SE L’IMMAGINE DI DIO È “IN ESPANSIONE”.
DALLA NUOVA COSMOLOGIA UN NUOVO “RACCONTO SACRO” PER L’UMANITÀ
3 articoli della rivista ADISTA di Aprile
DOC-2251. ROMA-ADISTA. Non c’è stato alcun peccato originale, ma, al contrario, una “benedizione originale”. È quanto ci insegna quel “nuovo racconto sacro” trasmesso all’umanità dalla nuova cosmologia, “una nuova rivelazione” che obbliga le religioni a una radicale “riconversione ecologica”. Proprio al rapporto tra ecologia e religione è dedicato il numero collettivo pubblicato da tredici riviste latinoamericane – Christus (Messico), Voces del Tiempo (Guatemala), Alternativas (Nicaragua), Amigo del Hogar (R. Dominicana), La Antigua (Panama), Vínculum (Colombia), Páginas (Perù), REB e Perspectiva (Brasil), Tiempo Latinoamericano (Argentina), Acción (Paraguay), OBSUR (Uruguay) e Pastoral Popular (Cile), oltre al bollettino web Ecodes – per iniziativa della Commissione Teologica Internazionale dell’Associazione ecumenica dei teologi e delle teologhe del Terzo Mondo (Asett o Eatwot; www.comision.teologica.latinoamericana.org).
Siamo natura
Che tale – e sempre più obbligato – rapporto sia tutt’altro che scontato, basta a dimostrarlo il fatto che, come si legge nella Presentazione al numero del religioso claretiano José María Vigil, coordinatore della Commissione Teologica dell’Asett, non sono state le religioni a lanciare l’allarme sull’emergenza ambientale, né a porsi in prima linea nella lotta contro il riscaldamento climatico, né a mettere in guardia sui pericoli già evidenti di un’economia centrata sul carbonio: “le religioni sembrano essere molto occupate in altre cose, ‘nel loro mondo’, nelle loro questioni religiose”. Eppure la loro responsabilità nell’attuale crisi è molto più profonda di quanto potrebbe apparire: se infatti la causa maggiore del disastro va individuata nel modello di civiltà che lo ha reso possibile, si scopre facilmente e fatalmente che il paradigma centrale che si nasconde dietro le pratiche predatorie secolari che hanno distrutto il pianeta “è stato costruito e veicolato, di generazione in generazione, per millenni, dalla religione”. Quella religione occidentale che ci ha reso “a-naturali” alienandoci dalla natura per collocarci su un piano radicalmente altro, quello della Storia della salvezza in cui la natura non gioca alcun ruolo, e “anti-naturali”, convinti della necessità di fuggire dal mondo e di andare oltre la materia “per divinizzarci”.
E se, come diceva Einstein, “un problema non può essere risolto con un rimedio derivato dalla stessa mentalità che ha causato il problema”, solo cambiando modello di civiltà, e dunque, necessariamente, riconsiderando la relazione della religione con il cosmo e con la natura, sarà possibile individuare soluzioni alla crisi attuale. Da qui la straordinaria importanza del “nuovo racconto sacro” trasmesso dalla nuova cosmologia, di fronte a cui le religioni sono obbligate a riconsiderare il loro antico racconto – piccolo e pallido rispetto alla grandiosa, inesauribile narrazione cosmica – riformulando radicalmente il loro capitale simbolico. Il contenuto della nuova “rivelazione” non potrebbe essere più rivoluzionario, comunicandoci la visione di un universo in movimento totale e continuo, in espansione e in evoluzione – non un cosmo retto da leggi eterne e immutabili ma “una cosmogenesi che si dispiega da dentro”, come un fiore o un embrione -, di un universo che si auto-organizza a partire dal caos, “un tutto che è maggiore delle sue parti e che è in ogni parte”, assumendo coerenza di comportamento “a partire da componenti che presentano un’incoerenza iniziale”, orientato verso la vita, la complessità, la coscienza. Un universo in cui tutto il lungo cammino a partire dal big bang sembra tendere alla comparsa dell’essere umano ( “non è solo l’essere umano che è adattato all’Universo – sostiene il cosmologo John Barrow -. Anche l’Universo è adattato all’essere umano”), come se esso ‘desiderasse’ l’apparizione dell’umano: “Era necessario che la vita e il pensiero fossero inscritti nelle potenzialità dell’Universo primitivo”, sottolinea l’astrofisico Hubert Reeves. E il poeta Ernesto Cardenal si interroga: “Quale Premio Nobel ci spiegherà perché stiamo in un Universo che ha imparato a pensare?”.
