Archive for luglio, 2011

Carovana delle Alpi 2011

venerdì, luglio 29th, 2011

 

COMUNICATO STAMPA

Carovana delle Alpi 2011

Parte la campagna di Legambiente sullo stato di salute delle Alpi

NEL VENETO BANDIERA NERA AL PRESIDENTE ZAIA PER IL PROGETTO DI PROLUNGAMENTO DELLA A27 (ALEMAGNA) – BANDIERA VERDE AD ATTILIO BENETTI PER L’ATTIVITA’ DI STUDIO E RICERCA NEL CAMPO DEI FOSSILI

Il consumo di suolo rischia di diventare protagonista dell’estinzione dell’agricoltura nei fondovalle alpini”

 

Legambiente consegna la pagella alle Alpi italiane e piovono promozioni ma anche pesanti bocciature. Parte oggi, infatti, la decima edizione della Carovana delle Alpi che per tre mesi si muoverà lungo tutto l’arco alpino per assegnare le bandiere verdi e nere: i vessilli con cui ogni anno l’associazione premia le buone pratiche nelle località montane e denuncia le situazioni più significative di degrado e cementificazione. La campagna di Legambiente effettuerà il suo annuale “check up” dell’ambiente alpino sollecitando i cittadini, le forze economiche e le istituzioni a rendersi protagoniste della sfida della qualità ambientale sulle nostre montagne.

“Come testimoniano le segnalazioni che abbiamo raccolto – dichiara Legambiente -, le Alpi e le aree montane in genere continuano a essere prive di appropriate politiche, su cui governo e regioni sono latitanti, ma molti dei fatti che denunciamo ci parlano anche della mancanza di una visione alpina che superi i confini nazionali. Dalla gestione faunistica, alle grandi vie di comunicazione e alle reti energetiche, le grandi sfide di sostenibilità non conoscono frontiere nazionali, è sempre più urgente e necessario che ogni Paese faccia la sua parte nel tavolo di lavoro della Convenzione Internazionale perla Protezione delle Alpi. A partire dall’Italia, che ha sottoscrittola Convenzione nel 1999, ma non ne ha ancora ratificato i protocolli d’attuazione”.

Sono in totale 18 le bandiere, tra verdi e nere, che verranno consegnate dagli ambientalisti nel corso delle iniziative che promuovono le buone pratiche in montagna. Ben 9 vessilli quest’anno andranno ai “pirati” delle Alpi. Di questi, 3 sono stati assegnati a località montane in Lombardia, 2 al Piemonte, 2 al Trentino Alto Adige e le ultime2 a Veneto e Friuli Venezia Giulia. Al primo posto tra le minacce c’è l’aggressione urbanistica ai fondovalle.

“Abbiamo voluto puntare l’attenzione sul pessimo stato in cui versano i grandi territori dei fondovalle alpini – dichiara Michele Bertucco, presidente di Legambiente Veneto – spesso si associa il consumo di suolo alle grandi aree metropolitane, ma la situazione sta diventando sempre più allarmante anche negli stretti corridoi vallivi in cui vive la grande maggioranza della popolazione delle Alpi. Le regioni che hanno sviluppato analisi sull’uso del suolo nelle aree montane, comela Lombardia, il Veneto e l’Alto Adige forniscono dati gravissimi: il territorio di fondovalle è una risorsa in esaurimento, a essere intaccati sono i suoli più fertili, di importanza strategica per l’agricoltura e la zootecnia montana. Fermare il consumo di suolo è una vera e propria emergenza nazionale, perfino all’interno dei territori montani dell’arco alpino”.

 

Il fondovalle osservato speciale, dunque, come nel caso delle bandiere nere assegnate ai comuni della Valchiavenna, in provincia di Sondrio per avere previsto nei loro piani urbanistici nuove aree residenziali e industriali destinate a compromettere zone preziose di una delle piane agricole meglio conservate delle Alpi centrali. Il cemento di fondovalle è anche quello delle grandi infrastrutture, come l’autostrada Alemagna di cui si vagheggia da decenni in Veneto per collegare Belluno a Monaco di Baviera, sebbene i vicini austriaci già da tempo abbiano opposto un chiaro veto alla realizzazione di nuove autostrade di attraversamento alpino. Un’ipotesi insostenibile anche economicamente, che ha come sostenitore l’attuale Presidente della Regione Luca Zaia. Ma c’è spazio anche per la denuncia di progetti che spargono cemento in alta quota. Come a Selvino, in Provincia di Bergamo, dove un accordo di programma prevede la realizzazione di un gigantesco impianto sciistico coperto (sky dome), o in Valmalenco (SO), una valle montana già violentata dalle troppe cave e da tempo nel mirino della speculazione immobiliare.

Dalle Alpi non arrivano solo brutte notizie. Nove bandiere verdi sono state selezionate per premiare progetti che mettono in campo politiche virtuose. In molti di questi casi, amministratori e cittadini si sono fatti carico dei bisogni della propria comunità e hanno saputo interpretarli in modo creativo riuscendo a incrociare il desiderio di sviluppo sociale e civile con la conservazione degli ambienti naturali più preziosi, quelli che se preservati sostengono l’identità e la coesione di una comunità. Emblematica la bandiera consegnata, fuori dai confini nazionali, al Dipartimento del Territorio del Canton Ticino e al municipio di Arogno (CH) per aver deciso di risolvere il problema dell’ecomostro della Sighignola in Val Intelvi (CO), struttura che ricade in gran parte in territorio italiano, recuperando il “balcone d’Italia” compromesso dal cemento. Un riconoscimento è andato anche al Comune di Cevo (BS), che grazie all’utilizzo delle energie rinnovabili l’intero paese è diventato autosufficiente per il fabbisogno di elettricità. Bandiera verde ad Attilio Benetti di Camposilvano di Velo Veronese (VR) per l’attività scientifica di studio, ricerca e catalogazione di reperti fossili, e per la passione dimostrata nei confronti della sua terra, e alla fondazione Nuto Revelli per il notevole intervento di recupero e animazione culturale del borgo di Paralup (CN)

 

Le bandiere di Carovana delle Alpi 2011

 

BANDIERE NERE

 

AL MINISTERO DELL’ISTRUZIONE, DELL’UNIVERSITÀ E DELLA RICERCA

Per la cancellazione del Corso di Laurea in Scienze e Cultura delle Alpi dell’Università di Torino.

 

AL PREFETTO DI TORINO

Per non aver dato adeguate disposizioni di tutela a protezione del Museo Archeologico di Chiomonte dai danneggiamenti causati dai lavori per la linea Alta Velocità Torino – Lione.

