anche per questo, 11 regioni hanno impugnato davanti alla Corte Costituzionale la legge 99/2009, che consente allo Stato di imporre la costruzione di centrali atomiche anche senza l’intesa della relativa Regione. Peccato che tra queste regioni, manchino proprio la Lombardia ed il Veneto, nono stante i proclami di federalismo dei loro amministratori.

Lo aveva detto Scajola alla stampa:costruire le centrali sarà come costruire un albergo, saranno leaziende a decidere dove. Senza sconti per le regioni virtuose. Eneppure per quelle con elettori del centrodestra. Se questa è la loro volontà … ( Fonte: http://www.fareverde.it/)

http://www.finanzainchiaro.it/dblog/articolo.asp?articolo=7406

Ho scritto questo perchè passete le Regionali vediamo cosa succederà, chi vivrà vedrà.

Lo stupore è leggere che Veneto e Lombardia son piene di energia (nemmeno a farlo apposta ho fatto pure la rima) ma allora che diavolo di rapporti energetici nazionali fanno !?!?

Leggendo le dichiarazioi di Formigoni mi son venute in mente le acciaierie bresciane citate dall’uomo nero in alcuni post, cosa si lamentano le acciaierie Bresciane LA LOMBARDIA E’ VICINA ALL’AUTOSUFFICIENZA lo ha detto Formigoni.

Bloglandia di Adria

L’IPOTESI NUCLEARE

lunedì, gennaio 18th, 2010
Fantinati insorge: “Adriasi deve mobilitare e dire no”

ADRIA – Finirà mai in Italia il dibattito sulle centrali nucleari? Si arriverà ad un punto di incontro e a una sintesi finalmente costruttiva? Pare chiaramente che la domanda sia retorica, dato che il quesito sembra infiammare perennemente gli animi di gran parte dell’opinione pubblica.

Ora, in merito al decreto legislativo approvato in via preliminare dal governo, dove sono stati decisi i criteri per la localizzazione delle future centrali nucleari in Italia, il consigliere comunale Luciano Fantinati, dichiaratamente sfavorevole al nucleare, interviene usando toni decisamente allarmanti: “Desta molta preoccupazione poiché pare che l’orientamento di massima sia quello di realizzare al Nord la prima delle quattro centrali previste dal piano di Enel e il sito individuato sia proprio quello esistente di Polesine Camerini”.
Fantinati sottolinea come sia ancora più inquietante il fatto che a favore di tale localizzazione si sia espresso l’attuale governatore veneto Giancarlo Galan e che anche l’attuale candidato della Lega, il ministro Luca Zaia, abbia fatto alcune affermazioni decisamente poco rassicuranti. “È evidente – continua – che se queste fossero le scelte del governo per i prossimi mesi, e pare che i siti saranno resi noti in primavera dopo le elezioni regionali, il danno per tutto il Polesine sarebbe veramente devastante, mettendo in gioco la tutela ambientale del nostro territorio e di tutto il Delta del Po. Una centrale nucleare di questo tipo porterebbe danni gravissimi alla salute della popolazione, all’ambiente, già di per sé estremamente fragile, e anche una penalizzazione marcata dell’economia turistica ed ittica”.
Fantinati lancia un appello alla sua città: “Anche Adria ed i suoi cittadini non possono non sentirsi preoccupati di questo pericolo ambientale. Abbiamo il dovere di attivarci da subito come istituzioni per difendere i diritti della nostra comunità che sono la salute nostra e dei nostri figli ed il rispetto ambientale. Invito pertanto il sindaco, la giunta e l’intero consiglio comunale ad attivarsi per la tutela del nostro territorio, esprimendo da subito il totale dissenso ad un insediamento industriale così invasivo e dannoso a Polesine Camerini”.
La voce nuova di rovigo

Me. Ru.