Una visione del mondo tanto diversa da quella che ci hanno trasmesso le religioni porta naturalmente con sé anche immagini radicalmente diverse della natura, dell’essere umano, di Dio. Così, evidenzia José María Vigil nel suo intervento, non può più risultare credibile “una definizione religiosa negativa della materia e di tutto ciò che si relaziona ad essa”, per cui non di “peccato originale” si deve parlare ma di “benedizione originale”. Né si può considerare questa vita “solo un’illusione passeggera, una ‘prova’, in funzione dell’altra vita, quella vera e definitiva, quella oltre la morte, a cui un Creatore ci avrebbe destinato”: “Le religioni di ‘salvezza eterna’ – sottolinea il teologo – devono con urgenza dare nuovamente ragione di sé nel contesto mentale attuale”. Allo stesso modo, non è più possibile accettare che l’essere umano venga “da sopra, né da fuori, ma da dentro e dal basso, dalla Terra, dal Cosmo”, come “il fiore dell’evoluzione cosmica”. Ancora, non possiamo più considerarci i “padroni della creazione”, bensì una specie tra tante, “per quanto l’unica capace di assumere responsabilità”; né possiamo credere di vivere separati dalla Natura, “ingiustificatamente auto-esiliati dalla nostra placenta”, essendo noi non soprannaturali, “ma molto naturali”: “Siamo Natura, Terra che sente, che pensa e ama, materia che in noi giunge alla riflessione”, scrive Vigil; quando guardiamo le stelle, siamo idrogeno che contempla idrogeno, ci ricorda Cardenal nel suo Canto Cosmico.
E una visione così radicalmente mutata della realtà non permette più, sottolinea Vigil, nemmeno “di immaginare un Dio che sta fuori, che sta sopra, in un ‘secondo piano superiore’ da cui dipenderebbe il nostro”, perché non ha più senso parlare di un “fuori” e di un “sopra” rispetto al cosmo. È qui che entra in gioco, secondo Guillermo Kerber, coordinatore del Programma sul Cambiamento Climatico del Consiglio Mondiale delle Chiese a Ginevra, la categoria della trasparenza divina, definita anche panenteismo: Dio in tutto e tutto in Dio. Una visione “in cui la creazione e i suoi processi sono in qualche modo ‘in’ Dio, malgrado Dio sia più della creazione”.
Ha ragione dunque Manuel Gonzalo ad affermare, nel suo intervento, che “anche la nostra immagine di Dio è in ‘espansione’. La moderna cosmologia esige una teologia attualizzata. Questo cambiamento sta già conducendo a uno sviluppo delle capacità di ammirazione e di ascolto di fronte all’Universo, verso atteggiamenti più contemplativi, verso responsabilità nuove nei confronti del pianeta e della vita in esso, verso la comprensione di un Dio dinamico che ama il mondo”. Atteggiamenti di rispetto, venerazione, comunione (“nelle stelle siamo fratelli di tutto”), adorazione (“tutto è una grande liturgia cosmica”) e conquista di una nuova identità (“la storia dell’Universo si rivela come parte della nostra stessa storia. Non abbiamo 20, 40 o 70 anni. Ciascuno ha 15 miliardi di anni.”). “Senza alcun dubbio – conclude – oggi nella coscienza ecologica sta soffiando lo Spirito di Dio. È un invito a porci in maniera diversa nell’Universo e a prendere sul serio la responsabilità che abbiamo nei confronti della creazione”.
