Archive for marzo, 2010

Un Grido di rabbia.

mercoledì, marzo 31st, 2010

Un Grido di rabbia.

Queste 3 foto: (di fronte a ex Deltalat  e Canabianco, Adria) dimostrano le tre tipiche situazioni di abbandono di rifiuti pericolosi molto nocivi, sia per gli uomini che per gli animali e l’ambiente tutto.

1)Alcuni quintali di olio esausto fatto uscire di proposito da una botte, che poi andrà nelle falde e nel Canalbianco (se fosse successo ai tempi della Repubblica di Venezia ci sarebbe stato la pena di morte per questo reato).

2)Abbandono di batteria di auto, si va a comprare le batterie al super mercato e si installano con il fai da te, per poi abbandonare la vecchia in qualche posto (tremendo, la vendita di batterie ai privati). Questo tipo di inquinamento è micidiale per le malattie da tumore e stermina quantità enormi di esseri viventi.

3) Questo è il tipico bidone abbandonato, dentro potrebbe esserci di tutto, prima della rimozione andrebbe analizzato per sapere a cosa si va incontro e come stivarlo o smaltirlo. Anche in questo caso si tratta di vera criminalità che non è più possibile accettare.

Tutto questo, anche in civiltà primitive non sarebbe mai successo (non solo per le circostanze). Il rapporto fra l’uomo e la natura non ha più nulla di sacro, anche se lo è sempre stato, ora la natura è solo uno strumento di guadagno, ma così possiamo solo suicidarci.

bidoneversamento di oglibatteria

UN NUOVO “RACCONTO SACRO” ecologia e cristianesimo

lunedì, marzo 29th, 2010

SE L’IMMAGINE DI DIO È “IN ESPANSIONE”.
DALLA NUOVA COSMOLOGIA UN NUOVO “RACCONTO SACRO” PER L’UMANITÀ

3 articoli della rivista ADISTA di Aprile

DOC-2251. ROMA-ADISTA. Non c’è stato alcun peccato originale, ma, al contrario, una “benedizione originale”. È quanto ci insegna quel “nuovo racconto sacro” trasmesso all’umanità dalla nuova cosmologia, “una nuova rivelazione” che obbliga le religioni a una radicale “riconversione ecologica”. Proprio al rapporto tra ecologia e religione è dedicato il numero collettivo pubblicato da tredici riviste latinoamericane – Christus (Messico), Voces del Tiempo (Guatemala), Alternativas (Nicaragua), Amigo del Hogar (R. Dominicana), La Antigua (Panama), Vínculum (Colombia), Páginas (Perù), REB e Perspectiva (Brasil), Tiempo Latinoamericano (Argentina), Acción (Paraguay), OBSUR (Uruguay) e Pastoral Popular (Cile), oltre al bollettino web Ecodes – per iniziativa della Commissione Teologica Internazionale dell’Associazione ecumenica dei teologi e delle teologhe del Terzo Mondo (Asett o Eatwot; www.comision.teologica.latinoamericana.org).

Siamo natura

Che tale – e sempre più obbligato – rapporto sia tutt’altro che scontato, basta a dimostrarlo il fatto che, come si legge nella Presentazione al numero del religioso claretiano José María Vigil, coordinatore della Commissione Teologica dell’Asett, non sono state le religioni a lanciare l’allarme sull’emergenza ambientale, né a porsi in prima linea nella lotta contro il riscaldamento climatico, né a mettere in guardia sui pericoli già evidenti di un’economia centrata sul carbonio: “le religioni sembrano essere molto occupate in altre cose, ‘nel loro mondo’, nelle loro questioni religiose”. Eppure la loro responsabilità nell’attuale crisi è molto più profonda di quanto potrebbe apparire: se infatti la causa maggiore del disastro va individuata nel modello di civiltà che lo ha reso possibile, si scopre facilmente e fatalmente che il paradigma centrale che si nasconde dietro le pratiche predatorie secolari che hanno distrutto il pianeta “è stato costruito e veicolato, di generazione in generazione, per millenni, dalla religione”. Quella religione occidentale che ci ha reso “a-naturali” alienandoci dalla natura per collocarci su un piano radicalmente altro, quello della Storia della salvezza in cui la natura non gioca alcun ruolo, e “anti-naturali”, convinti della necessità di fuggire dal mondo e di andare oltre la materia “per divinizzarci”.

E se, come diceva Einstein, “un problema non può essere risolto con un rimedio derivato dalla stessa mentalità che ha causato il problema”, solo cambiando modello di civiltà, e dunque, necessariamente, riconsiderando la relazione della religione con il cosmo e con la natura, sarà possibile individuare soluzioni alla crisi attuale. Da qui la straordinaria importanza del “nuovo racconto sacro” trasmesso dalla nuova cosmologia, di fronte a cui le religioni sono obbligate a riconsiderare il loro antico racconto – piccolo e pallido rispetto alla grandiosa, inesauribile narrazione cosmica – riformulando radicalmente il loro capitale simbolico. Il contenuto della nuova “rivelazione” non potrebbe essere più rivoluzionario, comunicandoci la visione di un universo in movimento totale e continuo, in espansione e in evoluzione – non un cosmo retto da leggi eterne e immutabili ma “una cosmogenesi che si dispiega da dentro”, come un fiore o un embrione -, di un universo che si auto-organizza a partire dal caos, “un tutto che è maggiore delle sue parti e che è in ogni parte”, assumendo coerenza di comportamento “a partire da componenti che presentano un’incoerenza iniziale”, orientato verso la vita, la complessità, la coscienza. Un universo in cui tutto il lungo cammino a partire dal big bang sembra tendere alla comparsa dell’essere umano ( “non è solo l’essere umano che è adattato all’Universo – sostiene il cosmologo John Barrow -. Anche l’Universo è adattato all’essere umano”), come se esso ‘desiderasse’ l’apparizione dell’umano: “Era necessario che la vita e il pensiero fossero inscritti nelle potenzialità dell’Universo primitivo”, sottolinea l’astrofisico Hubert Reeves. E il poeta Ernesto Cardenal si interroga: “Quale Premio Nobel ci spiegherà perché stiamo in un Universo che ha imparato a pensare?”.

Una visione del mondo tanto diversa da quella che ci hanno trasmesso le religioni porta naturalmente con sé anche immagini radicalmente diverse della natura, dell’essere umano, di Dio. Così, evidenzia José María Vigil nel suo intervento, non può più risultare credibile “una definizione religiosa negativa della materia e di tutto ciò che si relaziona ad essa”, per cui non di “peccato originale” si deve parlare ma di “benedizione originale”. Né si può considerare questa vita “solo un’illusione passeggera, una ‘prova’, in funzione dell’altra vita, quella vera e definitiva, quella oltre la morte, a cui un Creatore ci avrebbe destinato”: “Le religioni di ‘salvezza eterna’ – sottolinea il teologo – devono con urgenza dare nuovamente ragione di sé nel contesto mentale attuale”. Allo stesso modo, non è più possibile accettare che l’essere umano venga “da sopra, né da fuori, ma da dentro e dal basso, dalla Terra, dal Cosmo”, come “il fiore dell’evoluzione cosmica”. Ancora, non possiamo più considerarci i “padroni della creazione”, bensì una specie tra tante, “per quanto l’unica capace di assumere responsabilità”; né possiamo credere di vivere separati dalla Natura, “ingiustificatamente auto-esiliati dalla nostra placenta”, essendo noi non soprannaturali, “ma molto naturali”: “Siamo Natura, Terra che sente, che pensa e ama, materia che in noi giunge alla riflessione”, scrive Vigil; quando guardiamo le stelle, siamo idrogeno che contempla idrogeno, ci ricorda Cardenal nel suo Canto Cosmico.