MANIFESTO “UN PO DI RINNOVABILI”

lunedì, gennaio 4th, 2010

logoclima

NO AL NUCLEARE, SÌ ALLE FONTI PULITE E ALL’EFFICIENZA ENERGETICA

 

PER UN’ITALIA PIÙ MODERNA, SICURA E PULITA

 

Noi rappresentanti delle amministrazioni locali che ci impegniamo a promuovere e facilitare l’uso efficiente dell’energia e delle fonti rinnovabili negli edifici pubblici e privati, a rendere più sostenibile la mobilità  dei cittadini

 

Noi imprenditori che produciamo e utilizziamo tecnologie verdi per l’uso e la produzione sostenibile dell’energia

 

Noi agricoltori e allevatori che crediamo nella filiera corta agro-energetica e nelle bio-raffinerie per le produzioni alternative alle petrolchimica tradizionale

 

Noi artigiani che promuoviamo l’installazione di apparecchiature e l’utilizzo di materiali per il risparmio energetico nelle ristrutturazioni e nelle nuove edificazioni

 

Noi rappresentanti delle associazioni ambientaliste e di cittadini che promuoviamo l’informazione e la sensibilizzazione, sosteniamo le buone pratiche operate dalle amministrazioni locali e dalle categorie produttive sui temi energetici

 

Noi cittadini che investiamo i nostri risparmi in tecnologie efficienti e che utilizzano fonti di energia pulita

 

Siamo preoccupati per i cambiamenti climatici sul Pianeta Terra dovuti all’utilizzo indiscriminato delle fonti fossili, principali responsabili dell’aumento della concentrazioni dei gas serra in atmosfera

 

Crediamo nel percorso tracciato dal protocollo di Kyoto, dal Pacchetto energia e clima dell’Unione europea – meglio noto come “20-20-20”: riduzione dei gas serra del 20%, produzione di energia da fonti rinnovabili del 20%, aumento dell’efficienza del 20% entro l’anno 2020 -, dal Green New Deal promosso dall’amministrazione Usa guidata da Barack Obama, per arrivare alla definizione del nuovo accordo internazionale per la lotta ai cambiamenti climatici in discussione a Copenaghen nel dicembre 2009

 

Esigiamo un ricorso crescente all’uso sostenibile delle fonti rinnovabili, il miglioramento dell’efficienza energetica nel settore energetico, industriale e residenziale, la riconversione ecologica dei trasporti di merci e persone, per garantire all’Italia il rispetto degli accordi internazionali sui cambiamenti climatici, per ridurre la bolletta energetica e rendere più indipendente il nostro Paese dall’estero

 

Rigettiamo il disegno centralista del ritorno del nucleare in Italia – che prevede ingenti investimenti in una tecnologia inquinante, rischiosa, costosa, obsoleta e inadeguata a risolvere i problemi energetici dell’Italia, che verrebbero sottratti all’efficienza e alle rinnovabili, uniche soluzioni praticabili per ridurre con efficacia e in tempi brevi le emissioni di gas serra – e respingiamo l’idea di costruire centrali nucleari sul fiume Po che metterebbero a repentaglio la sicurezza dei cittadini

 

Vogliamo essere protagonisti di quella rivoluzione energetica dal basso fondata sull’innovazione tecnologica e sul sistema distribuito e sostenibile di produzione di energia – alternativo a quello centralizzato che abbiamo conosciuto fino ad oggi -, che deve partire dal bacino Padano, motore economico nazionale, per fare dell’Italia un Paese più moderno, sicuro e pulito

 

Promosso da Legambiente Lombardia e dal Comune di Viadana (Mn)

IN POLESINE MANCAVA SOLO L’ATOMO

lunedì, dicembre 14th, 2009
Scritto da Francesco Casoni   
giovedì 10 dicembre 2009 -CARTA ESTNORD-
Sarà il Polesine ad ospitare una delle centrali nucleari che il ministro Scajola sogna di costruire dal 2020? E’ solo un’ipotesi, rilanciata oggi dal Corriere della Sera, ma una cosa almeno è certa: ogni volta che si fanno congetture sulla localizzazione dei futuri impianti atomici, la provincia di Rovigo ha il suo posto nella lista. Alcuni anni fa si era espresso favorevolmente l’allora presidente di Confindustria Rovigo, Antonio Costato, ora vicepresidente nazionale, con delega proprio all’energia.
In tempi più recenti anche il presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan, ha dato il proprio assenso all’ipotesi di una centrale nella sua regione.