Di seguito, in una nostra traduzione dallo spagnolo, alcuni stralci dell’intervento introduttivo della Commissione Teologica Latinoamericana dell’Asett e degli articoli di Kerber e di Gonzalo (il numero ospita anche gli interventi di Leonardo Boff, Faustino Texeira, Giannino Piana e Luis Diego Cascante, oltre che di José Maria Vigil). (claudia fanti)
ECOLOGIA, NUOVA COSMOLOGIA E IMPLICAZIONI TEOLOGICHE
di Guillermo Kerber
(…) È lo storico Thomas Berry a vincolare l’ecologia e la nuova cosmologia a un nuovo racconto, una nuova narrazione corrispondente al nuovo momento storico che vive l’umanità. Secondo Berry, “stiamo ora entrando in un nuovo periodo storico, che potremmo designare come era ecologica”. Per lui, i problemi vissuti negli ultimi due secoli sono stati causati in buona misura dai nostri modi limitati di pensare, caratterizzati dal riferimento scientifico-tecnologico. L’era ecologica in cui stiamo ora penetrando è un’era complementare che succede a quella tecnologica. Se questa è stata caratterizzata in buona misura dalla desacralizzazione del mondo, l’era ecologica e la nuova cosmologia alimentano una profonda coscienza della presenza del sacro in ogni realtà dell’universo. In questo modo, l’era ecologica è anche una nuova era religiosa. In essa la dimensione della trasparenza divina completa le categorie dell’immanenza e della trascendenza. (…) Questa trasparanza come attributo di Dio è quello che i teologi chiamano panenteismo.
Cos’è il panenteismo? Etimologicamente, panenteismo (dal greco pan, tutto; en, in; theos, Dio) significa Dio in tutto e tutto in Dio. Dio è presente nel cosmo e il cosmo è presente in Dio. (…). Il panenteismo è la visione in cui la creazione e i suoi processi sono in qualche modo ‘in’ Dio, malgrado Dio sia più della creazione.
Una conseguenza teologica importante è che il panenteismo, evidenziando la presenza di Dio nella creazione, può affermare come vere immagini non solo personali ma anche transpersonali del Divino. (…) Si può parlare del divino come del Mistero e dell’Avventura dell’Universo, dell’Uno, del Contesto ultimo e dell’Oceano cosmico, ma anche come Madre, Padre. Non dovremmo, di conseguenza, fissarci su immagini particolari. Al contrario, possiamo e dobbiamo essere capaci di accettare diverse immagini, nel rispetto delle necessità degli altri di immaginare Dio in forme diverse dalle nostre. (…).
Assumere questa prospettiva della teologia ecologica ci obbliga, allora, a domandarci quali siano le immagini che meglio riflettono il Dio rivelato da Gesù nel mondo attuale, oppresso dalla crisi ambientale.
Il Cristo Cosmico
Riflettere sulla presenza di Dio nel mondo conduce a ripensare la Cristologia. Per Mathew Fox, è l’immagine del Cristo Cosmico quella che permette l’affiorare di una nuova cosmologia. Assumere questa prospettiva del Cristo Cosmico implica un cambiamento profondo nelle rappresentazioni mentali, un cambiamento di paradigmi: un salto dall’an-tropocentrismo a una cosmologia viva, da Newton ad Einstein, dalla parte al tutto, dal razionalismo al misticismo, dall’obbedienza alla creatività come primato della virtù morale, dalla salvezza personale alla guarigione comunitaria, dal teismo (Dio fuori di noi) al panenteismo (Dio in noi e noi in Dio), dalla religione della caduta-redenzione alla spiritualità centrata sulla creazione. Il Cristo Cosmico non è nel-l’aldilà ma si manifesta in noi, chiamati ad essere profeti del cosmo (giustizia) sul caos (disordine e ingiustizia).