E una visione così radicalmente mutata della realtà non permette più, sottolinea Vigil, nemmeno “di immaginare un Dio che sta fuori, che sta sopra, in un ‘secondo piano superiore’ da cui dipenderebbe il nostro”, perché non ha più senso parlare di un “fuori” e di un “sopra” rispetto al cosmo. È qui che entra in gioco, secondo Guillermo Kerber, coordinatore del Programma sul Cambiamento Climatico del Consiglio Mondiale delle Chiese a Ginevra, la categoria della trasparenza divina, definita anche panenteismo: Dio in tutto e tutto in Dio. Una visione “in cui la creazione e i suoi processi sono in qualche modo ‘in’ Dio, malgrado Dio sia più della creazione”.

Ha ragione dunque Manuel Gonzalo ad affermare, nel suo intervento, che “anche la nostra immagine di Dio è in ‘espansione’. La moderna cosmologia esige una teologia attualizzata. Questo cambiamento sta già conducendo a uno sviluppo delle capacità di ammirazione e di ascolto di fronte all’Universo, verso atteggiamenti più contemplativi, verso responsabilità nuove nei confronti del pianeta e della vita in esso, verso la comprensione di un Dio dinamico che ama il mondo”. Atteggiamenti di rispetto, venerazione, comunione (“nelle stelle siamo fratelli di tutto”), adorazione (“tutto è una grande liturgia cosmica”) e conquista di una nuova identità (“la storia dell’Universo si rivela come parte della nostra stessa storia. Non abbiamo 20, 40 o 70 anni. Ciascuno ha 15 miliardi di anni.”). “Senza alcun dubbio – conclude – oggi nella coscienza ecologica sta soffiando lo Spirito di Dio. È un invito a porci in maniera diversa nell’Universo e a prendere sul serio la responsabilità che abbiamo nei confronti della creazione”.

Di seguito, in una nostra traduzione dallo spagnolo, alcuni stralci dell’intervento introduttivo della Commissione Teologica Latinoamericana dell’Asett e degli articoli di Kerber e di Gonzalo (il numero ospita anche gli interventi di Leonardo Boff, Faustino Texeira, Giannino Piana e Luis Diego Cascante, oltre che di José Maria Vigil). (claudia fanti)

ECOLOGIA, NUOVA COSMOLOGIA E IMPLICAZIONI TEOLOGICHE

di Guillermo Kerber

(…) È lo storico Thomas Berry a vincolare l’ecologia e la nuova cosmologia a un nuovo racconto, una nuova narrazione corrispondente al nuovo momento storico che vive l’umanità. Secondo Berry, “stiamo ora entrando in un nuovo periodo storico, che potremmo designare come era ecologica”. Per lui, i problemi vissuti negli ultimi due secoli sono stati causati in buona misura dai nostri modi limitati di pensare, caratterizzati dal riferimento scientifico-tecnologico. L’era ecologica in cui stiamo ora penetrando è un’era complementare che succede a quella tecnologica. Se questa è stata caratterizzata in buona misura dalla desacralizzazione del mondo, l’era ecologica e la nuova cosmologia alimentano una profonda coscienza della presenza del sacro in ogni realtà dell’universo. In questo modo, l’era ecologica è anche una nuova era religiosa. In essa la dimensione della trasparenza divina completa le categorie dell’immanenza e della trascendenza. (…) Questa trasparanza come attributo di Dio è quello che i teologi chiamano panenteismo.

Cos’è il panenteismo? Etimologicamente, panenteismo (dal greco pan, tutto; en, in; theos, Dio) significa Dio in tutto e tutto in Dio. Dio è presente nel cosmo e il cosmo è presente in Dio. (…). Il panenteismo è la visione in cui la creazione e i suoi processi sono in qualche modo ‘in’ Dio, malgrado Dio sia più della creazione.

Una conseguenza teologica importante è che il panenteismo, evidenziando la presenza di Dio nella creazione, può affermare come vere immagini non solo personali ma anche transpersonali del Divino. (…) Si può parlare del divino come del Mistero e dell’Avventura dell’Universo, dell’Uno, del Contesto ultimo e dell’Oceano cosmico, ma anche come Madre, Padre. Non dovremmo, di conseguenza, fissarci su immagini particolari. Al contrario, possiamo e dobbiamo essere capaci di accettare diverse immagini, nel rispetto delle necessità degli altri di immaginare Dio in forme diverse dalle nostre. (…).

Assumere questa prospettiva della teologia ecologica ci obbliga, allora, a domandarci quali siano le immagini che meglio riflettono il Dio rivelato da Gesù nel mondo attuale, oppresso dalla crisi ambientale.

Il Cristo Cosmico

Riflettere sulla presenza di Dio nel mondo conduce a ripensare la Cristologia. Per Mathew Fox, è l’immagine del Cristo Cosmico quella che permette l’affiorare di una nuova cosmologia. Assumere questa prospettiva del Cristo Cosmico implica un cambiamento profondo nelle rappresentazioni mentali, un cambiamento di paradigmi: un salto dall’an-tropocentrismo a una cosmologia viva, da Newton ad Einstein, dalla parte al tutto, dal razionalismo al misticismo, dall’obbedienza alla creatività come primato della virtù morale, dalla salvezza personale alla guarigione comunitaria, dal teismo (Dio fuori di noi) al panenteismo (Dio in noi e noi in Dio), dalla religione della caduta-redenzione alla spiritualità centrata sulla creazione. Il Cristo Cosmico non è nel-l’aldilà ma si manifesta in noi, chiamati ad essere profeti del cosmo (giustizia) sul caos (disordine e ingiustizia).

La prospettiva del Cristo Cosmico è l’unica possibilità, per Fox, di impedire la morte della Madre Terra. (…).

Una nuova teologia della creazione

Affermare che l’universo è in espansione e in evoluzione e che la creazione è in Dio e Dio è nella creazione implica riconoscere la presenza dello Spirito Santo che costantemente ricrea la Creazione. Questa è un processo permanente, non qualcosa che è avvenuto semplicemente nel passato ma qualcosa che sta avvenendo nel presente e avverrà nel futuro. Il fatto di considerare la creazione come un processo è direttamente vincolato alla teologia processuale, una delle fonti della nuova teologia ecologica. Questa corrente teologica ha per esempio, secondo Rosemary Radford-Ruether, molte affinità con il pensiero di Pierre Teilhard de Chardin, in particolare riguardo alla realtà della “mente” in tutte le creature, compresi i movimenti delle particelle subatomiche. Il riferimento a Teilhard è interessante considerando che anche lui parla del Cristo Cosmico e della trasparenza di Dio. “Il grande mistero del cristianesimo non è l’ap-parizione bensì la trasparenza di Dio nell’universo. Oh sì, Signore, non solamente il raggio che affiora ma il raggio che penetra. Non la tua Epifania, Gesù, ma la tua Dia-fania”. In questo modo il panenteismo, evidenziando la trasparenza di Dio, diventa un vincolo tra l’immanenza (stare dentro) e la trascendenza (stare oltre), ben espresse nella formulazione di S. Agostino: “Tu eri all’interno di me più del mio intimo e più in alto della mia parte più alta”. (…).

Il panenteismo rivela, inoltre, il profondo senso di sacramentalità di tutte le cose. Se Dio è in tutta la creazione, allora ogni creatura è segno del Creatore. Ma, in chiave escatologica, dobbiamo riconoscere un processo evolutivo incompiuto, per cui la sacramentalità sarà sempre frammentata e velata. Solo alla fine si darà il riposo sabbatico di tutta la creazione. (…).

E le comunità? E i poveri? Come trasmettere questo messaggio alle comunità? Siamo coscienti che molti dei termini menzionati possono essere difficili da trasmettere nella catechesi, nelle celebrazioni, nei gruppi di lettura della Bibbia, ecc. Ma non lo sono più di altri concetti teologici tradizionali. Un importante lavoro di divulgazione e di assimilazione è, evidentemente, necessario. Non solo come modo di reinterpretare adeguatamente il cristianesimo di fronte alle sfide attuali, ma anche perché le comunità più povere sono e saranno le più colpite, per esempio, dalle conseguenze del cambiamento climatico, come riconosce il rapporto del Gruppo Intergovernativo di Esperti sul Cambiamento Climatico, che può essere considerato l’opinione di consenso della comunità scientifica su questa problematica. (…).