 

E una delle candidature di spicco era proprio l’area che oggi ospita il controverso impianto termoelettrico di Polesine Camerini, per cui nelle prossime settimane dovrebbe essere autorizzata [salvo sorprese] la riconversione a carbone. La candidatura, però, sembra tutt’altro che motivata dal punto di vista tecnico e i fattori contrari non sono pochi, a partire dalla fragilità del terreno alluvionale del Polesine, fino al calo della portata del fiume Po negli ultimi anni. Allora perché, ogni volta che riaffiora l’argomento, si propone la provincia di Rovigo? Forse perché la fascia
tra Adige e Po è l’ultimo brandello di territorio veneto ancora non soffocato da grandi insediamenti industriali,  aree commerciali e grandi infrastrutture. Anche se ci si sta mettendo al pari, con l’arrivo del primo rigassificatore off shore italiano, un mostro di cemento alto come un palazzo di quindici piani, che galleggia nel mezzo del parco naturale del Delta del Po, e con il prossimo via libera a grandi e piccole infrastrutture, tra cui spiccano il tratto sud della Valdastico, l’autostrada Nogara-Mare e la nuova Romea Commerciale.

Ma è proprio sul fronte energetico che il piano di «colonizzazione» della provincia più meridionale del Veneto appare lampante: in meno di 1.800 chilometri quadrati si contano già ventotto impianti energetici, tra esistenti e autorizzati. Ce n’è per tutti i gusti: oltre alla già citata centrale Enel nel comune di Porto Tolle, la mappa mostra dieci impianti a biogas, sei a metano, quattro grandi impianti fotovoltaici [di cui quello di Canaro, che si candida a essere il più grande
d’Europa], due centrali a bio­massa legnosa e due alimentate a olio vege­tale, un impianto che bru­cia pulper, cioè scarti di una cartiera, due a biomasse «ibridi» [abbinato a metano, uno, e a energia solare, l’altro].
Intanto negli ultimi anni la Provincia ha promosso progetti per dotare i comuni e i privati di impianti fotovoltaici,
mentre stanno nascendo i primi gruppi di acquisto solari. Ma quello che manca è un piano energetico che dia un senso a tanta produzione di energia. Per la verità un documento di questo tipo esiste: l’ha elaborato da tempo la Provincia di Rovigo, che però non può applicarlo.
La legge Bassanini del 1997 mette nelle mani delle province questa competenza, a patto però che la Regione abbia
elaborato un proprio piano energetico. Il Veneto un piano energetico non ce l’ha, quindi la facoltà di autorizzare le centrali rimane a Venezia, che dà il via libera a ogni sorta di piccolo impianto, scavalcando le autonomie locali. Poco importa che la concentrazione di tante piccole fonti di emissioni rilascerà nell’atmosfera una quantità di anidride carbonica cinque volte superiore al dato medio pro capite nazionale e che attorno al Polesine esistano già almeno nove impianti inquinanti, che peggiorano ulteriormente la già precaria qualità dell’aria.

Senza un piano energetico, poi, anche gli impianti «verdi» rischiano di non essere tali. Le centrali a biomasse, ad esempio, hanno senso se sfruttano produzioni locali. Ma se non c’è combustibile a sufficienza nel territorio, finiranno per bruciare olio di palma o magari rifiuti. Nell’anarchia degli insediamenti, del resto, c’è spazio per ogni follia. All’appello mancava solo l’atomo.

 

Legambiente su centrale nucleare in Polesine

mercoledì, dicembre 9th, 2009

legambiente 

 

 

 

 

Rovigo, 9 dicembre 2009                                                                                                                                                    Comunicato stampa  

Legambiente su centrale nucleare in Polesine

Piove sul bagnato: territorio fragile, già  martoriato dalle infrastrutture energetiche

 

Pessimo segnale a Copenaghen

 

 

Proprio nei giorni di apertura del vertice sui cambiamenti climatici di Copenaghen il governo italiano fa trapelare a mezzo stampa la prima localizzazione possibile per il ritorno all’atomo del nostro paese, in Provincia di Rovigo.

 

“Suona come una provocazione di cattivo gusto” così commenta Michele Bertucco, Presidente di Legambiente Veneto . “La regione, per bocca dell’Assessore all’Ambiente Conta, non perde occasione per ribadire la sua disponibilità a localizzare nella regione una centrale nucleare: se Galan e Conta pensano di poter trasformare il Polesine nel luogo di destino di ogni infrastruttura scomoda, comprese quelle inutili e dannose, crediamo avranno una amara sorpresa alle prossime elezioni regionali.