La prospettiva del Cristo Cosmico è l’unica possibilità, per Fox, di impedire la morte della Madre Terra. (…).
Una nuova teologia della creazione
Affermare che l’universo è in espansione e in evoluzione e che la creazione è in Dio e Dio è nella creazione implica riconoscere la presenza dello Spirito Santo che costantemente ricrea la Creazione. Questa è un processo permanente, non qualcosa che è avvenuto semplicemente nel passato ma qualcosa che sta avvenendo nel presente e avverrà nel futuro. Il fatto di considerare la creazione come un processo è direttamente vincolato alla teologia processuale, una delle fonti della nuova teologia ecologica. Questa corrente teologica ha per esempio, secondo Rosemary Radford-Ruether, molte affinità con il pensiero di Pierre Teilhard de Chardin, in particolare riguardo alla realtà della “mente” in tutte le creature, compresi i movimenti delle particelle subatomiche. Il riferimento a Teilhard è interessante considerando che anche lui parla del Cristo Cosmico e della trasparenza di Dio. “Il grande mistero del cristianesimo non è l’ap-parizione bensì la trasparenza di Dio nell’universo. Oh sì, Signore, non solamente il raggio che affiora ma il raggio che penetra. Non la tua Epifania, Gesù, ma la tua Dia-fania”. In questo modo il panenteismo, evidenziando la trasparenza di Dio, diventa un vincolo tra l’immanenza (stare dentro) e la trascendenza (stare oltre), ben espresse nella formulazione di S. Agostino: “Tu eri all’interno di me più del mio intimo e più in alto della mia parte più alta”. (…).
Il panenteismo rivela, inoltre, il profondo senso di sacramentalità di tutte le cose. Se Dio è in tutta la creazione, allora ogni creatura è segno del Creatore. Ma, in chiave escatologica, dobbiamo riconoscere un processo evolutivo incompiuto, per cui la sacramentalità sarà sempre frammentata e velata. Solo alla fine si darà il riposo sabbatico di tutta la creazione. (…).
E le comunità? E i poveri? Come trasmettere questo messaggio alle comunità? Siamo coscienti che molti dei termini menzionati possono essere difficili da trasmettere nella catechesi, nelle celebrazioni, nei gruppi di lettura della Bibbia, ecc. Ma non lo sono più di altri concetti teologici tradizionali. Un importante lavoro di divulgazione e di assimilazione è, evidentemente, necessario. Non solo come modo di reinterpretare adeguatamente il cristianesimo di fronte alle sfide attuali, ma anche perché le comunità più povere sono e saranno le più colpite, per esempio, dalle conseguenze del cambiamento climatico, come riconosce il rapporto del Gruppo Intergovernativo di Esperti sul Cambiamento Climatico, che può essere considerato l’opinione di consenso della comunità scientifica su questa problematica. (…).
In un dialogo con la nuova cosmologia e con l’ecologia, l’orizzonte liberatore della teologia, caratteristico della teologia latinoamericana, deve ampliarsi, riconoscendo che la creazione tutta deve essere liberata, a partire dalle comunità più vulnerabili, i poveri, gli indigeni, tenendo conto anche delle culture e delle specie che stanno scomparendo. La crisi del cambiamento climatico è un chiaro esempio che la Terra come un tutto è minacciata. Ma è anche importante riconoscere che non tutti hanno contribuito allo stesso modo né soffriranno gli effetti in ugual maniera. Per questo la dimensione di giustizia che implica, tra l’altro, il riconoscimento della responsabilità storica dei Paesi industrializzati deve essere inclusa in una riflessione teologica che assuma l’eco-logia e la nuova cosmologia. Così, insieme alla necessaria riformulazione dei contenuti dogmatici della teologia, la spiritualità e l’etica devono anch’esse adeguarsi a queste nuove sfide.