In un dialogo con la nuova cosmologia e con l’ecologia, l’orizzonte liberatore della teologia, caratteristico della teologia latinoamericana, deve ampliarsi, riconoscendo che la creazione tutta deve essere liberata, a partire dalle comunità più vulnerabili, i poveri, gli indigeni, tenendo conto anche delle culture e delle specie che stanno scomparendo. La crisi del cambiamento climatico è un chiaro esempio che la Terra come un tutto è minacciata. Ma è anche importante riconoscere che non tutti hanno contribuito allo stesso modo né soffriranno gli effetti in ugual maniera. Per questo la dimensione di giustizia che implica, tra l’altro, il riconoscimento della responsabilità storica dei Paesi industrializzati deve essere inclusa in una riflessione teologica che assuma l’eco-logia e la nuova cosmologia. Così, insieme alla necessaria riformulazione dei contenuti dogmatici della teologia, la spiritualità e l’etica devono anch’esse adeguarsi a queste nuove sfide.

ECOLOGIA E CRISTIANESIMO

di Manuel Gonzalo

Scienza e religione sono vissute in conflitto per vari secoli, procedendo per strade separate e radicalizzando le rispettive posizioni a danno dello stesso essere umano. Da una parte i dati concreti sulla realtà del mondo e dall’altra le spiegazioni sulla relazione dell’esistente con Dio. La Terra ha pagato fortemente gli effetti di queste tensioni. (…).

La scienza (…) cerca di spiegare come funzionano le cose, ma non ha la capacità di dare loro un senso. La religione si preoccupa più del senso, ma non è in grado di analizzare come avvengono i fatti. In tutti i modi, entrambe sono opera dell’essere umano e sono espressione della sua ricerca fondamentale: trovare un senso alla sua permanenza su questo pianeta ed elaborare una risposta positiva tanto per la convivenza umana quanto per il tipo di relazione da mantenere con il pianeta. (…).

Le caratteristiche dell’universo

È sempre maggiore il consenso all’interno della comunità scientifica sui caratteri fondamentali di questa storia dell’Universo. Segnalerò i 13 che considero più significativi.

1. Un primo elemento, a cui si è giunti grazie ai contributi dell’astronomo Hubble e della sua constatazione dello spostamento verso il rosso dello spettro luminoso delle galassie, è quello dell’espansione dell’Universo. Questo dato, apparso all’inizio degli anni ’30, ha rivoluzionato la visione statica che si aveva dell’universo. Anni dopo avrebbe preso forma la teoria del big bang secondo cui circa 15.000 milioni di anni fa l’universo avrebbe avuto inizio con una grande esplosione. (…). Da lì sarebbero sorti tanto lo spazio quanto il tempo. Da questo inizio si può parlare della storia del-l’Universo. Espansione e raffreddamento sono due delle sue caratteristiche.

2. Si tratta anche di un Universo che si è andato aprendo e svelando nel corso del tempo. Per intenderlo si potrebbe osservare la nascita di un fiore. Non sappiamo come sarà finché esso non avrà sviluppato tutti i suoi petali, i sepali, l’apparato riproduttore e le altre parti. Un processo che desta ammirazione di fronte alle novità che man mano vengono alla luce. Con un’altra analogia, oggi si potrebbe parlare dell’Universo come di un embrione.

3. Un’altra caratteristica è quella della creatività sviluppata. Il processo è stato lento, ma continuo. Prima l’energia, poi la materia, quindi elementi come l’idrogeno e l’elio, le stelle e le galassie, poi l’esplosione delle supernove, capaci di produrre gli elementi più pesanti della Tavola Periodica, poi il Sole e la Terra e infine la vita. L’Universo ha mostrato una creatività strabordante. Ogni evento è avvenuto a suo tempo. Si tratta di processi irreversibili.

4. Altro tratto che appare è quello della crescita della complessità. Sappiamo che un’ameba è meno complessa di una chiocciola. Si può affermare che possiede meno informazioni. (…). Siamo immersi nella complessità cosmica. La tendenza verso la complessità appare dal principio, dalle particelle elementari e dal valore delle quattro forze fondamentali (gravitazionale, elettromagnetica, nucleare forte, nucleare debole). Se si intende la complessità come capacità di “sorprendere” l’osservatore, non sarebbe strano se vivessimo a bocca aperta di fronte a tutto ciò che ci circonda.

5. La quinta caratteristica è data dall’apparizione di proprietà emergenti. Qui vale il principio che il tutto è maggiore della somma delle parti. Un elettrone e un protone separati non sono la stessa cosa, per esempio, che un elettrone e un protone che si relazionano dando luogo all’atomo di idrogeno. Né l’idrogeno e l’ossigeno separati hanno le stesse proprietà che hanno entrambi quando si combinano per produrre la molecola d’acqua. E se analizziamo l’apparizio-ne della vita, vediamo che le molecole non hanno vita, ma unite in strutture diverse generano qualcosa che è in grado di riprodursi, di alimentarsi, di interagire con l’ambiente e di conquistare autonomia. Qualcosa con una coerenza di comportamento a partire da componenti che presentano un’in-coerenza iniziale.

6. L’Universo presenta un tratto a cui si è mostrato molto sensibile Teilhard de Chardin: la crescita della coscienza. Nella vita animale il sistema nervoso appare all’interno di un processo di sempre maggiore complessità, dai batteri agli invertebrati ai mammiferi, fino alla sua massima espressione nel cervello umano. Si tratta di un Universo che ha imparato a riflettere su se stesso. Ernesto Cardenal si interrogherà: “Quale Premio Nobel ci spiegherà perché stiamo in un Universo che ha imparato a pensare?”.

7. Gli esseri umani si trovano tra due grandi infiniti: l’in-finitamente grande – il Cosmo, le galassie, le stelle, il sistema solare – e l’infinitamente piccolo – quark, protoni, elettroni, neutroni, fotoni, neutrini, atomi, molecole -. La vita emerge come una fruttuosa interazione tra questi due infiniti. E a sua volta produrrà un nuovo infinito: l’infinitamente complesso, come il cervello umano e come gli ecosistemi.

8. Si attribuisce a Democrito la frase “tutto arriva per caso e per necessità”. Il cammino dell’Universo è inteso da molti come una combinazione di caso e di necessità. Nel caso rientra quanto c’è stato di aleatorio, di gioco, di opportunità, di occasione, di casualità durante circa 15.000 milioni di anni. All’interno della Teoria del Caos si ricorda come un fenomeno minimo possa avere ripercussioni enormi, come se lo sbattere d’ali di una farfalla generasse un uragano a migliaia di chilometri. C’è un’amplificazione dei fenomeni. Per questo non si può prevedere esattamente il futuro. In questa prospettiva, si è lontani dal meccanicismo fissista dei secoli precedenti. Nella sfera della necessità, invece, ricade l’obbedienza alle leggi fisiche, il corso imposto dal valore che le quattro forze fondamentali hanno assunto dal primo millisecondo che ha seguito la Grande Esplosione. L’Uni-verso rivela la sua inventiva attraverso il caso e la necessità.

9. Occorre anche constatare la grande quantità di casualità. Nell’Universo non è stato possibile un solo passo senza che siano stati mossi quelli precedenti. Lo stesso fisico Stephen Hawking fa notare come qualunque cambiamento minimo che si fosse dato nel valore attuale delle quattro forze fondamentali avrebbe impedito che stessimo qui a popolare il pianeta Terra. Come pure se fossero state diverse la velocità di espansione dell’Universo o la distanza tra il Sole e la Terra. (…). Per l’evoluzione degli ominidi, è stata importante la faglia prodottasi nell’oriente africano dall’E-gitto alla Tanzania. Ad est della faglia, a causa della siccità determinata dal cambiamento di clima, il bosco si è trasformato in savana, facendo sì che le scimmie superiori si vedessero obbligate a scendere dagli alberi.