Inoltre, appare quantomai fuori luogo la localizzazione di una nuova centrale nucleare: a due passi da una delle più grandi centrali a carbone e dal primo – e unico – rigassificatore off-shore italiano. Come a dire: piove sul bagnato.”

 

“Basta con i proclami e le mezze fughe di notizie: il Governo dica esattamente dove vorrebbe costruire tutte le centrali.” commenta Vittorio Cogliati Dezza, Presidente nazionale di Legambiente. “Continuare ad annunciare l’avvio del nucleare non costa nulla, peccato non si riesca poi a capire concretamente in quali aree del Paese dovrebbero comparire gli impianti, salvo inseguire le fughe di notizie.  Si è cominciato a parlare, infatti, dei 4 reattori Epr da realizzare uno al Nord, due al Centro e uno al Sud, ma non si specifica mai esattamente dove dovrebbero essere costruiti.

Questa del Veneto è la prima boutade, che non costa nulla elettoralmente e che fa seguito alla disponibilità esplicita della Regione Veneto, l’unica in Italia.”

 

“La strada intrapresa verso il nucleare costituisce evidentemente l’ennesima perdita di tempo rispetto ad una concreta riforma energetica nazionale, basata su efficienza e fonti rinnovabili, che possa far crescere il Paese grazie all’innovazione tecnologica e all’indotto occupazionale, contribuendo realmente alla riduzione delle emissioni di CO2.” - conclude Cogliati Dezza – “Per ultimo, il nucleare drenerà le risorse necessarie a mettere in campo quelle azioni  di risparmio energetico e promozione delle rinnovabili che proprio a Copenaghen si ribadiranno come necessarie ed urgentissime.”

 

 

                                                

L’Ufficio Stampa

Legambiente Volontariato Veneto

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IL POLO ENERGETICO TRA MARGHERA ED IL POLESINE

venerdì, novembre 13th, 2009

 

IL POLO ENERGETICO TRA MARGHERA ED IL POLESINE

 

Ormai da alcuni anni il Polesine , con l’Area sud della Provincia di Venezia , oltre a Marghera, sono stati individuati sia da settori industriali che da diversi settori  politico-istituzionali, regionali e nazionali, come i territori più idonei per localizzare o de-localizzare tutta una serie di attività che altrove, in contesti più densamente abitati ed economicamente più sviluppati, trovano una forte opposizione sociale.

Le condiderazioni sulla compatibilità ambientale e sulla salute dei cittadini passano in subordine rispetto agli interessi economici delle grandi imprese , in particolare del settore industriale-energetico.

 

Con ritmo crescente si  accumulano, giorno per giorno,  le richieste di nuovi impianti, specie nel settore dell’energia, in assenza del Piano Energetico Nazionale e Regionale che, non a caso, vengono tenuti da anni nel cassetto.  

 

Si deve notare che alcuni di questi impianti sono all’interno o limitrofi al Parco del Delta del Po e che , contrariamente a quanto si può pensare,  data la bassa densità demografica e lo scarso traffico, già oggi questo territorio, secondo i dati storici dell’ARPAV , quando la Centrale Enel era in piena attività, nella fascia più elevata di inquinamento da polveri sottili ed altre sostanze, con alti indici di malattie polmonari e tumorali (dati dell’OMS – 2000).

 

I problemi ambientali e sanitari

 

 

Non è chiaro come si pensi di conciliare, con questo tipo di sviluppo, la tutela – pur sempre citata – di un territorio estremamente fragile dal punto di vista idrogeologico e ambientale (riscaldamento delle acque circostanti la centrale e , viceversa, raffreddamento della acque attorno al rigassificatore, subsidenza ed eustatismo, riduzione della portata media annua , con punte minime sempre più preoccupanti del livello del Po, risalita del cuneo salino, ecc.) ma anche di grande interesse paesaggistico che potrebbe offrire, viceversa, opportunità di uno sviluppo legato al Parco del Delta del Po e ad un certo turismo, alla pesca e alla miticoltura (già oggi attive), all’agricoltura e alle attività correlate, oltre che ad altre attività produttive compatibili.