ECOLOGIA E CRISTIANESIMO
di Manuel Gonzalo
Scienza e religione sono vissute in conflitto per vari secoli, procedendo per strade separate e radicalizzando le rispettive posizioni a danno dello stesso essere umano. Da una parte i dati concreti sulla realtà del mondo e dall’altra le spiegazioni sulla relazione dell’esistente con Dio. La Terra ha pagato fortemente gli effetti di queste tensioni. (…).
La scienza (…) cerca di spiegare come funzionano le cose, ma non ha la capacità di dare loro un senso. La religione si preoccupa più del senso, ma non è in grado di analizzare come avvengono i fatti. In tutti i modi, entrambe sono opera dell’essere umano e sono espressione della sua ricerca fondamentale: trovare un senso alla sua permanenza su questo pianeta ed elaborare una risposta positiva tanto per la convivenza umana quanto per il tipo di relazione da mantenere con il pianeta. (…).
Le caratteristiche dell’universo
È sempre maggiore il consenso all’interno della comunità scientifica sui caratteri fondamentali di questa storia dell’Universo. Segnalerò i 13 che considero più significativi.
1. Un primo elemento, a cui si è giunti grazie ai contributi dell’astronomo Hubble e della sua constatazione dello spostamento verso il rosso dello spettro luminoso delle galassie, è quello dell’espansione dell’Universo. Questo dato, apparso all’inizio degli anni ’30, ha rivoluzionato la visione statica che si aveva dell’universo. Anni dopo avrebbe preso forma la teoria del big bang secondo cui circa 15.000 milioni di anni fa l’universo avrebbe avuto inizio con una grande esplosione. (…). Da lì sarebbero sorti tanto lo spazio quanto il tempo. Da questo inizio si può parlare della storia del-l’Universo. Espansione e raffreddamento sono due delle sue caratteristiche.
2. Si tratta anche di un Universo che si è andato aprendo e svelando nel corso del tempo. Per intenderlo si potrebbe osservare la nascita di un fiore. Non sappiamo come sarà finché esso non avrà sviluppato tutti i suoi petali, i sepali, l’apparato riproduttore e le altre parti. Un processo che desta ammirazione di fronte alle novità che man mano vengono alla luce. Con un’altra analogia, oggi si potrebbe parlare dell’Universo come di un embrione.
3. Un’altra caratteristica è quella della creatività sviluppata. Il processo è stato lento, ma continuo. Prima l’energia, poi la materia, quindi elementi come l’idrogeno e l’elio, le stelle e le galassie, poi l’esplosione delle supernove, capaci di produrre gli elementi più pesanti della Tavola Periodica, poi il Sole e la Terra e infine la vita. L’Universo ha mostrato una creatività strabordante. Ogni evento è avvenuto a suo tempo. Si tratta di processi irreversibili.
4. Altro tratto che appare è quello della crescita della complessità. Sappiamo che un’ameba è meno complessa di una chiocciola. Si può affermare che possiede meno informazioni. (…). Siamo immersi nella complessità cosmica. La tendenza verso la complessità appare dal principio, dalle particelle elementari e dal valore delle quattro forze fondamentali (gravitazionale, elettromagnetica, nucleare forte, nucleare debole). Se si intende la complessità come capacità di “sorprendere” l’osservatore, non sarebbe strano se vivessimo a bocca aperta di fronte a tutto ciò che ci circonda.
5. La quinta caratteristica è data dall’apparizione di proprietà emergenti. Qui vale il principio che il tutto è maggiore della somma delle parti. Un elettrone e un protone separati non sono la stessa cosa, per esempio, che un elettrone e un protone che si relazionano dando luogo all’atomo di idrogeno. Né l’idrogeno e l’ossigeno separati hanno le stesse proprietà che hanno entrambi quando si combinano per produrre la molecola d’acqua. E se analizziamo l’apparizio-ne della vita, vediamo che le molecole non hanno vita, ma unite in strutture diverse generano qualcosa che è in grado di riprodursi, di alimentarsi, di interagire con l’ambiente e di conquistare autonomia. Qualcosa con una coerenza di comportamento a partire da componenti che presentano un’in-coerenza iniziale.