10. Analizziamo la storia dell’universo “a posteriori”, seguendo i passi generali che hanno permesso la comparsa dell’intelligenza. Nell’ottica del cosiddetto Principio Antropico, tutto il lungo cammino a partire dal big bang tendeva all’apparizione dell’essere umano. John Barrow afferma che “non è solo l’essere umano che è adattato all’Universo. Anche l’Universo è adattato all’essere umano”. C’è un cambiamento di prospettiva, in cui la vita umana non appare come un processo caotico segnato da scossoni improbabili. Al contrario, l’Universo “desiderava” l’apparizione dell’umano. “Era necessario che la vita e il pensiero fossero inscritti nelle potenzialità dell’Universo primitivo”, sostiene l’astrofisi-co Hubert Reeves, il quale afferma anche: “Le proprietà della materia sono esattamente quelle che assicurano la fertilità del Cosmo e l’apparizione della coscienza”.

11. Cosa avviene in ogni momento? C’è di fronte un ventaglio di possibilità. L’Universo gioca, ma ha mostrato di saper giocare molto bene. Ha saputo trarre vantaggio, per esempio, tanto dalla minima quantità di materia superiore all’antimateria – fenomeno avvenuto prima del primo millisecondo – quanto dall’apparizione delle circonvoluzioni cerebrali. L’evoluzione dell’Universo appare come un’attua-lizzazione progressiva delle sue potenzialità. Hubert Reeves afferma che la materia, “spinta da quello che potremmo chiamare un potente lievito cosmico, tende a raggiungere stadi sempre più strutturati”.

12. Un’altra caratteristica, nel processo di crescita della diversità di forme di vita, è la relazione che esiste tra tutto. Nessuna specie è autosufficiente. Tutte sono interdipendenti. Oltre alla relazione tra le grandi reti di esseri viventi, ne esiste anche un’altra tra le forme vive e quelle non vive. Oceani, atmosfera, composizione dei suoli, temperatura, tutto è relazionato come un grande tessuto che rende la Terra un pianeta eccezionale. (…).

13. Nell’ipotesi di Gaia avanzata da Lovelock, si prospetta un approccio al pianeta Terra considerato come un essere vivo, un sistema auto-conservato che ha mostrato la propria capacità di auto-equilibrio.

Tutte queste caratteristiche mostrano un approccio diverso della comunità scientifica non solo al pianeta Terra, ma anche alla vita, alle cose, all’essere umano. Lungi dal rinchiudersi solo in spiegazioni scientifiche, essa si pone sempre più interrogativi metafisici.

(…) È necessario assumere i cambiamenti legati alla visione del cosmo offerta dalla scienza moderna e da qui riflettere su Dio. Anche la nostra immagine di Dio è in “espansione”. La moderna cosmologia esige una teologia attualizzata. Questo cambiamento sta già conducendo a uno sviluppo delle capacità di ammirazione e di ascolto di fronte all’Universo, verso atteggiamenti più contemplativi, verso responsabilità nuove nei confronti del pianeta e della vita in esso, verso la comprensione di un Dio dinamico che ama il mondo. Occorre costruire una nuova spiritualità più conforme alla nuova visione del cosmo.

Verso la rivoluzione ecologica

Nuotiamo nella complessità. Detto diversamente, nuotiamo nel mistero. Partendo dai cambiamenti nella scienza e nelle religioni che abbiamo presentato, si sta aprendo l’oriz-zonte di comprensione di questa epoca. Facciamo parte della rivoluzione cibernetica che è in continuità con la rivoluzione tecnologica, la quale ha sostituito la rivoluzione agraria. Oggi le porte si vanno lentamente aprendo alla rivoluzione ecologica.

Nulla di quello che avviene nell’immensità del Cosmo ci è indifferente (…). Tutto è interconnesso. Per scoprire perché un essere è vivo è necessario guardare molto lontano.

Come animali coscienti, siamo l’universo che comprende se stesso. Il poeta Ernesto Cardenal ci aiuta a capire, nel suo Cantico Cosmico, che nel guardare le stelle siamo idrogeno che contempla idrogeno.

Questa rivoluzione ecologica esige un cambiamento di mentalità verso il Cosmo. Quali nuovi atteggiamenti sono necessari per questo cambiamento? Ne segnalo cinque.

1. Rispetto. (…). Rispetteremo la Terra se la considereremo un sistema limitato che bisogna preservare e apprenderemo a consumare meno, a riutilizzare di più e a riciclare al massimo.

2. Venerazione. La scienza ci sta aiutando a scoprire quanto tutto sia grande e complesso. Nulla è semplice, volgare, senza valore. La foglia di un albero possiede un’enor-me saggezza. (…). La venerazione ci porta a camminare sulla terra “togliendoci i sandali”, come Mosè di fronte al roveto ardente (Es 3,2). Una pietra, un torrente, una nube capricciosa, un uccello diventano veicoli di saggezza. Dobbiamo educarci a cogliere il messaggio che ci trasmettono e imparare a godere di tutto ciò che ci circonda. Tutto il Cosmo è come un grande libro da leggere.

3. Comunione. (…). Se comprendessimo bene ciò che implica la storia dell’Universo, scopriremmo che, nelle stelle, siamo fratelli di tutto. La diversità e la variazione presenti nell’Universo attuale non esistevano al momento del big bang. Aprendoci alla notte stellata ci apriamo al nostro passato. Gli atomi che oggi fanno parte del nostro corpo sono sorti dall’esplosione di una supernova. L’Universo ci ha generato nel calore delle stelle che sono morte per produrre atomi più pesanti necessari all’apparizione della vita. Non ci sarebbe stata vita senza l’esplosione delle supernove. Ciascuno di noi è imparentato con tutto. E quanto accaduto nelle savane africane quattro milioni di anni fa è il ricordo prossimo della nostra fraternità come specie umana.

4. Adorazione. (…) Le religioni hanno colto da tempo questa relazione di tutto con Dio. Lungi dal far parte della  ”leggerezza del reale”, siamo parte della “densità del reale”, del sacro che è tutto. Come già affermava san Paolo, “tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui” (Col 1,16). Teilhard ha parlato della “santa materia”. Il Cosmo è opera di Dio ed esige un approccio contemplativo. (…). Tutto è una grande liturgia cosmica. L’adorazione ci fa avvertire il passo di Dio per l’Universo. Siamo chiamati a cogliere e celebrare questa grande festa cosmica.

5. Nuova identità. (…). Non si tratta più unicamente di conquistare un’identità a partire dalla propria famiglia o dal gruppo culturale a cui si appartiene. La storia dell’Universo si rivela come parte della nostra stessa storia, della nostra identità. Non abbiamo 20, 40 o 70 anni. Ciascuno ha 15 miliardi di anni. Veniamo da molto lontano. Siamo orgogliosi di conoscere le nostre origini. (…). Conoscere e assimilare questa prospettiva ci rivela quanto la nostra esistenza sia preziosa. Come afferma Hubert Reeves, “il lievito cosmico lo portiamo in noi stessi. Esso ci incita a promuovere la meravigliosa odissea della complessità cosmica” (…).

Nel pianeta ci sono troppe ingiustizie. Oggi il progresso è immenso, ma profondamente inumano. (…). Questa nuova identità non solo ci radica profondamente nel passato, ma ci proietta anche verso il futuro. Ci lancia in un compito di responsabilità nei confronti della Terra e della vita. È un appello a trovare una risposta di fronte ai due grandi soggetti che soffrono oggi l’oppressione umana: i poveri della Terra e la Terra stessa. È un appello all’azione a partire dal “grido dei poveri e dal grido della Terra ” (L. Boff).

Tra cristianesimo ed ecologia

(…) Nel cristianesimo abbiamo ereditato il gusto per il nuovo. Gesù è stato aperto alle nuove sfide e ha invitato i suoi seguaci a interpretare i segni dei tempi. Senza alcun dubbio, oggi nella coscienza ecologica sta soffiando lo Spirito di Dio. È un invito a porci in maniera diversa nell’Uni-verso e a prendere sul serio la responsabilità che abbiamo nei confronti della creazione. Oggi la rivoluzione ecologica è a sua volta una rivoluzione culturale. Invita a considerare una nuova ubicazione dell’essere umano sulla Terra. Esige nuove comprensioni e nuove risposte. (…).