 

AL COMUNE DI CHIAVENNA E AL COMUNE DI GORDONA (SO)

Per avere previsto nel proprio piano urbanistico nuove aree residenziali e industriali di dimensioni ingiustificate, destinate a compromettere aree finora preservate dalla cementificazione.

 

AL COMUNE DI SELVINO CON PROVINCIA DI BERGAMO E REGIONE LOMBARDIA

Per aver promosso un accordo di programma per la realizzazione di un gigantesco impianto sciistico coperto (sky dome), sito in un territorio montano già provato da anni di speculazione edilizia.

 

ALL’UNIONE DEI COMUNI DELLA VALMALENCO

Per il protocollo d’intesa predisposto e indirizzato alla Provincia di Sondrio che ripropone una valorizzazione turistica a colpi di seconde case, piste da sci e campi da golf in alta quota.

 

AL PRESIDENTE DELLA REGIONE VENETO

Per aver riproposto, in continuità con la precedente Giunta Regionale, il prolungamento di un’opera inutile e dannosa al territorio bellunese come l’Autostrada A27 (Alemagna).

 

ALLA LEGA NORD DEL TRENTINO

Per la insulsa provocazione di inserire carne di orso bruno nel menu di una festa di partito.

 

AL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA AUTONOMA DI BOLZANO

Al presidente della Provincia di Bolzano, è primariamente ascrivibile la causa dell’attuale stato di stallo del Parco Nazionale dello Stelvio, che da gennaio 2011 è privo di un ente di gestione, in attesa dello smembramento in tre distinti parchi regionali.

 

ALLA GIUNTA REGIONALE DEL FRIULI-VENEZIA GIULIA

Per aver espresso parere favorevole di compatibilità ambientale sul progetto privato relativo all’elettrodotto a 220 kV tra Somplago (UD) e Würmlach (Austria).

 

BANDIERE VERDI

 

AL COMUNE DI PIGNA (IM)

Motivazioni: per avere avviato una politica fortemente proiettata alla valorizzazione del territorio e della storia della propria comunità integrandola con una politica di rispetto ambientale.

 

ALLA FONDAZIONE NUTO REVELLI

Motivazioni: per la rivitalizzazione della borgata Paralup attraverso il recupero della memoria storica, insieme a quella architettonica, e per le importanti iniziative culturali ivi organizzate.

 

AL COMUNE DI USSEAUX (TO)

Motivazioni: per le molteplici attività e i progetti realizzati per la salvaguardia dell’ambiente e la valorizzazione sostenibile del territorio.

 

ALLA LATTERIA SOCIALE MONTANA DI SCALVE (BG) E ALLA COOPERATIVA “IL TESORO DELLA LUNA” DI CORNA IMAGNA (BG)

Per l’intraprendenza di attività cooperative che promuovono le produzioni agroalimentari di qualità, supportando imprese economiche che recuperano la partecipazione e il legame con il territorio in aree montane periferiche.

 

AL DIPARTIMENTO DEL TERRITORIO CANTON TICINO E AL MUNICIPIO DI AROGNO (CH)

Per aver saputo risolvere con impegno e determinazione la annosa vicenda dell’ecomostro della Sighignola, recuperando il ‘balcone d’Italia’ compromesso dall’errore umano e dal cemento.

 

AL COMUNE DI CEVO (BS)

Per l’impegno, assunto con metodico piglio imprenditoriale, a rendere l’intero comune totalmente autonomo per il proprio fabbisogno di elettricità derivandola da fonti energetiche rinnovabili.

 

AD ATTILIO BENETTI

Per l’attività scientifica di studio, ricerca e catalogazione di reperti fossili, e per la passione dimostrata nei confronti della sua terra.

 

ALLA COMUNITÀ DI S. ANTONIO/OLTREACQUA (TARVISIO)

Per essersi opposta ad una Variante Urbanistica che, rendendo edificabili alcuni terreni di proprietà comunale, avrebbe comportato la riduzione delle superfici agricole di una delle ultime zone di Tarvisio non ancora invase dal cemento.

 

ALLA COMUNITA’ DI CERCIVENTO (UD)

Per la battaglia in difesa del mantenimento della gestione diretta dell’acqua che si è clamorosamente espressa nel risultato di alta partecipazione al voto nei recenti referendum di giugno.

 

LE BANDIERE DEL VENETO

BANDIERA NERA

a: PRESIDENTE DELLA REGIONE VENETO

Motivazione: per aver riproposto, in continuità con la precedente Giunta Regionale, ilprolungamento di un’opera inutile e dannosa al territorio bellunese come l’Autostrada A27 (Alemagna)

Descrizione:

Nonostante il NO di Austria e Alto Adige al prolungamento della A27 (Alemagna),concepita come rilevante, nuovo corridoio autostradale transalpino, la Regione Venetocon tre imprese private (Grandi Lavori Fincosit, Adria Infrastrutture e Ing. E. Mantovani)vorrebbe realizzare 21 chilometridi nuova autostrada da Pian di Vedoia a Caralte, per un costo di 1200 milioni di euro da racimolare attraverso il sistema del project financing.

Si tratta di un’opera inutile e dannosa che va a vantaggio solo dei costruttori, perché, venuto meno lo sbocco verso nord in direzione Monaco per l’opposizione delle regioni confinanti, il prolungamento autostradale non provocherebbe altro che la creazione di un imbuto di traffico nel Cadore, solo una ventina di chilometri a nord dell’attuale termine autostradale, con costi ambientali enormi. Gallerie e viadotti, infatti, attraverserebbero una vallata ai piedi delle Dolomiti, le stesse montagne riconosciute dall’Unesco come Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Inoltre, il progetto contrasta con le direttive europee che prevedono un progressivo spostamento del traffico merci dalla strada alla rotaia, nonché prefigura un conclamato conflitto conla Convenzione Internazionaleperla Protezionedelle Alpi, che impone alle Parti contraenti, tra cui l’Italia, di astenersi dal realizzare nuove grandi vie di attraversamento stradale transalpino.