 

 

Le nostre richieste

 

Non e’ possibile accettare di svendere e compromettere il Polesine ed in particolare  il Delta del Po, parco naturale unico in Europa, per realizzarvi in esso un gigantesco  polo energetico nazionale, peggiorando ancor di più le condizioni ambientali e sanitarie dell’intera  zona che interessa anche larga parte della Provincia di Ferrara e di Venezia, anzichè investire sulle energie alternative eco-compatibili o comunque sulle fonti a più basso impatto ambientale (metano).

 

 

Non solo, ma la pluralità di impianti esistenti e proposti, rende assolutamente inadeguata ed insufficiente la Valutazione d’Impatto Ambientale per ciascun singolo impianto, mentre risulta  necessaria una valutazione complessiva degli effetti cumulativi sull’ambiente e sulla salute, a partire dal delicato equilibrio e dalle condizioni esistenti.

 

 

Pertanto CHIEDIAMO :

 

 

uno sviluppo  compatibile con la vocazione ambientale del nostro territorio fondato sull’agricoltura di qualità e attività connesse, l’allevamento di mitili,  sul commercio e su attività produttive compatibili,  nonché  sul turismo, già oggi molto attivo a Sottomarina, Isola Verde, Rosolina Mare ed Albarella, ma che avrebbe grandi potenzialità indirizzandolo proprio verso la visitazione dello straordinario ambiente naturale della Foce del Po, Chioggia e il suo entroterra.

 

 

RITENIAMO QUANTOMENO ASSOLUTAMENTE NECESSARIA :

 

la moratoria  di qualsiasi autorizzazione a costruire nuove centrali e impianti che influiscano negativamente sull’ambiente e sulla salute, fintanto che non verrà aggiornato il Piano Energetico Nazionale e approvato il Piano Energetico della Regione Veneto, sulla base di  una Valutazione Ambientale Strategica (V.A.S.) e di una specifica  Valutazione di Impatto Sanitario , elaborata da ARPAV e dalle USL competenti , che analizzi gli impatti cumulativi provocati dagli impianti già attivi e da quelli proposti, sia sul delicato ambiente deltizio e del bacino scolante sulla Laguna di Venezia ,  sia sulle condizioni sanitarie esistenti ed indotte nell’area vasta interessata.

 

Dai  dati contenuti nel Piano Energetico Regionale adottato dalla Giunta nel gennaio 2005 mai arrivato al voto in Consiglio Regionale, risulta che la produzione lorda di energia elettrica del Veneto è di oltre 25 mila gigawatt/ora, di cui il 43% viene prodotto nella provincia di Venezia e il 40% nella provincia di Rovigo. Queste due aree , ed in particolare l’asse che va da Marghera al Basso Polesine , contribuiscono quindi già in modo preponderante sul fronte della produzione energetica regionale.

Un ruolo che peraltro viene pagato a caro prezzo dalle popolazioni in termini di salute, visto che i dati epidemiologici dell’area sud di Venezia e polesana evidenziano tassi di malattie polmonari e tumorali, oltre la media nazionale, che non possono essere certo attribuiti né alla presenza di grandi industrie inquinanti né al traffico. E’ utile ricordare che Enel è stata condannata per inquinamento ambientale causato dalla Centrale Enel di Porto Tolle, tanto che ormai da diversi anni è sostanzialmente ferma, venendo attivato saltuariamente solo uno dei quattro gruppi, quello c.d. “ambientalizzato” a olio combustibile a BTZ.

La centrale riconvertita a carbone (circa 2000 MW) produrrà grandi quantità di inquinanti, sia per le emissioni che per la logistica (navi, bettoline, camion)  ma soprattutto enormi quantità di CO2, ben oltre i limiti  consentiti dagli accordi internazionali.

Secondo i due noti  ricercatori di Bologna, il chimico Nicola Armaroli del CNR ed il medico Claudio Po dell’unità rischio ambientale dell’Asl di Bologna, una centrale elettrica a turbogas in un anno inquina quanto il traffico automobilistico di una città grande come il capoluogo emiliano.

 

Numerosi studi epidemiologici hanno mostrato che all’inquinamento da PM10 sono associati effetti

dannosi per la salute umana, sia a breve (effetti acuti) che a lungo termine (effetti cronici).