L’ecologia si trasforma in un’avventura spirituale. Possiamo costruire una spiritualità ecologica che ci insegni ad abbracciare il Cosmo e il Dio del Cosmo. Il nostro cammino come cristiani si può vedere profondamente arricchito da questa sfida. La risposta, ancora una volta, è in noi.

NUCLEARE ALL’ITALIANA

venerdì, marzo 26th, 2010

NUCLEARE IN SALSA VENETA – COM. STAMPA

Rovigo, 23 Marzo 2010   legambiente2 Comunicato Stampa

COMINCIA OGGI IL NUCLEARE ALL’ITALIANA

MA DOBBIAMO PROPRIO METTERLE QUESTE CENTRALI NUCLEARI?

E DOVE? IN POLESINE? A LEGNAGO? A CAVARZERE?

BASTANO LE CARATTERISTICHE NATURALI DEL TERRITORIO?

E LE POPOLAZIONI ESISTONO?

QUALE LA FINE  DELLE ATTIVITA’ ECONOMICHE COLPITE DALLA CENTRALE?

E QUALI I VERI COSTI?

Da oggi i siti delle nuove centrali nucleari verranno scelti non dallo Stato ma dai privati, saranno equiparati ad aree militari  e, come tali, segreti. Le regioni non potranno opporsi alla localizzazione degli impianti sul loro territorio

Ma il tema del ritorno del nucleare – afferma Michele Bertucco, presidente di Legambiente Veneto- anche se il più sentito dai cittadini viene abilmente evitato dai candidati presidenti. Il silenzio pre-elettorale imposto da Berlusconi, però, non ha fatto dimenticare agli elettori lo spauracchio degli otto reattori previsti sul territorio nazionale”.

Legambiente ha posto a tutti i candidati governatori la domanda “ disponibile o contrario ad ospitare una centrale nucleare sul territorio regionale?”. Il risultato è stato quasi plebiscitario, con tutti i candidati contrari. Una domanda sorge spontanea: se il governo non riesce a convincere i suoi candidati, come pensa di convincere i cittadini italiani?

Le ragioni dell’ambiente e delle popolazioni –secondo Legambiente

La regione Veneto è una possibile candidata ad ospitare un impianto nucleare, si dice nella zona compresa tra Adige e Po, a partire dalla Bassa Veronese fino al mare.

Un territorio che non è un deserto

E’ un territorio che ha densità abitativa minore che altrove, ma la popolazione c’è ed è tanta, localizzata in  piccoli centri diffusi sul territorio.

Territorio ideale per una centrale nucleare?

Proprio l’intreccio fra fattori naturali e umani ci avverte che non bastano le caratteristiche naturali per designare come idoneo il territorio del Basso Veneto.

Vulnerabilità presenti

Da decenni si avvertono le principali vulnerabilità del territorio: inquinamento delle acque, l’alterazione della struttura dei corsi d’acqua, subsidenza e conseguente erosione degli scanni sabbiosi, avanzamento del cuneo salino, impatto della centrale termoelettrica di Polesine Camerini.

Le nuove vulnerabilità portate dal nucleare

Le centrali che il Ministero delle Attività Produttive prevede, hanno bisogno di 100 mc/secondo di acqua. Una quantità che il Po sarebbe in grado di fornire. Teoricamente.

Queste sono zone a rischio idraulico, cioè zone soggette ad inondazioni periodiche, zone a deflusso difficoltoso, cioè aree di ristagno idrico per mancato drenaggio in quanto terreni poco permeabili, in definitiva, come dichiara il Piano territoriale Provinciale di Rovigo, “zone ad alta vulnerabilità”.

Un territorio che può aspettarsi esondazioni, che è mediamente al di sotto del livello del mare (-2,-4 m.), con i due maggiori fiumi di Italia pensili nel tratto del Polesine  non è territorio adatto ad una centrale nucleare nel mondo intero. Ma l’Italia fa parte del mondo?

Occorrerebbero costi aggiuntivi. E allora dove sarebbe la convenienza (predicata già ora senza uno straccio di prova) del nucleare che tanto sbandiera il ministro Scajola?

Ma poi c’è veramente tanta acqua?

Una centrale EDR come quelle immaginate da Ministro Scajola richiedono 100 mc di acqua al secondo.

Il problema è dunque: per garantire l’acqua alla ipotetica centrale nucleare veneta (e quella piemontese, anch’essa ipotizzata, non avrà bisogno della stessa quantità attinta dal Po?) quanta agricoltura dovrà essere privata di acqua?

Per di più l’ 89 % dell’acqua prelevata dal fiume viene asportata da Piemonte e Lombardia e solo l’11 % dall’Emilia-Romagna e Veneto.

Facile capire che l’agricoltura più colpita sarà quella del Polesine e del Delta in particolare.

Ma ancora…

Il cuneo salino, nei periodi di maggiore siccità, si è spinto fino a 25-30 km dalla costa, impedendo l’utilizzo dell’acqua per l’irrigazione in un’area che ha superato i 20 mila ettari.

Di quanti chilometri ancora salirebbe il cuneo se si sommasse alle acque sottratte attualmente, anche il 25-30% (i 100 mc/secondo richiesti da una centrale nucleare EDR) di acqua delle portate di minima?

Se il Po è insufficiente,

potrebbero esserlo nel Basso Veronese o nel Cavarzerano

l’Adige e ancor di più il Fissero-Tartaro-Canalbianco?

Centrale più centrale uguale agricoltura senz’acqua

Già oggi la centrale di Porto Tolle ha obblighi di dimezzamento della produzione e anche di blocco di essa in presenza di portate minime del Po (380 mc/secondo).

Cosa accadrebbe se oltre la centrale a carbone fosse presente una centrale nucleare?

Questa, a differenza di quella a carbone, non può essere fermata. Dunque? Ne verrebbe penalizzata l’agricoltura del Delta e dell’intero Polesine, che si vedrebbe sottratta acqua proprio nei periodi di maggior bisogno.

Il turismo del Delta sopravviverebbe?

Le presenze turistiche straniere nel 2009 sono aumentate in provincia di Rovigo del 2% (del 5,6% nel Delta, quasi 800mila totali), con una occupazione nel Delta di più di 600 unità lavorative.

La semplice presenza di una centrale nucleare (sommata ad una centrale a carbone), gli effetti sugli scanni, con indebolimento delle strutture dovute allo scarso apporto di solidi, potrebbero portare a una stasi e al deperimento dell’industria del turismo.

La pesca

Il pescato del mare di fronte al delta e la molluschicoltura potrebbero vedere in pericolo il proprio mercato per la modifica del regime delle acque nelle lagune (per i molluschi) e per l’effetto negativo sul marketing. Gli attuali 1838 posti di lavoro potrebbero essere mantenuti?

Perdere 600 posti di lavoro nel turismo più 1800 nella pesca da che cosa sarebbero sostituiti?

Il Sole 24Ore alcuni mesi fa, sponsorizzando la nascita del nucleare in Italia, affermava che le 4-5 centrali porterebbero ben 2000 (duemila!) posti di lavoro. Cioè in tutta Italia meno dei posti di lavoro offerti in Polesine da pesca e turismo.

L’efficienza energetica e le rinnovabili sono capaci di creare almeno 30-50 posti di lavoro contro 1 (uno) nel nucleare. In Italia, al 2020 con la diffusione delle rinnovabili si potrebbero creare dai 150 ai 200mila nuovi posti di lavoro. Senza toglierne ad altri settori come pesca e turismo , che, per il Polesine, rappresentano una economia di qualità.

Il nucleare serve per differenziare le fonti energetiche?