A queste ragioni, si aggiunge un problema di insostenibilità economico-finanziaria che risulta evidente analizzando i parametri che emergono dagli studi presentati agli enti locali. I flussi di traffico stimati, infatti, sono stati calcolati dando per scontato che il prolungamento giungesse a Monaco, ed è per questo motivo che nella bozza di Convenzione tra Regione e privati questi ultimi sostengano la necessità che nel caso in cui il traffico reale non corrispondesse a quello previsto,la Regioneeroghi un contributo pubblico per garantire “l’equilibrio finanziario”. In parole povere si privatizzano i profitti e si socializzano le perdite. Ma il Piano Economico dell’opera si spinge ben oltre. Infatti, per i21 kmdel nuovo tratto sono previste tariffe esorbitanti: 6,5 euro per i veicoli leggeri e 23,8 per i veicoli commerciali, con l’obbligatorietà da parte degli automobilisti non residenti e di tutti i mezzi pesanti di viaggiare in autostrada, mentre per l’attuale SS 51 sono previsti

abbassamenti dei limiti di velocità, per “sollecitare” gli stessi automobilisti bellunesi a utilizzare il prolungamento autostradale.

Infine, ciò che rende il progetto, oltre che insostenibile dal punto di vista economico e ambientale, anche un vero affronto alla dignità del territorio bellunese, è la richiesta, presente nella Bozza di Convenzione, di vietare qualsiasi attività in concorrenza con l’autostrada o che potrebbe determinare una diminuzione del suo bacino d’utenza. Tradotto significa vietare qualsiasi miglioria sulla viabilità ordinaria, ma anche lo stop a qualunque ipotesi di rilancio della linea ferroviaria. Tre imprese private avranno perciò la possibilità di condizionare le scelte strategiche sulla mobilità del territorio bellunese, a discapito di Enti e Comunità Locali che verranno ulteriormente espropriate del proprio potere decisionale. Di fronte a ciò, molti cittadini e comitati si sono già schierati nettamente contro il progetto, proponendo come alternativa il potenziamento della linea ferroviaria e la realizzazione delle circonvallazioni (molto meno costose e impattanti) nelle zone dove attualmente vi sono reali problemi di congestione del traffico.

 

 

BANDIERA VERDE

a: ATTILIO BENETTI

Motivazione: per l’attività scientifica di studio, ricerca e catalogazione di reperti fossili, che gli ha permesso di individuare differenti nuovi generi e centinaia di specie e per la passione dimostrata nei confronti della sua terra.

Descrizione:

Attilio Benetti vive in una contrada di Camposilvano di Velo Veronese ed è un affermato studioso di paleontologia riconosciuto da premi internazionali che dell’attività di ricerca, studio e conservazione di reperti, ha fatto la propria ragione di vita. La sua passione nasce quand’era bambino. Infatti, in alcune interviste rilasciate, si legge che all’età di cinque anni se ne andava nel bosco dove raccoglieva fossili di animali, classificandoli poi in base alle loro dimensioni.

Un interesse che è cresciuto negli anni. Certamente non è stato semplice, soprattutto se si considerano i tempi, ma il suo trasporto unito alla tenacia: «Al mondo devi sempre essere curioso, altrimenti non scoprirai mai niente», gli ha permesso da autodidatta di andare alla ricerca di nuovi reperti fossili da catalogare, di partecipare a congressi internazionali esponendo le proprie relazioni, di pubblicare articoli su riviste specializzate e di scrivere volumi d’interesse scientifico e culturale.

Ha individuato diversi nuovi generi e centinaia di specie fossili, tra le principali il brachiopode più grande fino a ora scoperto che è stato battezzato a suo nome e le ammoniti, fossili guida del Mesozoico.

Nel 1975 gli viene proposto di rendere accessibile al pubblico la sua collezione di reperti fossili, così, accanto alla sua abitazione, viene costruito il Museo geopaleontologico diCamposilvano. Inaugurato nel 1999, la nascita del Museo è legata sia alla storia geologica che caratterizza i Monti Lessini veronesi che all’attività di ricerca praticata negli anni da Attilio Benetti. Qui si possono osservare minerali, calcari, ammoniti, insetti, vegetali pietrificati e l’impronta del dinosauro.

 

 

Rovigo, 29 luglio 2011

 

 

 

LEGAMBIENTE VENETO

 

 

Per informazioni: Legambiente Veneto Corso del Popolo, 276 – 45100 Rovigo tel. 042527520 fax 042528072 e-mail ufficiostampa@legambienteveneto.it

Parco di Adria: un intralcio.

venerdì, luglio 22nd, 2011

La vendita del bosco di pianura di Corte Guazzo.

In campagna elettorale i Candidati Sindaci hanno fatto sentire i loro pareri sulle questioni ambientali. In particolare l’attuale Sindaco Barbujani ci ha detto di suo proposito che avrebbe consultato Legambiente (cosa che non è avvenuta) sulle questioni ambientali del territorio, in questo caso la vendita di quello che doveva essere il parco della città: Corte Guazzo, attualmente bosco di pianura. A riguardo, tutti i candidati Sindaci, compreso Barbujani, ci hanno risposto positivamente sull’attivazione del parco, per ribadire che per la città è un diritto dei cittadini imprescindibile. Alcuni candidati, (le risposte sono nel sito di www.legambientedeltapo.it) hanno anche illustrato delle proposte: coinvolgere le associazioni per la manutenzione; un chiosco che in cambio dell’affitto fa manutenzione e sorveglianza; una pista ciclabile per raggiungere il parco in comunicazione con Artessura.

Riteniamo che i 2 piccoli parchi Comunali della città, (giardini Zen e Scarpari) siano troppo piccoli per delle attività sportive giovanili, inoltre sono spesso mal tenuti. Dopo le nostre ripetute richieste, abbiamo aspettato 5 settimane per avere un appuntamento formale per parlare della preoccupante delibera del Commissario, dove almeno 10 terreni verdi dovrebbero essere venduti a privati. Non per fare l’orto, ma per costruire altre case. E fra questi anche l’area del bosco di pianura di Corte Guazzo. Tutte queste aree hanno delle funzioni per le comunità, anche per una mitigazione del pericolo idrogeologico (impermeabilizzazione dei terreni, allagamenti).

I problemi degli allagamenti in città sono ancora al massimo del pericolo e quando piove un pò di più si va sotto acqua. Andiamo ad aggravare questa situazione impermeabilizzando nuovi terreni? Il bosco di pianura era stato un investimento legittimo e lungimirante in previsione dell’espansione della zona artigianale: il senso era quello di mettere una fascia di verde fra la città e i rumori e i disagi, gli inquinamenti di una zona industriale (pratica comune anche in altri paesi del Veneto). Possiamo notare il controsenso se il bosco di pianura venisse venduto per costruire dei complessi ospedalieri a ridosso di una zona industriale! In altri Comuni dei dintorni, i boschi di pianura ben utilizzati si sono progressivamente trasformati in parchi della città che attraggono centinaia di presenze giornaliere ed attività per i cittadini. Inoltre se un cittadino ha pagato la sua casa per avere del verde intorno, si vedrà deprezzare l’area per l’urbanizzazione sopra il verde dove andava a giocare il figlio o si poteva fare quattro passi al fresco. Anche in tutti gli altri Comuni esistono i problemi del bilancio, ma non si stanno vendendo gli ori di famiglia per sistemare i conti? Siccome l’economia sta cambiando è presumibile che i tempi d’oro non torneranno molto facilmente, a quel punto cosa ci venderemo?