Tra i principali effetti acuti documentati vi sono:

• aumento della mortalità giornaliera per tutte le cause, e in particolare per cause cardiovascolari;

• aumento dei ricoveri per asma e malattia polmonare ostruttiva cronica (COPD);

• aumento dei ricoveri per malattie cardiovascolari;

• diminuzione della funzionalità polmonare e aumento dei sintomi respiratori acuti in bambini e adulti.

Tra gli effetti a lungo termine vi sono una riduzione dell’aspettativa di vita stimata di 1-3 anni (secondo studi condotti negli USA), ed effetti quali diminuzione della funzionalità polmonare e aumento dei sintomi di bronchite sia negli adulti che nei bambini. 

 

 

La Regione Veneto si è dotata di uno  strumento di pianificazione denominato “Piano Regionale di Tutela e Risanamento dell’Atmosfera (PRTRA)“, adottato dalla Giunta Regionale con DGR n. 902 del 04/04/2003. Tale piano ha recepito  lo studio sull’impatto ambientale dei trasporti nel Veneto con riferimento all’aria..
Tale Piano regionale è stato drasticamente stroncato dalla Commissione Europea , che in merito ha aperto una procedura di infrazione , e fra due anni rischia di tradursi in una sanzione piuttosto salata.. La decisione, contenuta nella relazione del 28 settembre scorso, non lascia scampo al Veneto e a quasi tutti i Piani regionali di risanamento dell’aria avviati in Italia nel corso degli ultimi anni. Il solo margine possibile per evitare la multa, da qui al 2011, è cercare di rispettare i parametri europei o quantomeno dimostrare che si sta facendo tutto il possibile per raggiungere l’obiettivo. L’Italia e il Ministero dell’Ambiente vengono ancora sollecitati ad elaborare e varare un piano nazionale di cui non si sente neppure discutere.

 

Anche le politiche regionali per quanto riguarda i trasporti,  in particolare delle merci, appaiono assolutamente in contrasto con le direttive europee, continuando a privilegiare – grazie anche al continuo ricorso ai project financig proposti dalle solite coordate imprenditoriali,- il trasporto su gomma..

 

Trasporto merci: verso un trasporto ferroviario europeo più competitivo

   
La Commissione, gli Stati membri, i gestori delle infrastrutture e gli altri attori del settore ferroviario devono lavorare insieme per realizzare un trasporto merci competitivo. In questo processo, la Commissione agisce nel pieno rispetto della sussidiarietà. Gli Stati membri sono e resteranno liberi di proporre dove dovrebbero essere tracciati questi corridoi. La nostra proposta è diretta a rendere l’infrastruttura ferroviaria più attraente per il trasporto di merci su lunghe distanze in tutt’Europa” ( Antonio Tajani, vicepresidente della Commissione responsabile dei trasporti).

 

Per il trasporto su ferro si passa dal 9% dell’Italia al 38% della Francia e oltre il 40% della

Germania. Per il trasporto per vie d’acqua interna si passa dal 6% della Francia al

16% della Germania, con 0% per l’Italia. 

Riguardo agli impatti, in particolare l’emissione di CO2 per tonnellate di materiale

trasportato, ricorda che una tonnellata di materiale per un’ora trasportata su un

autocarro che effettua percorso misto produce 4,32Kg/h di CO2, mentre per un’ora trasportata

su convoglio ferroviario produrrà 0.73 kg/h;per il trasporto su acqua sarà di

2.05 kg/h. 

 

 

 

In generale , le principali fonti di emissione di PM10 sono:

(fonte: Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA), 2001)

 

COMUNICATO STAMPA Legambiente Nazionale

venerdì, aprile 24th, 2009

Roma, 24 aprile 20
anniversario dell’incidente di Cernobyl
Le iniziative di Legambiente in memoria del disastro nucleare
in occasione del Cernobyl Day europeo