Bisogna essere precisi, per non correre il rischio di fare ordinaria demagogia. Uno studio del Cesi Ricerca del 2008, prevede, con la costruzione di 4 reattori EPR di terza generazione evoluta da 1.600 MW l’uno, che si potrebbe risparmiare, dal 2026 in poi, appena 9 miliardi di metri cubi all’anno di gas naturale, pari al 10% dei consumi attuali e pari al contributo di un rigassificatore di media taglia

Il tempo non è una variabile indipendente

Continuare ad ignorare che produrre energia dall’atomo in Italia non sarà possibile prima del 2025-2030 è mettere la testa sotto la sabbia. La crisi economica e quella energetica hanno bisogno di provvedimenti immediati, che solo l’efficienza e le energie alternative possono dare.

Dicono: L’energia nucleare abbondante. Ma sappiamo di che parliamo?

Oggi essa copre il 6,4% del fabbisogno mondiale di energia, e di uranio fissile, a questo ritmo modesto di impiego, secondo il rapporto Aiea del 2001, ce n’era per 35 anni. Certo, si potrebbe ricorrere all’uranio 238, ben più abbondante in natura: si tratta di un tipo di uranio non fissile, che si può trasformare in plutonio, ingrediente principale per le bombe. Materiale dunque ad alto rischio di proliferazione militare e anche sanitario: un milionesimo di grammo è la dose che può essere letale per inalazione.

Ma allora quanto costa il kilowattora nucleare?

il costo dell’energia prodotta è lievitato, man mano che le popolazioni (e i lavoratori) statunitensi chiedevano standard di protezione sempre più elevati.

Vorremmo ricordare a ministri, politici e Confindustria che tuttora il danno sanitario da radiazioni non ammette soglia al di sotto della quale non c’è rischio: dosi comunque piccole – questa è la valutazione della Commissione Internazionale per la Protezione dalle Radiazioni Ionizzanti – possono innescare i processi di mutagenesi che portano al danno somatico (tumori, leucemia) o genetico.

Da qui la lievitazione dei costi per la riduzione di rilasci di radiazioni, si badi, in condizioni di funzionamento di routine, degli impianti. E, a maggior ragione, la questione della sicurezza da incidenti.

La morale della storia:

Per raggiungere l’obiettivo del 25%

di energia dall’atomo previsto dal governo,

l’Italia dovrebbe trasformarsi in un unico cantiere nucleare

per almeno 20 anni

Ci vorrebbero almeno 7 reattori nucleari da 1600 megawatt, poi servirebbero i depositi per le scorie e gli impianti per la fabbricazione del combustibile. In sintesi, l’Italia diverrebbe un unico grande cantiere per almeno 20 anni e si ritroverebbe diffuse sul territorio strutture imponenti e insicure, per realizzare le quali bisognerebbe affossare ogni altra forma di produzione energetica, come le rinnovabili, condannando il paese all’arretratezza e rinunciando a tutte le opportunità occupazionali (250mila posti di lavoro già oggi solo in Germania), tecnologiche e di sostenibilità che le rinnovabili invece  garantiscono.

“LE POPOLAZIONI DEL BASSO VERONESE, DEL CAVARZERANO, DEL POLESINE, DEL DELTA DEL PO SE LA SENTONO DI RISCHIARE?” è la domanda finale che pone Michele Bertucco.

Lo studio geografico completo dei territori in cui è considerata probabile l’istallazione di un impianto nucleare è a disposizione di chiunque fosse interessato presso la sede di Legambiente Veneto.

L’Ufficio Stampa

Legambiente Volontariato Veneto

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Il pericolo idrico provocato dai criminali dell’ambiente.

mercoledì, marzo 24th, 2010

Il pericolo idrico provocato dai criminali dell’ambiente.

Questo è il sistema per eccellenza che intasa lo sfogo dell’acqua dei canali e provoca gli allagamenti. Non considerarlo un pericolo evidente si commette un grave atto di negligenza che può costare caro a molte famiglie e alle loro case. Naturalmente la colpa diretta è di chi getta i rifiuti in natura senza pensare ai danni che si provocano, ma è altrettanto grave che una amministrazione sottovaluti questi fenomeni e non crei dei rimedi per portare la comunità ad un grado di civiltà e convivenza accettabili.

Noi di Legambiente abbiamo già collaborato con le Amministrazioni per arginare questo fenomeno, anzi abbiamo avuto molto sostegno da parte dei enti e dall’Amministrazione Comunale di Adria, ma il nostro dovere di cittadini è quello di non abbassare la guardia o pensare che tutto sia risolto, purtroppo il problema si ripresenta finche l’educazione civica non partirà dalle scuole e dalle famiglie.

Foto nel territorio di Adria. Marzo 2010.

0203201000902032010011P1010237Queste persone vanno perseguite pesantemente, non è più immaginabile che questi atti non vengano considerati criminali. Proviamo a pensare al male che producono questi rifiuti, per l’inquinamento delle acque, della terra, agli animali e al pericolo idrico.

Mangia la foglia

venerdì, marzo 19th, 2010

legambiente2Mangia la foglia

Corso di erbe autoctone per cucina del Delta del Po

Promotore Legambiente circolo Delta del Po – Adria

Le serate si svolgeranno il 31 Marzo e 7 Aprile in sede Legambiente (ore 21), via Marino Marin n28 ad Adria, mentre per l’uscita pratica di riconoscimento e assaggio Domenica 11 Aprile a Cà Vittorina (ore 9.00)  - Azienda agricola didattica specializzata in coltivazione di lavanda-

Il costo di iscrizione è di 20 euro, 15 euro per i soci Legambiente. Massimo 25 partecipanti.

Per informazioni -leonardo 3288729114- Gabriele 3472413150- Le iscrizioni saranno considerate valide solo con l’avvenuto pagamento. La sede Legambiente è aperta tutti i Giovedì dalle 21 alle 23.

Prevediamo un rapido raggiungimento del numero di iscritti.

Bisogna proprio dire, che la tradizionale raccolta delle erbe nei campi di primavera è stata sempre una risorsa imprescindibile da parte di tutti i popoli, l’apporto vitaminico e i benefici curativi erano gli unici punti di riferimento per le popolazioni povere.

Non solo le erbe hanno salvato la vita dei nostri avi, ma hanno reso le erbe buonissime regine della tavola con ricette dai gusti unici e insostituibili. La spesa nei campi è gratis, basta avere un po’ di tempo per andare a raccogliere, imparando a riconoscerle. Naturalmente la raccolta deve essere fatta rispettando le condizioni di riproduzione delle piantine, per poi dare la possibilità ad altri o nuovamente di raccoglierle l’anno successivo, estirparle in malo modo significa non trovarle più ed estinguere la colonia di erbette preziose.

È importante non dimenticare le potenzialità di questa cultura della raccolta sostenibile delle erbe selvatiche, infatti le campagne sono già cambiate moltissimo in pochi anni, alberi da frutto autoctoni sono quasi scomparsi, la vegetazione arborea naturale autoctona è quasi sparita, sostituita da essenze esotiche che non riescono ad ambientarsi se non sono continuamente curate dall’uomo. Anche il patrimonio di erbe selvatiche sta scomparendo a causa di semina di altre piante o di inquinanti vari che nulla hanno a che fare con le nostre tradizioni. Il paesaggio è completamente cambiato, anche per questo, alberi, frutteti, cespugli, erbe stanno modificando il nostro territorio originario, questo tipo di sostituzione non guarda la naturale biodiversità, nemmeno è graduale da permettere l’adattamento delle nuove piante che restano sempre deboli ed attaccabili dai parassiti e bisognose di cure artificiali.

www.legambientedeltapo.it marzo 2010

Alcuni incivili a Bottrighe

lunedì, marzo 15th, 2010

Questo è un lotto di terreno a Bottrighe, vicino al centro a ridosso dell’argine del Po, su questa strada non passa la gente per caso e nemmeno per passare e basta. Alcuni cittadini di Bottrighe si divertono a seminare immondizia non solo qui, ma anche dentro le golene, fossati e anche per le strade. Da alcuni anni il Comune spende parecchio per far ripulire, ma queste persone non capiscono. Speriamo che i giusti di Bottrighe si accorgano dello scempio che viene fatto al loro paese e denuncino chi di consuetudine provoca questi letamai a discapito di tutti gli abitanti.