Legambiente non ha pregiudizi sulla vendita di beni comunali, ma se è per realizzare qualche altro progetto di bene pubblico. Secondo noi ci sono molte strutture da mettere in vendita di proprietà comunale che non rendono, ma la strada maestra per mettere i conti in ordine è la lotta agli sprechi che sono ancora alti. Basta pensare al risparmio che il Comune avrebbe sulle bollette se praticasse il risparmio energetico di tutte le strutture. La nostra visione per il futuro delle aree verdi è nella manutenzione data in parte ai cittadini che ne godono e alla responsabilità di tutti. Infine, non possiamo accettare che un Comune ritenga inutile il parco della città al punto di venderlo. I Parchi nelle città sono sempre stati un patrimonio imprescindibile ed un diritto per gli abitanti, rinunciare a questo significa diminuire la qualità di vita in maniera drastica e considerare la natura per quello che NON è e NON deve essere: un intralcio alla realizzazione del profitto. Considerare l’urbanistica del verde in una città moderna senza un piano del verde pubblico, con la mancanza di un parco, significa non valorizzare la città e farla scadere a livelli abissali al pari delle città delle repubbliche delle banane.

Centrale:chi è il decisore?

martedì, luglio 12th, 2011

Danilo Stoppa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La casa di Marino Marin va sistemata.

giovedì, luglio 7th, 2011

Circolo Legambiente Delta del Po-Adria

Vista la situazione non era più possibile rimandare, ci siamo sentiti cittadini responsabili dei beni pubblici della città e ci siamo dati appuntamento alle 8 del mattino di sabato 2 luglio, prima che alcuni di noi andassero a lavorare. In poche ore i volontari di Legambiente hanno eseguito la manutenzione del giardino con il permesso del Sindaco che ci ha ringraziati.

Però la situazione della casa del Poeta Marino Marin è giunta al degrado, in particolare per una stanza, ma anche nell’atrio di entrata e nel bagno al piano terra. I lavori di restauro di 12/13 anni orsono non hanno ripristinato a regola d’arte l’antico edificio e le infiltrazioni di umidità sono così imponenti e malsane che già alcune associazioni hanno dovuto abbandonare la sede per motivi di salubrità. Gli intonaci si stanno staccando e l’umidità sta rodendo il legno delle porte e finestre dell’epoca. Un intervento rapido per arginare almeno in parte il processo di corrosione sarebbe necessario, se l’Amministrazione Comunale non provvederà alla manutenzione doverosa ed emergenziale, magari con l’aiuto di sponsor, la casa della cultura di Marino Marin dovrà essere chiusa e abbandonata, dando così l’ennesima mazzata alla cultura della nostra città.

 

 

 

Lettera a Napolitano contro Legge “Pro Carbone”

giovedì, luglio 7th, 2011

 

Roma, 6 luglio 2011                                                                                       Comunicato stampa


Porto Tolle: Lettera a Napolitano contro Legge “Pro Carbone”

Le associazioni ambientaliste che hanno portato avanti la battaglia contro la conversione a carbone della centrale di Porto Tolle – Greenpeace, Legambiente, WWF e Italia Nostra – si rivolgono oggi al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano affinché prenda urgenti provvedimenti per impedire che il Governo aggiri una sentenza “scomoda” sostituendosi ai giudici che hanno già sentenziato sulla incompatibilità ambientale del carbone.


Il tentativo del Governo di inserire nell’articolo 35 della Finanziaria una norma che favorisce lo smantellamento di centrali alimentate ad olio per trasformarle a carbone è un perfetto esempio di legge “ad aziendam”. Con questa, non solo si ignora la sentenza del Consiglio di Stato sulla valutazione di impatto ambientale, ma si decide deliberatamente di ignorare – per fare l’interesse dell’ENEL – l’impatto ambientale e sanitario di una centrale a carbone nel cuore di una delle aree, il Delta del Po, più fragili e a rischio del Paese.


La norma cerca di cancellare la sentenza del Consiglio di Stato e la disposizione di confrontare il progetto a carbone con scenari alternativi, quale l’utilizzo del gas naturale o l’alternativa “zero”, non costruire nulla. Si tratta di un vero e proprio “obbrobrio giuridico” in quanto tale confronto costituisce uno dei contenuti necessari e obbligatori della procedura di Valutazione d’Impatto Ambientale prevista dalle norme europee e confermata dalla Corte di Giustizia europea.

La conversione a carbone della centrale di Porto Tolle comporterebbe l’emissione di oltre 10 milioni di tonnellate annue di anidride carbonica (CO2), il principale responsabile del riscaldamento globale; nonché la movimentazione, in un parco naturale già fragilissimo, di 5 milioni di tonnellate di carbone all’anno e di un altro milione di tonnellate tra calcare, gessi e ceneri. Tutto questo per salvare meno di 200 posti di lavoro che potrebbero essere assorbiti da un equivalente impianto a gas naturale, ipotesi più razionale visto che accanto al sito della centrale è stato costruito il più importante terminale gasifero off-shore.


I rischi posti dalla conversione a carbone sono quindi evidenti, senza contare che il carbone è tra i fattori che ritardano il lancio, in Italia, di una seria politica di investimenti sulle rinnovabili e l’efficienza che secondo numerose stime (nazionali, internazionali e sindacali) porterebbe nel nostro Paese migliaia di posti di lavoro in più di quelli che si guadagnerebbero con questi pericolosi progetti di riconversione.


Le associazioni hanno chiesto al Presidente Napolitano di non firmare il decreto.

