Da poco più di un mese è stato eletto presidente di Fairtrade Italia. E immediatamenteAndrea Nicolello-Rossi, dirigente padovano di Legambiente, si è messo al lavoro per rafforzare il protagonismo delle 28 organizzazioni che compongono il consorzio. Esperto di mobilità ed energia oltre che operatore del sociale e segretario nazionale di Fiadda (Famiglie associate per la difesa dei diritti degli audiolesi), Nicolello racconta alla Nuova Ecologia la sua visione: «In continuità con il passato –spiega – vorrei che sempre più i nostri soci vedessero nel commercio equo un’occasione per sviluppare ulteriormente progetti di solidarietà, economia responsabile, intervento politico».
Quali saranno le sedi prioritarie di questo intervento?
Penso alle grandi organizzazioni sociali e alle loro campagne (Arci, ManiTese e Legambiente), a quanto incidano nell’opinione pubblica, ma soprattutto ai servizi – politicamente e culturalmente orientati – e al radicamento nel territorio. È in questi ambiti che deve tradursi concretamente l’intreccio con Fairtrade: nei nostri grandi festival, nei nostri bazar, nel merchandising e nei locali, nelle centinaia di squadre sportive giovanili (quelle UsAcli), nell’ambito del microcredito e della finanza etica (Etimos e Banca Etica). Ma anche a quanto le Ong socie hanno già fatto o possono fare nell’educazione allo sviluppo (Cies, Focsiv, Gvc) o nella proposta di prodotti (Ancc Coop e Acs). Per questo stiamo dando vita anche ad un’associazione di promozione sociale per sviluppare meglio gli aspetti politici e culturali di cui siamo portatori.
In tempi di crisi economica ed ecologica qual è il contributo che può dare il commercio equo?
Occorre distinguere due piani. Da un lato ci sono i produttori del sud del mondo, esposti non solo alla crisi economica ma anche al rischio dei cambiamenti climatici in atto. Ad oggi il commercio equosolidale garantisce a circa 7,5 milioni di lavoratori e loro famiglie contratti a prezzi equi e continuativi nel tempo (nel 2009 i consumatori hanno speso 3,4 miliardi di euro in prodotti certificati Fairtrade, una crescita del 15%). Ma oltre al prezzo stabile ai produttori viene generato un Fairtrade Premium (il margine aggiuntivo al prezzo) di cui beneficiano le famiglie e le comunità, per investimenti e progetti in ambito sociale e sanitario definiti su base locale.
E il secondo aspetto?
Se noi ambientalisti siamo soliti parlare di democrazia energetica – per la quale lo sviluppo delle energie rinnovabili non è soltanto la migliore risposta all’esaurimento di materie prime energetiche, ma è anche un’opportunità per creare un modello decentrato di produzione di energia – anche il Fairtrade persegue la conquista di un’autonomia delle comunità produttrici a livello locale. Ma si apre anche un ragionamento più generale. A Terra Futura abbiamo detto che “la crisi sancisce il definitivo fallimento dei dogmi del neoliberismo: l’assunzione delle intrinseche capacità autoregolative del mercato come un valore fondante della società, la crescita lineare dei consumi”. È il salto di modello che pratichiamo con le economie responsabili. Quando leggiamo i dati sull’aumento dei volumi di prodotti Fairtrade (+10% in Italia l’anno scorso nonostante la crisi) sappiamo che sono numeri significativi perché generano sostenibilità e sono dovuti alla connessione tra istanze sociali e ambientali, dialogo tra mondo delle imprese ed economia solidale.
Che cosa porterà della sua esperienza in Legambiente nel nuovo incarico?
Milito da anni in Legambiente (e continuerò a farlo), associazione nata per il cambiamento, che ha individuato vari strumenti di azione: la pressione politica, l’ambientalismo scientifico progettuale e di denuncia. Tutti uniti da un filo rosso: favorire la cittadinanza attiva. Per fermare i cambiamenti climatici non basta il solo ambientalismo, servono reti e nuove coalizioni e il protagonismo delle persone alle quali dovremo sempre più offrire strumenti per orientare in senso critico e sostenibile i loro comportamenti. Perché le scelte di consumo, i nuovi stili di vita non sono semplice testimonianza o un modo facile per partecipare a un impegno collettivo. Sono atti con un valore politico ed economico, inducono cambiamenti reali. È qui che nasce l’intreccio con il commercio equo e solidale.
Più in generale, ci sono alcune questioni ambientali con cui la filiera del commercio equo deve ancora fare i conti. Quali sono e come si risolvono?
Gli standard di certificazione Fairtrade prevedono la lotta integrata e il sostegno per la conversione al biologico. Sistemi di aiuto che stanno pagando visto che ormai i prodotti food certificati Fairtrade sono per oltre il 40% anche bio. Ma i disciplinari prevedono indicazioni sul rispetto delle risorse naturali come acqua e foreste, coltivazioni free ogm, la chiusura del ciclo dei rifiuti organici per la fertilizzazione dei terreni.
Rimane il tema delle emissioni di CO2 per prodotti coloniali e tropicali che percorrono migliaia di km per arrivare in Europa, prevalentemente su navi cargo.
Per approfondire questi temi Fairtrade Italia ha aderito pochi giorni fa al costituendo tavolo nazionale per l’agricoltura biologica e i cambiamenti climatici promosso da Chimica Verde, Icea e Legambiente. Un network italiano che ha corrispondenti anche europei. A noi servirà per riportare in ambito Flo indicazioni su quanto e quale agricoltura può svolgere un ruolo centrale nel contrasto all’emissioni di gas climalteranti. Avere due soci come Icea e Ccpb è senz’altro una garanzia in questo senso.
Il commercio equo può giocare un ruolo per affrontare la questione, tutta interna al nostro Paese, del progressivo arretramento del Mezzogiorno?
È evidente che la crisi globale ha effetti sulle povertà anche dei nostri paesi, con la negazione dei diritti sociali e del lavoro. È venuto il momento di approfondire la possibilità di occuparci del “Fairtrade di casa nostra”, sostenendo progetti di certificazione di prodotti che provengono dai sud del nord del mondo e i produttori agricoli. Temi cari a molti soci, fra tutti Acli e la comunità di Capodarco.