Due esplosioni, una dietro l’altra, la notte del 26 aprile 1986 al reattore della quarta unità di Cernobyl. 11 miliardi di miliardi di Bequerel la radioattività rilasciata dalle esplosioni, un valore 30 miliardi di volte superiore alla dose massima utilizzata per terapie radiologiche di tumori, con 6 pompieri, 24 dipendenti e 31 liquidatori morti per effetto delle radiazioni immediate e un numero difficilmente quantificabile di vittime per gli effetti a lungo termine di quelle assorbite. Dieci i giorni impiegati per spegnere gli incendi, 130 mila gli abitanti dei 76 villaggi evacuati nel raggio di 30 km dalla centrale. La centrale di Cernobyl ha cessato la sua attività il 15 dicembre del 2000, ma ancora oggi le conseguenze sono gravissime. Il fall-out radioattivo, infatti, ha interessato oltre 150mila chilometri quadrati di territorio tra Bielorussia, Ucraina e Russia, coinvolgendo più di 3 milioni di persone.
Sono alcuni numeri del più grande disastro nella storia del nucleare civile che Legambiente ricorda in occasione del ventitreesimo anniversario dell’incidente per non perdere la memoria e ribadire il suo NO ad un ritorno a produrre energia nucleare in Italia.
Saranno decine le iniziative organizzate in tutto il Paese dall’associazione nei giorni che precedono e in quello dell’anniversario del 26 aprile. Dibattiti, proiezioni di film, sportelli informativi nelle piazze, convegni e rassegne si aggiungeranno a centinaia di eventi simultanei annunciati per il 25 e 26 aprile con il Cernobyl Day l’iniziativa internazionale coordinata a livello europeo da Sortir du Nucléaire (Francia), una federazione di 842 associazioni che si battono contro il “potere nucleare”.
“A 23 anni dall’incidente di Cernobyl, il nucleare pone ancora gravi problemi di sicurezza – ha spiegato il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza – e oltre ad essere una fonte energetica costosa, non abbasserà affatto la bolletta energetica nazionale, non ridurrà la dipendenza italiana dall’estero e non ci permetterà di rispettare la scadenza europea del 2020 per la riduzione delle emissioni di gas serra prevista dall’accordo europeo 20-20-20. Se l’Italia decidesse di puntare, come intende fare il governo, sul nucleare, visto il costo ingentissimo dell’operazione, abbandonerebbe di fatto qualsiasi investimento alternativo sullo sviluppo delle tecnologie pulite e dell’efficienza energetica e rinuncerebbe alla costruzione di quel sistema imprenditoriale innovativo e diffuso in grado di competere sul mercato globale, che ad esempio in Germania occupa 250 mila lavoratori”. Contro il piano del governo che prevede la costruzione delle prime nuove centrali entro il 2020, con l’obiettivo di produrre a regime il 25% dell’energia elettrica dal nucleare, Legambiente ha lanciato nei mesi scorsi la campagna “Per il clima contro il nucleare” proponendo, tra le altree cose, alle amministrazioni locali di dichiarare il proprio territorio “sito denuclearizzato” e una raccolta firme “per un sistema energetico moderno, pulito, sicuro”.
“Perché non è del nucleare che l’Italia ha bisogno per rilanciare l’economia e risolvere la sua dipendenza dal petrolio – conclude Cogliati Dezza – ma di un mix di efficienza, risparmio energetico e potenziamento delle fonti rinnovabili”.
“La situazione in Bielorussia è ancora oggi molto preoccupante – aggiunge Angelo Gentili, responsabile del Progetto Legambiente Solidarietà – mentre l’interesse della comunità internazionale viene meno ogni anno di più. Le popolazioni sono abbandonate a se stesse e non è sufficiente il lavoro di cooperazione che centinaia di associazioni e Ong, come la nostra, portano avanti da anni. Per questo continueremo nella nostra azione di solidarietà con azioni concrete ma anche iniziative che richiamino l’attenzione dell’opinione pubblica sul problema della sicurezza nucleare e sul dramma che stanno vivendo alcuni milioni di persone che vivono nelle zone contaminate di Bielorussia, Russia e Ucraina”.
Per conoscere le iniziative di Legambiente www.legambiente.eu per quelle internazionali http://chernobyl-day.org
Ufficio stampa Legambiente (06.86268379-99-76)

Tutti i numeri di Cernobyl

2 esplosioni consequenziali la notte del 26 aprile 1986 al reattore della quarta unità di Cernobyl

11 miliardi di miliardi di Bequerel la radioattività rilasciata nelle esplosioni, 30 miliardi di volte superiore alla dose massima utilizzata per terapie radiologiche di tumori

10 giorni necessari per spegnere gli incendi

5.000 tonnellate di materiali vari(sabbia,boro, piombo, fosfati) versati sopra le macerie

dai 300mila a 800mila i liquidatori impiegati nel dopo incidente

50.000 gli abitanti della cittadina di Pripjat che vennero allontanati dalle loro case, dove non sono mai rientrati