Contatti:
Ufficio stampa Greenpeace, 06 6816061 int. 146, 239; cell. 3483988615

Ufficio stampa WWF, 06 84497377; cell. 3298315718

Ufficio stampa Legambiente, 06.86268376 – 79; cell. 3490597187

Ufficio stampa Italia Nostra, Maria Grazia Vernuccio, cell.335.1282864

 

 

Attività estrattive: non c’è un progetto.

giovedì, luglio 7th, 2011


COMUNICATO STAMPA

Nel rapporto 2011 di Legambiente la mappa e i numeri dell’attività estrattiva in Italia:

NEL VENETO, MALGRADO LA CRISI, 566 CAVE ATTIVE E 1614 QUELLE ABBANDONATE

9 REGIONI SENZA PIANO CAVE E TRA QUESTE IL VENETO

SANT’ANNA D’ALFAEDO NEL VERONESE IL COMUNE  “GRUVIERA” D’ITALIA CON 76 CAVE ATTIVE SUL PROPRIO TERRITORIO

Legambiente: “Subito regole per fermare la svendita del territorio e canoni adeguati.  Come in Europa, si può ridurre le cave puntando sul riciclo degli inerti”

Mentre si discute di una durissima manovra economica è incredibile che nessuno s’interessi dell’attività estrattiva, un settore dove i guadagni sono miliardari a fronte di pochi euro lasciati al territorio. Perfino in un periodo di crisi dell’edilizia, l’Italia, con oltre 34 milioni di tonnellate e una media di 565 chili per ogni cittadino, continua a detenere un vero e proprio primato europeo nel consumo di cemento. Solo nel 2010 dalle 5.736 mila cave attive nel Bel Paese sono stati estratti quasi 90 milioni di metri cubi di inerti di cui circa la metà (43 milioni di metri cubi) in Lombardia, Lazio e Piemonte. Una ferita rilevantissima al paesaggio che riguarda 2.240 Comuni, a cui vanno aggiunte più di 13mila cave dismesse nelle regioni in cui esiste un monitoraggio, che arrivano facilmente a 15mila sommando quelle abbandonate di Calabria, Abruzzo e Friuli Venezia Giulia.

A richiamare l’attenzione sulle conseguenze di un’attività a cui viene prestata troppo poca attenzione sia a livello nazionale che regionale è il Rapporto Cave 2011 di Legambiente.

L’associazione ambientalista ricorda che in Italia a dettare le regole per l’attività estrattiva è ancora un Regio Decreto del 1927, mentre le Regioni, alle quali sono stati trasferiti i poteri in materia nel 1977, non prestano la dovuta attenzione alla materia, mentre le entrate degli enti pubblici dovute all’applicazione dei canoni sono ridicole in confronto al volume d’affari del settore. Infatti, solo dalla vendita di sabbia e ghiaia (i materiali di minor pregio) i cavatori ricavano circa 1 miliardo e 115 milioni di euro l’anno che però fruttano alle Regioni neanche 36 milioni di euro di canoni di concessione.

Legambiente segnala come particolarmente preoccupanti le situazioni di Veneto, Abruzzo, Molise, Sardegna, Calabria, Basilicata, Campania, Friuli Venezia Giulia e Piemonte, tutte Regioni che non hanno un Piano Cave in vigore.

“Nella nostra regione – ricorda Legambiente Veneto – il piano è atteso da quasi trent’anni, era previsto dalla legge n. 44 del 1982, ma non è mai stato approvato al consiglio regionale”.

Questi “ritardi” sono legati alla difficoltà di rispettare una normativa che imporrebbe, in ogni Comune, la possibilità di destinare alle attività estrattive una superficie inferiore al 3 per cento del suolo agricolo. Nella proposta di nuova legge il limite potrebbe scomparire, perché come ricorda l’assessore regionale Conte: “Punto focale della nuova legge sarà l’individuazione di aree vocate alle attività estrattive, un sistema che può consentire il superamento del sistema (sic!) del 3% ormai saturato in questi tutti i Comuni individuati dalla precedente legge”.

Permettere il superamento del 3 per cento – per Legambiente Veneto -, significa, in sostanza, aggravare la situazione e rendere illimitate ed eterne le attività estrattive, incuranti del concetto di limite e sostenibilità dell’uso delle risorse finite tra cui il suolo”.

Basta far due conti per capire che i numeri non tornano: nel 2003, quando venne presentata la prima proposta di Piano regionale delle attività estrattive, questa prevedeva la possibilità di cavare 17,5 milioni di metri cubi di materiali in 10 anni, e gli ambientalisti che si opponevano dimostrarono che c’erano 9 milioni di metri cubi di cave autorizzate ma mai avviate. Perché non c’era bisogno di materiale di cava, nonostante la febbre da costruzioni che ha colpito il Veneto nei primi anni Duemila.

Nel Veneto ci sono attualmente oltre 566 cave autorizzate, di queste ben 234 sono in provincia di Verona e 215 in provincia di Vicenza. Il 63% della produzione complessiva regionale di cava è costituito da sabbie e ghiaie, seguito dai calcari per usi industriali (17%). L’attività estrattiva ha subito una brusca frenata negli ultimi 20 anni. Tra il 1990 e il 2008 c’è stata una riduzione complessiva di 5 milioni di metri cubi, proseguita nell’ultimo biennio, con una diminuzione totale di oltre il 30% dei volumi estratti, maggiormente consistente per sabbia e ghiaia.

L’assenza dei piani è grave perché, in pratica, si lascia tutto il potere su dove, come e quanto cavare, in mano a chi concede l’autorizzazione. Per uscire da questa situazione, accanto a nuove regole, occorre puntare sull’innovazione perché l’attività estrattiva può diventare, come negli altri Paesi europei, un settore di punta della green economy che può fare a meno di cave puntando sul recupero degli inerti provenienti dall’edilizia. In pochi anni è possibile raggiungere risultati rilevantissimi attraverso l’obbligo di utilizzare materiali provenienti dal riciclo degli inerti edili da utilizzare al posto di quelli provenienti da cava per infrastrutture e costruzioni, visto che oggi hanno prestazioni assolutamente identiche. Basti dire che mentre da noi siamo ancora al 10% di materiali riciclati provenienti dall’edilizia, in Germania si arriva all’86,3 % (erano al 17 nel 1999), in Olanda al 90%, in Belgio all’87% e la Francia in 10 anni è passata dal 15% al 62,3%.