Noi di Legambiente abbiamo già provato 2 volte a convincere questi criminali dell’ambiente con la pulizia dei rifiuti fatta dai volontari, per 2 anni a Bottrighe, ma si vede che non basta a far percepire il messaggio.

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Operazione Sos Po – Lambro

lunedì, marzo 15th, 2010

Roma, 15 marzo 2010                                                                                             Comunicato stampa

Operazione Sos Po – Lambro

Legambiente: “E’ stato un disastro ambientale.

Ora non si spenga l’attenzione. E’ urgente il risanamento dei fiumi”

Cinque richieste e un grande obiettivo per il 2015:

Lambro balneabile

“L’Italia si è rivelata impreparata ad affrontare emergenze come quella accaduta sui fiumi Lambro e Po. Solo la buona volontà e la prontezza della Protezione civile locale, dei tecnici della depurazione dell’impianto di Monza e di alcune Province e Comuni hanno consentito che il disastro non avesse conseguenze peggiori”. È questa la considerazione di Legambiente alla conclusione della campagna Operazione Sos Po – Lambro, partita subito dopo il disastro raggiungendo le zone più colpite lungo l’asta dei fiumi.

A conti fatti, da dati ufficiali, sono state sversati 3.000 metri cubi di petrolio, cioè 2.600 tonnellate di idrocarburi di cui 1.800 di gasolio e 800 di oli combustibili. Gli interventi di contenimento hanno fatto sì che 1.250 tonnellate venissero bloccate dal depuratore di Monza, 300 nel piazzale della Lombarda Petroli, 200 fermate lungo il Lambro e 450 arrestate dalla diga di Isola Serafini. Delle 400 tonnellate che mancano all’appello, quantità imprecisate sono evaporate o si sono depositate sulle sponde, e dunque solo una piccola frazione, sicuramente inferiore al 10% dello sversamento, ha raggiunto il delta e da qui l’Adriatico. Il danno è stato comunque molto grave per le acque e l’ecosistema fluviale, e richiede azioni efficaci di risanamento e recupero ambientale.

Al danno da petrolio si è aggiunto quello legato alla messa fuori servizio del grande depuratore di Monza, che serve 700.000 abitanti equivalenti. Gli effetti sono stati limitati grazie alla tempestività degli interventi di ripristino messi in atto dalle maestranze dell’impianto, rientrato in funzione in anticipo sui tempi previsti, e alla modulazione delle portate del fiume attuata dall’ente Parco Regionale della Valle del Lambro, che regola la diga del lago di Pusiano: chiusa durante la discesa del petrolio per rallentare la marea nera, e poi riaperta per diluire i reflui del depuratore.

Per verificare la situazione, Legambiente ha voluto “toccare con mano” ed è partita per un viaggio contro corrente - dal Delta fino a Villasanta – sulle tracce del disastro, per constatare direttamente i fatti e verificare, con i diretti interessati, come è stata affrontata l’emergenza. Per dieci giorni i tecnici di Legambiente, insieme ai circoli e ai comitati regionali di Veneto, Emilia Romagna e Lombardia, hanno incontrato associazioni, amministratori e semplici cittadini, che vivono sulle sponde di Po e Lambro.

Dagli agricoltori ai pescatori, dagli allevatori di mitili del delta del Po ai dirigenti dei Parchi e agli assessori delle provincie da Rovigo a Piacenza fino a Monza, chiedono con forza che il Lambro non venga escluso dagli interventi di risanamento del Po. Fra le istituzioni incontrate non potevano mancare l’Autorità di Bacino del Po e le Arpa delle tre regioni coinvolte. Durante il viaggio Legambiente ha registrato la rabbia e la speranza dei cittadini che vivono sull’asta fluviale e la preoccupazione per il danno ambientale che questo disastro ha portato. Molte sono state le conferme alle accuse lanciate fin dalla prima ora. Innanzitutto quella relativa alla sottovalutazione della Regione Lombardia sull’entità dello sversamento, sottovalutazione che ha messo in grave difficoltà gli interventi successivi messi in campo nelle regioni Emilia Romagna e Veneto.

A questo si aggiunge la mancanza e l’inadeguatezza dei controlli delle industrie a rischio di incidenti rilevanti come la Lombarda Petroli: un fatto scandaloso, considerato che nella sola Lombardia le aziende a rischio sono ben 287. Appare ormai chiaro, infatti, che Lombarda Petroli, pur essendo riuscita da un anno ad uscire dal novero delle aziende a rischio, deteneva quantitativi di idrocarburi superiori al consentito, in condizioni di grave carenza di sistemi di sicurezza. Un quadro sconcertante, derivante anche dalla perdurante sovrapposizione di ruoli (le ispezioni al sito di Lombarda Petroli, a quanto pare superate con esito positivo, sono infatti una competenza del Ministero dell’Ambiente), che alla fine si è trasformata in tragedia ambientale.

Inoltre tutti i rappresentanti istituzionali incontrati nel corso del viaggio hanno lamentato la mancanza di un coordinamento nazionale per l’emergenza fin dall’inizio del disastro. Il ritardo con cui le Regioni hanno chiesto lo stato d’emergenza nazionale ha determinato disordine e conflitti nell’organizzazione degli interventi, senza che vi fosse chiarezza sulla catena di comando.

Resta tutta da chiarire la dinamica degli eventi che hanno impedito di fermare la marea nera agli sbarramenti di Cerro al Lambro e Melegnano (Mi): in quel punto sono transitate circa mille tonnellate di idrocarburi, una quantità certo enorme, ma corrispondenti alla capacità di 40-50 autocisterne, mezzi che non sarebbe stato impossibile predisporre e gestire nell’arco delle molte ore che la marea nera ha impiegato per raggiungere i due centri al confine del territorio milanese.

Un plauso invece va agli enti brianzoli e a quelli piacentini: con sangue freddo e decisioni giuste, gli interventi dei dirigenti della provincia monzese, del Parco della Valle del Lambro e dell’Azienda che gestisce il depuratore sono stati sicuramente i più efficaci e tempestivi, mentre ai Sindaci di Piacenza e Monticelli, insieme al Presidente della Provincia e all’Autorità di Bacino, deve essere riconosciuta l’azione risolutiva, resa possibile dalla richiesta di intervento della Protezione Civile Nazionale in un momento di grave mancanza di coordinamento.

Alla fine del lungo viaggio di Legambiente quindi, bisogna tornare a parlare di bonifica dei siti in cui sono ancora presenti idrocarburi, di un’adeguata azione di monitoraggio delle acque, ma anche e soprattutto di risanamento di quella spina nel fianco che, da sempre, il Lambro costituisce per il Po, gravemente inquinato anche in condizioni ordinarie.

Sono cinque le richieste di Legambiente al riguardo:

-        procedere il più rapidamente possibile (e quindi prima della prossima piena) all’individuazione dei siti che richiedono un intervento di rimozione degli idrocarburi lungo le sponde e sui materiali galleggianti;

-        rendere immediatamente disponibili i fondi promessi da tempo per realizzare il progetto speciale “Valle del Fiume Po”: si tratta di 180 milioni di euro, richiesti da tutte le province rivierasche attraverso un piano d’azione congiunto per la riqualificazione e la rinaturazione del più grande fiume italiano, ma che l’attuale Governo ha ripetutamente messo in discussione;

-        predisporre specifici piani di coordinamento interregionali ed interprovinciali per incidenti rilevanti di tipo industriale sul Po ed affluenti, con la creazione di nuclei di intervento specificatamente preparati  e dotati di materiale idoneo ad intervenire in casi simili.