130.000 gli abitanti dei 76 villaggi evacuati nel raggio di 30 km dalla centrale

6 i pompieri che intervennero subito per spegnere l’incendio e che morirono pochi giorni dopo per l’effetto delle radiazioni

24 i dipendenti morti tra il 26 aprile ed il 31 luglio per effetto delle radiazioni

31 i liquidatori morti poco tempo dopo per le dosi di radiazioni assorbite

4 i piloti di elicottero che morirono in volo sopra la centrale

1800 i casi di cancro alla tiroide censite dall’Aiea in bambini che all’epoca dell’incidente avevano un’età compresa tra i 0 e 14 anni

1,5 milioni di persone che vivono ancora oggi in aree con livelli di contaminazione superiori a 1curie per chilometro quadrato

150mila i chilometri quadrati di territorio ancora contaminato

1.000mq è l’estensione delle crepe sul sarcofago che racchiude i resti del reattore esploso

180 le tonnellate di combustibile che si stima siano ancora all’interno del reattore

100 metri in altezza e 260 metri di lunghezza la dimensione della nuova struttura che andrà a ricoprire l’attuale sarcofago e che avrà un costo stimato di oltre un miliardo di dollari

TERRITORI IMBAVAGLIATI

mercoledì, marzo 18th, 2009

di RAFFAELE LUPOLI

A sentire il ministro dello Sviluppo economico Scajola, il disegno di legge per il ritorno al nucleare prevederà «procedure e criteri». Saranno poi le imprese a individuare i luoghi dove costruire le centrali. E se non si riuscirà a convincere le comunità locali con gli sconti sulla bolletta si passerà con la forza

Il governo stabilisce i criteri e le imprese costruttrici individuano i territori dove localizzare gli impianti. Una strategia già sperimentata quindici anni fa in Campania per localizzare gli inceneritori. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ma non importa: sui siti per la costruzione di centrali nucleari “decide chi fa impresa energetica”. Nel corso della trasmissione tv Porta a Porta il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola ha sottolineato che il disegno di legge per il ritorno al nucleare prevederà “procedure e criteri di carattere morfologico, geografico, impiantistico, di gestione”.

A decidere poi dove costruire le centrali saranno le imprese, che dovranno individuare “il luogo dove sia possibile rispettare” questi criteri. Insomma, la politica non si prende la responsabilità della scelta: va bene il nucleare ma non bisogna perdere voti. E infatti si prevede anche un “contentino” di natura economica. Si cercherà il consenso a livello locale con gli incentivi, ha sottolineato Scajola. Spiegando che anche la popolazione potrà trarre vantaggi dal reattore dietro casa, in termini di sconti “nella bolletta” dell’energia elettrica.

E se neanche lo sconto fosse sufficiente a convincere gli abitanti di una provincia a non opporre resistenze? Se proprio non si dovesse ottenere il consenso, dice il ministro, verranno comunque prese decisioni a livello centrale. Alla faccia della partecipazione. Scajola ha già pronto il piano B: “Potrebbe essere necessario utilizzare gli strumenti previsti dall’articolo 120 della Costituzione per il bene del paese” surrogando le competenze degli enti locali.

Il comma 2 dell’articolo in questione riguarda la sussidiarietà e la leale collaborazione. Vale la pena di dargli una letta: “Il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni, delle Città metropolitane, delle Province e dei Comuni nel caso di mancato rispetto di norme e trattati internazionali o della normativa comunitaria oppure di pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica, ovvero quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali”.

Il governo “federalista”, dunque, da una parte sceglie pilatescamente di non scegliere i luoghi che ospiteranno le centrali, dall’altra minaccia l’esercizio dei poteri sostitutivi, espressione di un modello accentrato di governo che mal si concilia con i principi costituzionale di decentramento e autonomia dei territori. Nel caso del ritorno al nucleare toccherà agli addetti ai lavori stabilire se l’eventuale esercizio dei poteri sostitutivi sarà giustificabile con il “pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica” o con “la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica”. Una cosa però è certa: i territori che non si comprano si imbavagliano.

27 febbraio 2009 – lanuova ecologia