Rovigo, 6 luglio 2011

LEGAMBIENTE VENETO

Per comunicazioni: Legambiente Veneto Corso del Popolo, 276 45100 Rovigo tel. 042527520 fax 042528072

e-mail ufficiostampa@legambienteveneto.it

Tabella riassuntiva, la situazione nelle Regioni italiane

Regioni e Province Autonome

Cave Attive Cave Dismesse e/o Abbandonate Piani Cava  

(regionali e/o provinciali)

Abruzzo 239 - NO
Basilicata 51 32 NO
Calabria 216 - NO
Campania 376 1.336 NO
Emilia-Romagna 296 298 SI
Friuli Venezia Giulia 67 - NO
Lazio 393 475 SI
Lombardia 558 2.888 SI
Liguria 98 529 SI
Marche 172 1.002 SI
Molise 56 545 NO
Piemonte 472 311 NO
Puglia 339 550 SI
Sardegna 381 492 NO
Sicilia 557 691 Si
Toscana 403 1.029 SI
Umbria 103 77 SI
Valle d’Aosta 39 37 SI
Veneto 566 1.614 NO
Pr. Bolzano 162 10 SI
Pr. Trento 192 1.100 SI
TOTALE 5.736 13.016

Legambiente, Rapporto Cave 2011

Le entrate possibili con l’applicazione del canone in vigore in Gran Bretagna

Regione Quantità estratta 

Sabbia e ghiaia

(m3)

Entrate annue derivanti dai canoni (in Euro) Ipotesi con canone Gran Bretagna  

(in Euro)

Valle d’Aosta

21.400 6.420 64.200

Piemonte

11.185.000 5.256.950 33.550.000

Lombardia

16.000.000 7.040.000 48.000.000

Veneto

7.036.437 4.362.591 21.109.311

Pr. Bolzano

681.000 340.500 2.043.000

Pr. Trento

1.140.000 n.d. 3.420.000

Friuli Venezia Giulia

1.241.055 682.580 3.723.165

Emilia Romagna

8.072.816 4.601.505 24.218.448

Liguria

* * *

Toscana

3.370.000 1.550.200 10.110.000

Umbria

547.099 205.162 1.641.297

Marche

836.116 593.642 2.508.348

Lazio

15.850.000 4.755.000 47.550.000

Abruzzo

3.000.000 3.750.000 9.000.000

Molise

1.835.000 1.835.000 5.505.000

Campania

1.170.000 1.170.000 3.510.000

Puglia

7.319.685 ** 21.959.055

Basilicata

946.531 0 2.839.593

Calabria

1.410.000 0 4.230.000

Sicilia

1.958.434 0 5.875.302

Sardegna

5.613.000 0 16.839.000

TOTALE

89.233.573 36.149.550 267.695.719

Legambiente, Rapporto Cave 2011

* In Liguria al momento non esistono cave attive di inerti per cui non è possibile effettuare il calcolo.

**In Puglia la Delibera sui canoni riguarda al momento le superfici e comunque fino a Maggio 2011 non era in vigore per cui non si è in grado di effettuare la simulazione per questa Regione.

Produzione di cemento in Europa e consumo pro-capite nel 2010

Paesi

Produzione 2010  

(in migliaia di tonnellate)

Consumo pro-capite 2010  

(in kg per abitante)

Italia

34.408 565

Germania

30.150 301

Spagna

26.020 532

Francia

19.300 313

Regno Unito

8.000 159

Paesi Bassi

4.695 287

Fonte AITEC

Dossier completo al link: http://www.legambiente.it/node/33921

 

No di Legambiente alla modifica della legge istitutiva del Parco del Delta

mercoledì, luglio 6th, 2011

Rovigo, 06 luglio 2011                                                               Comunicato Stampa

No di Legambiente alla modifica

della legge istitutiva del Parco del Delta

Appello al Consiglio a non approvare la modifica dell’articolo 30

Bertucco: “Costruzione di politiche di sviluppo complessivo basate su efficienza energetica, no leggi Ad Aziendam”

La posizione di Legambiente e della altre associazioni ambientaliste nel

convegno del 12 luglio presso l’Auditorium Venezze

Con una lettera indirizzata ai membri del Consiglio Regionale Veneto, Legambiente ribadisce la propria contrarietà alla modifica dell’art. 30 della Legge istitutiva del Parco del Delta del Po volta a facilitare l’iter burocratico per la riconversione a carbone della centrale termoelettrica di Polesine Camerini.

GENT.MO CONSIGLIERE

In prossimità della discussione del disegno di legge regionale “Modifiche all’art. 30 della Legge Regionale 08.09.97 n. 36 Norme per l’istituzione del parco regionale del Delta del Po” ci permettiamo di portare alla Sua attenzione le nostre considerazioni sul ddl in esame e sulla questione energetica complessiva, con i legami indispensabili al problema occupazionale.

Quando la Legge regionale n. 36/97  fondava la propria scelta sui combustibili ammissibili nell’area parco, partiva da un giudizio di incompatibilità di combustibili fossili quali l’olio e il carbone, alla luce delle allora già avanzate analisi su quei materiali, analisi mai contraddette in seguito da nessuna istituzione scientifica nazionale e internazionale.

La relazione che accompagna il presente disegno di legge ritiene la legge “datata”, nel presupposto che “le nuove tecnologie di abbattimento siano tali da superare le riserve di allora”.

Tale presupposto si configura come un semplice atto di fede. Infatti, questo presupposto non è confermato neppure dal progetto Enel di riconversione della centrale di Polesine Camerini, e non poteva essere altrimenti, dato che i filtri che si intendono introdurre fanno parte delle tecnologie di vecchia data, seppur evoluti nel tempo.

La fiducia che il ddl pone nelle tecnologie si fonda sulle percentuali (%)di abbattimento dichiarate dal progetto, in virtù  delle leggi italiane che stabiliscono limiti non assoluti (tonnellate di sostanza emesse), bensì relativi, ovvero concentrazioni nei fumi (in milligrammi per metrocubo), che pero’ possono essere aggirati attraverso la diluizione dei fumi immettendo in ingresso al camino aria dall’esterno,  in modo che su in alto (nel caso di Porto Tolle 256 metri)  all’uscita i valori misurati di concentrazione rientrano nei limiti di legge.

Le quantità di inquinanti emesse possono così ricadere sui territori circostanti colpendo le popolazioni (procedimenti penali in atto e passati in giudicato hanno accertato che questo è accaduto nella più che ventennale vita della centrale di Polesine Camerini) senza essere fuori legge.  Ecco la trovata che aggira le norme, ma non i polmoni delle persone.

Il ddl proposto prevede l’abbattimento del 50% dei limiti previsti dal d.lgs. n. 152/06, escludendo i valori limite di emissione per metalli e loro composti, inclusi nella sez. 6 della parte II dell’all. II alla parte V del decreto.

E’ un caso che questo emendamento alla legge n. 36 si occupi solo delle sezioni 1,4 e 5?

Dobbiamo considerare questo ddl come un esempio illuminante di norma ad aziendam?