6. L’Universo presenta un tratto a cui si è mostrato molto sensibile Teilhard de Chardin: la crescita della coscienza. Nella vita animale il sistema nervoso appare all’interno di un processo di sempre maggiore complessità, dai batteri agli invertebrati ai mammiferi, fino alla sua massima espressione nel cervello umano. Si tratta di un Universo che ha imparato a riflettere su se stesso. Ernesto Cardenal si interrogherà: “Quale Premio Nobel ci spiegherà perché stiamo in un Universo che ha imparato a pensare?”.
7. Gli esseri umani si trovano tra due grandi infiniti: l’in-finitamente grande – il Cosmo, le galassie, le stelle, il sistema solare – e l’infinitamente piccolo – quark, protoni, elettroni, neutroni, fotoni, neutrini, atomi, molecole -. La vita emerge come una fruttuosa interazione tra questi due infiniti. E a sua volta produrrà un nuovo infinito: l’infinitamente complesso, come il cervello umano e come gli ecosistemi.
8. Si attribuisce a Democrito la frase “tutto arriva per caso e per necessità”. Il cammino dell’Universo è inteso da molti come una combinazione di caso e di necessità. Nel caso rientra quanto c’è stato di aleatorio, di gioco, di opportunità, di occasione, di casualità durante circa 15.000 milioni di anni. All’interno della Teoria del Caos si ricorda come un fenomeno minimo possa avere ripercussioni enormi, come se lo sbattere d’ali di una farfalla generasse un uragano a migliaia di chilometri. C’è un’amplificazione dei fenomeni. Per questo non si può prevedere esattamente il futuro. In questa prospettiva, si è lontani dal meccanicismo fissista dei secoli precedenti. Nella sfera della necessità, invece, ricade l’obbedienza alle leggi fisiche, il corso imposto dal valore che le quattro forze fondamentali hanno assunto dal primo millisecondo che ha seguito la Grande Esplosione. L’Uni-verso rivela la sua inventiva attraverso il caso e la necessità.
9. Occorre anche constatare la grande quantità di casualità. Nell’Universo non è stato possibile un solo passo senza che siano stati mossi quelli precedenti. Lo stesso fisico Stephen Hawking fa notare come qualunque cambiamento minimo che si fosse dato nel valore attuale delle quattro forze fondamentali avrebbe impedito che stessimo qui a popolare il pianeta Terra. Come pure se fossero state diverse la velocità di espansione dell’Universo o la distanza tra il Sole e la Terra. (…). Per l’evoluzione degli ominidi, è stata importante la faglia prodottasi nell’oriente africano dall’E-gitto alla Tanzania. Ad est della faglia, a causa della siccità determinata dal cambiamento di clima, il bosco si è trasformato in savana, facendo sì che le scimmie superiori si vedessero obbligate a scendere dagli alberi.
10. Analizziamo la storia dell’universo “a posteriori”, seguendo i passi generali che hanno permesso la comparsa dell’intelligenza. Nell’ottica del cosiddetto Principio Antropico, tutto il lungo cammino a partire dal big bang tendeva all’apparizione dell’essere umano. John Barrow afferma che “non è solo l’essere umano che è adattato all’Universo. Anche l’Universo è adattato all’essere umano”. C’è un cambiamento di prospettiva, in cui la vita umana non appare come un processo caotico segnato da scossoni improbabili. Al contrario, l’Universo “desiderava” l’apparizione dell’umano. “Era necessario che la vita e il pensiero fossero inscritti nelle potenzialità dell’Universo primitivo”, sostiene l’astrofisi-co Hubert Reeves, il quale afferma anche: “Le proprietà della materia sono esattamente quelle che assicurano la fertilità del Cosmo e l’apparizione della coscienza”.