-        avviare un sistematico programma di controlli sugli scarichi industriali nel bacino del Lambro e del Po, per reprimere i ricorrenti fenomeni di illegalità;

-        fare tesoro dell’esperienza: il disastro del 23 febbraio deve servire da monito per tutti: il Lambro e il Po devono rispettare le scadenze che l’Europa impone per il risanamento di tutti i fiumi europei. Entro il 2015 il Lambro deve avvicinarsi il più possibile alla balneabilità, obiettivo che oggi appare lontanissimo. Proponiamo a tutti i comuni rivieraschi di approvare una delibera per far diventare il 23 febbraio la “giornata del Lambro”, in occasione della quale presentare gli avanzamenti fatti in direzione del risanamento fluviale: scarichi collettati, depuratori realizzati, interventi per migliorare la qualità ambientale del bacino del Lambro.

Tutto il resoconto dell’Operazione Sos Po – Lambro è disponibile sul sito www.legambiente.it

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Milena Dominici
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Fuori la verità su biocarburanti

sabato, marzo 13th, 2010

Appello degli ambientalisti all’Ue
«Fuori la verità su biocarburanti»

La Corte di giustizia Ue

La Commissione Europea è accusata di nascondere documenti a conferma delle forti implicazioni negative dell’uso dei biocarburanti. Il ricorso di quattro organizzazioni ambientaliste alla Corte di giustizia di Lussemburgo

La Commissione Europea è accusata di nascondere documenti che dimostrerebbero l’esistenza di forti implicazioni negative, dal punto di vista ambientale ed economico, dell’uso dei biocarburanti. A puntare il dito accusatore sulla poca trasparenza e democrazia dell’esecutivo sono quattro organizzazioni ambientali (ClientEarth, Transport & Environment, the European Environmental Bureau e BirdLife International) che hanno depositato l’otto marzo un ricorso davanti alla Corte di Giustizia di Lussemburgo.

Secondo quanto riporta un articolo Euractiv-Reuters, le associazioni avevano chiesto nell’ottobre 2009 l’accesso ai documenti, senza però ricevere nei tempi legali previsti l’intero incartamento, ma solo una sua parte. Secondo il portavoce della Commissione Mark Gray, quei documenti assommavano a 8844 pagine e l’esecutivo stava ancora valutando se consegnare il resto.
L’azione alla Corte, secondo Gray è prematura anche perché in questo momento si è in una fase di progetto dei documenti.

Gli attivisti controbattono che la Commissione avrebbe creato un pericoloso precedente non mettendo a disposizione tutti gli studi. Potrebbe, in questo modo – sostengono – “ritardare la consegna dei documenti fino a quando non sarà già stata presa una decisione politica, colpendo al cuore la democrazia comunitaria”. Appellandosi al rispetto sulla legge della libertà di informazione, i gruppi ambientali riportano così alla ribalta il problema della sostenibilità dei biocarburanti, approfittando del fatto che la Commissione dovrà rendere noto un rapporto in cui si rivede l’impatto del cambiamento indiretto dell’uso dei terreno sulle emissioni di gas ad effetto serra.

Sul banco degli imputati c’è l’obiettivo comunitario di sostituire il 10% dei combustibili fossili con biocarburanti entro il 2020. Politica che, accusano gli ambientalisti, ha creato un mercato artificiale, con un’industria europea del valore di circa 5 miliardi di euro l’anno e massicce importazioni da Brasile, Indonesia e Malesia. (Ansa)

fine corso di cucina biologica e vegetariana

giovedì, marzo 11th, 2010

Legambiente Delta del Po-Adria

Donnolato Ferdinando ha concluso il corso di cucina biologica e vegetariana.

9 Marzo 2010 serata di bufera di neve.

ferdinando donnolatofine corso 2010 cucinaLe foto della fine del corso di cucina biologica e vegetariana.

La serata era con bufera di neve ed alcune allieve non erano presenti.

Soddisfatte le allieve si sentono entusiaste per svolgere una nuova cucina più sana e leggera più vicine alle tradizioni contadine e con un minore apporto di grassi.

Lambro e Po, il comune di Milano reponsabile del danno ambientale

mercoledì, marzo 10th, 2010

Lambro e Po, il comune di Milano 
reponsabile del danno ambientale

L'inquinamento del Lambro

l Comune di Milano è stato ritenuto responsabile civile per danno ambientale il ritardo di sei anni  nel realizzare il sistema di depurazione, con conseguente inquinamento del fiume Lambro e del Po. Legambiente. «Sentenza tardiva ma importante»

Il Comune di Milano è stato ritenuto responsabile civile per “danno ambientale” dal Tribunale di Milano per aver “realizzato con un ritardo di oltre sei anni il sistema di depurazione delle acque reflue urbane”, mancanza che ha contribuito, secondo il giudice, “all’inquinamento del fiume Lambro e del fiume Po”. La causa civile era stata promossa contro l’amministrazione comunale milanese nel 2006 da Legambiente, Provincia di Lodi, Provincia di Rovigo, Parco Regionale Veneto del Delta del Po e da dieci comuni delle province di Milano, Lodi, Pavia e Rovigo. Il giudice monocratico della decima sezione civile, Caterina Spinnler, ha riconosciuto la responsabilità civile del Comune nel “danno ambientale”, ma non ha stabilito l’entità del risarcimento, perché non richiesto dai promotori.

La sentenza è la conclusione di un’iniziativa legale iniziata nel 2001 e che giunge oggi al suo epilogo quando ormai Milano ha, per fortuna, realizzato ed attivato i suoi 3 depuratori, depurando tutte le sua acqua dal 2006. Questo provvedimento, seppur tardivo, è di grande rilevanza generale, perché stabilisce alcuni principi fondamentali: perchè si riconosce per la prima volta in Italia la responsabilità di una amministrazione pubblica in un danno arrecato all’ambiente a causa di inadempienze o ritardi nella depurazione o nel risanamento di un inquinamento; perché si riafferma il diritto, oltre che di altri enti pubblici, di una associazione ambientalista riconosciuta ad intervenire in giudizio per danno ambientale, in difesa di interessi generali.

Legambiente e gli altri Enti coinvolti non hanno voluto avviarsi sulla difficile strada di quantificazione del danno subito: “Ci siamo accontentati di una vittoria di principio ma di elevato valore simbolico – dichiarano congiuntamente Andrea Poggio, vicedirettore nazionale e Damiano Di Simine, presidente lombardo dell’associazione – perché confidiamo nel fatto che la sentenza sia monito per tutti gli enti responsabili della salute del fiume Lambro, così come degli altri fiumi lombardi, per avviare concrete azioni di depurazione e risanamento dei fiumi e del loro ambiente circostante. Ci rivolgeremo a tutti gli Enti che ci hanno accompagnato sinora per decidere azioni comuni, attraverso il convinto avvio del “Contratto di fiume” per il risanamento del Lambro, ma anche per aumentare il livello di tutela, in primo luogo attraverso la istituzione di parchi fluviali lungo il medio e basso corso del fiume: un progetto che può avviarsi con l’entrata del comune di Milano nel Parco della Media Valle del Lambro, ed estendersi al tratto lodigiano”.
La causa civile era stata avviata con la messa in mora dell Comune nel 2001 da Legambiente, Provincia di Lodi, Provincia di Rovigo, Parco Regionale Veneto del Delta del Po, e da dieci comuni delle province di Milano, Lodi, Pavia e Rovigo. Le 13 pagine di motivazioni della sentenza, spiegano che “con decorrenza dal 15 marzo 2005, il Comune di Milano” si è “dotato di un sistema di trattamento delle acque reflue urbane” e “certamente lo ha fatto con ritardo rispetto al limite temporale del 31.12.98, fissato dalla direttiva Cee 91/271″. Proprio tale ritardo, secondo il giudice, ha permesso alle acque reflue del Comune di Milano di riversarsi “nel fiume Lambro e successivamente nel Po “senza essere state sottoposte ad alcun trattamento” e di contribuire all’inquinamento del fiume Lambro e del fiume Po dove si riversano “in misura importante, gli scarichi non trattati provenienti dal Comune di Milano”.

10 marzo 2010Lambro Milano Depuratore