A maggior ragione dobbiamo considerarla tale se la confrontiamo con la massima attenzione che Arpav dedicava  ai microinquinanti nel parere emesso il 29.06.09 a proposito del progetto di riconversione a carbone della centrale di Polesine Camerini.

E’ stata consultata Arpav in sede di redazione del presente ddl?

Arpav nel 2009 (due anni fa!) esprimeva riserve che sicuramente avvenivano in presenza proprio di quelle tecnologie che la relazione al ddl si affretta a considerare decisive per superare la “datata” legge n. 36.

Il ddl fa così cieco affidamento sulle nuove tecnologie, senza dimostrarne la loro capacità, in un impianto di grossa taglia, a contenere le grandi quantità di inquinanti (invitiamo il Consiglio Regionale in sede di dibattito a tradurre le concentrazioni nei fumi in quantità assolute. L’immagine di quanti inquinanti ricadono su un territorio sarà molto più chiara).

Si fa dunque conto sulla affidabilità di tecnologie costosissime (in cui i margini per aggirare la legge esistono, come si è detto), ignorando la questione centrale: l’energia inquinante costa molto meno dell’energia pulita, altrimenti se non fosse così nessuno comprerebbe quella sporca. E tra i combustibili fossili il metano è il combustibile senza dubbio di gran lunga più pulito, ma proprio per questo costa più del carbone.

Le aziende, nella loro ricerca di massimizzazione dei profitti (cosa legittima in regime di mercato) o aumentano i prezzi dei prodotti o minimizzano i costi. Quest’ultima soluzione è quella preferita da Enel che punta sul combustibile inquinante, che è più economico. Tale economicità (per l’azienda) si accompagna alle ricadute inquinanti sulle popolazioni, che si ritiene di bloccare usando mezzi di abbattimento che sono estremamente costosi (sia in fase di impianto che di gestione). Crediamo sia facile ravvisare la contraddizione fra ricerca del combustibile più economico e spesa ingente per l’abbattimento (negli stessi termini si pose la questione all’atto della nascita della centrale di Polesine Camerini:  previsto l’uso dell’olio combustibile meno inquinante, si passò immediatamente a quello più inquinante “per questioni di economicità” e si dichiarò che i sistemi di abbattimento erano garanti. I procedimenti penali si sono incaricati negli anni di ristabilire tutt’altra verità).

Il Consiglio Regionale farebbe bene, in sede di dibattito, ad approfondire tale contraddizione richiedendo specifiche ricerche ad autorità scientifiche indipendenti.

La relazione che accompagna il ddl non fa alcun cenno al problema della CO2, che pure è riconosciuta  come inquinante, non solo da istituzioni scientifiche, ma anche dalla Suprema Corte degli USA in un procedimento fra la Stato del Massachussets e cittadini.

Ma se pure fosse stata nominata la CO2, riteniamo che si sarebbe usata, anche per essa, un atto di fede che circola nel mondo dell’imprenditoria energetica: tutto si risolve con la CCS Carbon Capture and Storage.

Fine dichiarato della tecnologia “cattura e stoccaggio della CO2” è quello di ridurre l’impatto climatico causato dalla combustione di fonti fossili (massimamente il carbone). Processo promosso dall’industria del carbone ed aziende elettriche come giustificazione alla costruzione di nuove centrali a carbone.

Lo stesso progetto di riconversione di Polesine Camerini lo inserisce quale elemento di garanzia e dichiara il finanziamento di 100 milioni di Euro per esso. Peccato che il progetto di Enel per Polesine Camerini, diversamente da tutti gli altri in Europa, non indichi lo “storage concept”, in sostanza dove vogliono mettere la CO2. Non certo liquefarla e trasportarla tramite camion cisterna fino a qualche impianto. Cosa che avrebbe poco senso economico. Forse si intende mettere la CO2, data la collocazione territoriale della centrale nel Delta del Po, in qualche vecchio giacimento di gas metano esausto. Che sia l’uno o l’altro o altro ancora, nulla dice l’Enel al riguardo, sottraendosi così alle contestazioni di una scelta. Scelta che Enel farà all’indomani del via libera al carbone, senza che ci sia possibilità di contrastarne, a quel punto, gli effetti negativi ambientali. Un copione che il Polesine conosce da 30 anni a proposito delle scelte di combustibile per la centrale attualmente in attività.

Ci permettiamo di osservare che in campo scientifico, tantomeno in campi con effetti ambientali rilevanti, nessun dogma è ammesso. Né tantomeno reticenze sui propri intenti. Abbiamo fiducia che il Consiglio Regionale non voglia considerare come approvato a scatola chiusa questo importante aspetto del progetto di riconversione a carbone.

Tanto più che ricerche scientifiche indipendenti mostrano che:

stoccare la CO2 sottoterra è rischioso;

la CCS è tecnologia costosa (ancora una volta contraddicendo la scelta del carbone combustibile economico. A meno che non si conti sui soldi pubblici, quale che sia la provenienza: statale, comunitaria… Ma in questo caso alla convenienza per l’azienda non fa riscontro la convenienza per la comunità nazionale che paga sia in termini finanziari che di salute);

la CCS comporta notevoli rischi legali;

la CCS consuma molta energia, a tal punto che tra il 10% e il 40% dell’energia prodotta dalla centrale debba essere usata a tale scopo con rilevanti perdite di efficienza;

la CCS non arriverà in tempo a fermare i cambiamenti climatici.

Le rassicurazioni di Enel tendono a tranquillizzare l’opinione pubblica e le istituzioni nella tipica contrapposizione fra l’ipotesi prescelta (il carbone) e il nulla. In tale contrapposizione gioca un ruolo importante, giustificato e condivisibile, il mantenimento dell’occupazione.