11. Cosa avviene in ogni momento? C’è di fronte un ventaglio di possibilità. L’Universo gioca, ma ha mostrato di saper giocare molto bene. Ha saputo trarre vantaggio, per esempio, tanto dalla minima quantità di materia superiore all’antimateria – fenomeno avvenuto prima del primo millisecondo – quanto dall’apparizione delle circonvoluzioni cerebrali. L’evoluzione dell’Universo appare come un’attua-lizzazione progressiva delle sue potenzialità. Hubert Reeves afferma che la materia, “spinta da quello che potremmo chiamare un potente lievito cosmico, tende a raggiungere stadi sempre più strutturati”.
12. Un’altra caratteristica, nel processo di crescita della diversità di forme di vita, è la relazione che esiste tra tutto. Nessuna specie è autosufficiente. Tutte sono interdipendenti. Oltre alla relazione tra le grandi reti di esseri viventi, ne esiste anche un’altra tra le forme vive e quelle non vive. Oceani, atmosfera, composizione dei suoli, temperatura, tutto è relazionato come un grande tessuto che rende la Terra un pianeta eccezionale. (…).
13. Nell’ipotesi di Gaia avanzata da Lovelock, si prospetta un approccio al pianeta Terra considerato come un essere vivo, un sistema auto-conservato che ha mostrato la propria capacità di auto-equilibrio.
Tutte queste caratteristiche mostrano un approccio diverso della comunità scientifica non solo al pianeta Terra, ma anche alla vita, alle cose, all’essere umano. Lungi dal rinchiudersi solo in spiegazioni scientifiche, essa si pone sempre più interrogativi metafisici.
(…) È necessario assumere i cambiamenti legati alla visione del cosmo offerta dalla scienza moderna e da qui riflettere su Dio. Anche la nostra immagine di Dio è in “espansione”. La moderna cosmologia esige una teologia attualizzata. Questo cambiamento sta già conducendo a uno sviluppo delle capacità di ammirazione e di ascolto di fronte all’Universo, verso atteggiamenti più contemplativi, verso responsabilità nuove nei confronti del pianeta e della vita in esso, verso la comprensione di un Dio dinamico che ama il mondo. Occorre costruire una nuova spiritualità più conforme alla nuova visione del cosmo.
Verso la rivoluzione ecologica
Nuotiamo nella complessità. Detto diversamente, nuotiamo nel mistero. Partendo dai cambiamenti nella scienza e nelle religioni che abbiamo presentato, si sta aprendo l’oriz-zonte di comprensione di questa epoca. Facciamo parte della rivoluzione cibernetica che è in continuità con la rivoluzione tecnologica, la quale ha sostituito la rivoluzione agraria. Oggi le porte si vanno lentamente aprendo alla rivoluzione ecologica.
Nulla di quello che avviene nell’immensità del Cosmo ci è indifferente (…). Tutto è interconnesso. Per scoprire perché un essere è vivo è necessario guardare molto lontano.
Come animali coscienti, siamo l’universo che comprende se stesso. Il poeta Ernesto Cardenal ci aiuta a capire, nel suo Cantico Cosmico, che nel guardare le stelle siamo idrogeno che contempla idrogeno.
Questa rivoluzione ecologica esige un cambiamento di mentalità verso il Cosmo. Quali nuovi atteggiamenti sono necessari per questo cambiamento? Ne segnalo cinque.
1. Rispetto. (…). Rispetteremo la Terra se la considereremo un sistema limitato che bisogna preservare e apprenderemo a consumare meno, a riutilizzare di più e a riciclare al massimo.
2. Venerazione. La scienza ci sta aiutando a scoprire quanto tutto sia grande e complesso. Nulla è semplice, volgare, senza valore. La foglia di un albero possiede un’enor-me saggezza. (…). La venerazione ci porta a camminare sulla terra “togliendoci i sandali”, come Mosè di fronte al roveto ardente (Es 3,2). Una pietra, un torrente, una nube capricciosa, un uccello diventano veicoli di saggezza. Dobbiamo educarci a cogliere il messaggio che ci trasmettono e imparare a godere di tutto ciò che ci circonda. Tutto il Cosmo è come un grande libro da leggere.