L’ultimo rapporto dell’IPCC sulle fonti rinnovabili, fornisce indici di costo delle varie fonti energetiche (espressi da un rapporto $/kW; e differenziati in costi di costruzione degli impianti e costi di funzionamento-manutenzione) e indici di intensità occupazionale (espressi dal rapporto Unita Lavoro Annue – ULA/MW).
Applicando questi indici al valore complessivo dell’investimento che Enel effettuerebbe su Porto Tolle per la riconversione della centrale a carbone, possiamo dire che con 2.5 mld di euro:

  • Si possono costruire 2,5 GW di eolico onshore, produrre 3,8 TWh/anno e occupare 3850 persone per 10 anni
  • Si possono costruire 0.8 GW di solare FV, produrre 1 TWh/anno e occupare 3070 persone per 10 anni
  • Si possono costruire 1,1 GW a biomasse, produrre 4,3 TWh/anno e occupare 470 persone per 10 anni

I posti di lavoro sono sempre maggiori per gli investimenti in altre fonti, mentre nella fase di costruzione solo investimenti a biomasse sono inferiori al carbone (ma sono quasi 15 volte superiori i posti stabili di lavoro). Un calcolo simile può essere operato adottando gli indici di resa occupazionale ed ambientale individuati da Confindustria per l’efficienza energetica, nello studio “Proposte di Confindustria per il Piano Straordinario di EFFICIENZA ENERGETICA 2010″. Una elaborazione di quegli indici dice che investimenti in efficienza per un ammontare di 2,5 miliardi di euro corrispondono a:

  • 245.000 ULA (contro le 21.000 previste per la conversione e il funzionamento della centrale a carbone; ovvero, l’efficienza occupa oltre 10 volte più del carbone); ergol’occupazione in efficienza energetica ha un impatto occupazionale oltre 10 volte superiore a quello della centrale a carbone;
  • una riduzione nelle emissioni di CO2 di 30 milioni di tonnellate in 10 anni (mentre la centrale a carbone, nello stesso periodo, ne emetterebbe 300 mln; ovvero, un investimento di 2,5 mln di euro in efficienza, se impiegato in alternativa al piano Enel previsto per P. Tolle, comporta un saldo di riduzione delle emissioni di 330 mln di tonn.)

A tutti i Consiglieri Regionali crediamo spetti il compito non di agevolare il piano di una azienda, ma di costruire politiche di espansione dell’occupazione complessiva, di riattivazione di un tessuto produttivo regionale che proprio dall’efficienza energetica trarrebbe stimoli forti, in virtù della virtuosa coincidenza fra dimensione produttiva prevalente nel Veneto e attività produttiva diffusa che è propria degli interventi di efficienza.

Se si mira a salvare 500-1000 posti di lavoro con il carbone a Polesine Camerini, si ricordi che optando per l’efficienza energetica si salvano gli stessi posti e ad essi si aggiungono decine di migliaia di posti in vari settori.

L’efficienza energetica è la soluzione coerente con i sacrosanti discorsi che istituzioni, forze politiche, sindacati e società civile fanno per tirare fuori in modo evolutivo l’economia del Veneto dallo stallo.

Michele Bertucco

Presidente Legambiente Veneto

Il 12 luglio alle ore 17.00, presso l’Auditorium Venezze a Rovigo, Legambiente, Italia Nostra, Wwf, Greenpeace e comitato “Cittadini Liberi” di Porto Tolle invitano il mondo politico, sindacale e civile ad un incontro finalizzato a ristabilire alcune verità sul progetto di riconversione della centrale di Polesine Camerini e ad esporre le proposte del mondo ambientalista riguardo nuove strategie di sviluppo, analizzando i diversi scenari possibili e dimostrando la fattibilità tecnica ed economica delle alternative. (vedi allegato)

Per informazioni:

Giorgia Businaro

Legambiente Volontariato Veneto

Corso del Popolo 276 – 45100 Rovigo

Tel: 0425 27520 – Fax: 0425 28072

g.businaro@legambienteveneto.it

 

carbone:preistoria della tecnologia

martedì, luglio 5th, 2011

ENEL, istituzione Totale: di Danilo Stoppa

lunedì, luglio 4th, 2011

Danilo Stoppa ci ha chiesto di pubblicare il suo parere che in altro modo non era possibile.

ZAIA SI IMPEGNI PER UNA CENTRALE A GAS

venerdì, luglio 1st, 2011
Inutile il provvedimento della Regione Veneto su Porto Tolle PDF Stampa E-mail
RIPROPORRE IL CARBONE E’ INCOMPATIBILE CON LE RAGIONI DELL’AMBIENTE 

ZAIA SI IMPEGNI PER UNA CENTRALE A GAS

 

In Legambiente strappa un sorriso l’eccessivo ottimismo del governatore del Veneto Zaia che dichiara: “Oggi la giunta regionale ha chiuso la partita della centrale Enel di Porto Tolle” annunciando l’approvazione in Giunta regionale di un disegno di legge che va a modificare l’articolo 30 della legge regionale n. 36 del 1997, istitutiva del Parco regionale del Delta del Po.

“Se Zaia ritiene che il problema sia risolto – dichiara Michele Bertucco, presidente di Legambiente Veneto – si sbaglia di grosso. Non solo perché la nostra opposizione non cesserà, ma soprattutto perché le ragioni che hanno portato il Consiglio di Stato ad annullare la riconversione a carbone non verranno meno”.

All’associazione ambientalista appare pura retorica, buona per tener buoni i sostenitori del carbone, l’affermazione, sempre di Zaia, che “la modifica dell’art. 30, come prevista nel provvedimento che è stato adottato, e che è stato inviato al consiglio regionale per l’approvazione definitiva, ci permetterà di recuperare quasi il 90 per cento del lavoro fatto in questi sei anni”.

Tale sicurezza cozza contro la sentenza del Consiglio di Stato dove si dice che è ammissibile “una differente alimentazione solo a condizione che siano utilizzate “fonti alternative di pari o minore impatto ambientale”. Il problema è proprio qui: Enel, salvo asserire falsità, non potrà mai dimostrare che il carbone  ha “pari o minore impatto ambientale”. Oppure la Regione Veneto vorrà legiferare per alimentazioni peggiorative nel Delta del Po?

Quand’anche una eventuale nuova legge regionale riuscisse, con artifici, a ignorare tali limitazioni, resterebbe in piedi la normativa nazionale sulla VIA, scoglio difficilmente aggirabile.

Ma la sentenza non si limitava alla questione alimentazione. Richiamava il parere dell’Arpa Veneto e la decisione della Commissione Regionale Via che prospettava ad Enel, pur in un parere favorevole, alcune decine di raccomandazioni e prescrizioni. Cancellare anche le riserve dei tecnici regionali?

Potrà poi l’Enel riproporre lo stesso progetto ignorando le linee guida comunitarie relative ai grandi impianti di combustione per quanto riguarda le emissioni, così come ha rilevato il Consiglio di Stato?

“Ci permettiamo – conclude Bertucco - di consigliare al governatore Zaia, alla Giunta regionale e al Consiglio di dedicare le proprie attenzioni ed energie a convincere l’Enel a riconvertire a gas Porto Tolle. Ne guadagnerà il Delta del Po, la sua popolazione e il Veneto si avvierà sulla augurabile strada della riconversione pulita del proprio apparato energetico”