3. Comunione. (…). Se comprendessimo bene ciò che implica la storia dell’Universo, scopriremmo che, nelle stelle, siamo fratelli di tutto. La diversità e la variazione presenti nell’Universo attuale non esistevano al momento del big bang. Aprendoci alla notte stellata ci apriamo al nostro passato. Gli atomi che oggi fanno parte del nostro corpo sono sorti dall’esplosione di una supernova. L’Universo ci ha generato nel calore delle stelle che sono morte per produrre atomi più pesanti necessari all’apparizione della vita. Non ci sarebbe stata vita senza l’esplosione delle supernove. Ciascuno di noi è imparentato con tutto. E quanto accaduto nelle savane africane quattro milioni di anni fa è il ricordo prossimo della nostra fraternità come specie umana.
4. Adorazione. (…) Le religioni hanno colto da tempo questa relazione di tutto con Dio. Lungi dal far parte della ”leggerezza del reale”, siamo parte della “densità del reale”, del sacro che è tutto. Come già affermava san Paolo, “tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui” (Col 1,16). Teilhard ha parlato della “santa materia”. Il Cosmo è opera di Dio ed esige un approccio contemplativo. (…). Tutto è una grande liturgia cosmica. L’adorazione ci fa avvertire il passo di Dio per l’Universo. Siamo chiamati a cogliere e celebrare questa grande festa cosmica.
5. Nuova identità. (…). Non si tratta più unicamente di conquistare un’identità a partire dalla propria famiglia o dal gruppo culturale a cui si appartiene. La storia dell’Universo si rivela come parte della nostra stessa storia, della nostra identità. Non abbiamo 20, 40 o 70 anni. Ciascuno ha 15 miliardi di anni. Veniamo da molto lontano. Siamo orgogliosi di conoscere le nostre origini. (…). Conoscere e assimilare questa prospettiva ci rivela quanto la nostra esistenza sia preziosa. Come afferma Hubert Reeves, “il lievito cosmico lo portiamo in noi stessi. Esso ci incita a promuovere la meravigliosa odissea della complessità cosmica” (…).
Nel pianeta ci sono troppe ingiustizie. Oggi il progresso è immenso, ma profondamente inumano. (…). Questa nuova identità non solo ci radica profondamente nel passato, ma ci proietta anche verso il futuro. Ci lancia in un compito di responsabilità nei confronti della Terra e della vita. È un appello a trovare una risposta di fronte ai due grandi soggetti che soffrono oggi l’oppressione umana: i poveri della Terra e la Terra stessa. È un appello all’azione a partire dal “grido dei poveri e dal grido della Terra ” (L. Boff).
Tra cristianesimo ed ecologia
(…) Nel cristianesimo abbiamo ereditato il gusto per il nuovo. Gesù è stato aperto alle nuove sfide e ha invitato i suoi seguaci a interpretare i segni dei tempi. Senza alcun dubbio, oggi nella coscienza ecologica sta soffiando lo Spirito di Dio. È un invito a porci in maniera diversa nell’Uni-verso e a prendere sul serio la responsabilità che abbiamo nei confronti della creazione. Oggi la rivoluzione ecologica è a sua volta una rivoluzione culturale. Invita a considerare una nuova ubicazione dell’essere umano sulla Terra. Esige nuove comprensioni e nuove risposte. (…).
L’ecologia si trasforma in un’avventura spirituale. Possiamo costruire una spiritualità ecologica che ci insegni ad abbracciare il Cosmo e il Dio del Cosmo. Il nostro cammino come cristiani si può vedere profondamente arricchito da questa sfida. La risposta, ancora una volta, è in noi.