CARBONE E NUCLEARE: la rivoluzione verde Italiana
(3 luglio 2009)
Enel investe nel carbone e il governo vuole il nucleare: il futuro energetico italiano e’ improntato a queste due scelte.
Limitare la CO2 a 450 parti per milione, per limitare a due gradi l’aumento medio della temperatura. Questo è l’obiettivo universalmente riconosciuto per evitare aumenti maggiori della temperatura media, che avrebbero effetti che non sappiamo prevedere.
Anche l’Agenzia Internazionale per l’Energia non vede altre soluzioni e sprona i governi ad agire subito”De-carbonizzare il settore della generazione è un tema politico chiave, i politici devono focalizzarsi su di esso. La prima priorità è l’efficienza energetica perché offre il maggior rapporto costi-benefici, e poi de-carbonizzare la generazione elettrica e con l’energia elettrica far funzionare le automobili.”, queste le parole del direttore esecutivo, Nobuo Tanaka. (16 marzo 2009 EWEC Marsiglia).
Ma stimolare le imprese elettriche ad investire nelle rinnovabili non è facile, la verità è che parliamo di imprese che hanno come obiettivo quello di generare valore per gli azionisti, e le fonti fossili rimangono le meno costose da bruciare per produrre corrente. Generare rendite immediate non collima col fare investimenti per il domani.
Sino a che non si contabilizzeranno i danni ambientali a loro associati, non ci sara’ scampo. Per questo molti insistono che non servono pacchetti di timolo, ovvero soldi pubblici, ma serve una carbon tax che stabilisca un costo della CO2 prodotta stimolando il “mercato” ad orientarsi verso la generazione verde.
E’ la ricetta che la Svezia, nuova presidente di turno dell’Unione Europea, vorrebbe proporre agli altri 26 stati membri, una tassa che sperimenta da anni, “che castiga chi si ostina a inquinare, mentre stimola gli altri a diventare sempre piu’ verdi” (Corsera 30 giungo 2009).
La Svezia trarra’ il 50% della sua energia da fonti rinnovabili entro il 2020 (non il 20%, obiettivo Ue o il 17%, obiettivo italiano), dal 1970 ha gia’ tagliato le emissioni del 40% godendo contemporaneamente di una crescita economica del 100%, smentendo coi fatti chi sostiene che sia impossibile crescere puntando sulla green economy.
Da noi invece si continua ad investire sulle vecchie fonti fossili.
Spulciando il bilancio 2008 di Enel, nel perimetro italiano dell’azienda, quello che ci riguarda come paese, possiamo leggere che sul fronte della potenza efficiente installata (quella misurata ai morsetti di uscita di una centrale, per intenderci), nel termoelettrico abbiamo aumentato la quota alimentata a carbone (+12,4% ovvero i 616 MW del primo gruppo della centrale di Torrevaldaliga), nelle rinnovabili c’e’ da registrare un misero aumento di 70 MW, 47 eolici, il resto idroelettrico, dunque 616 a 70, una partita senza storia.
Guardando la corrente prodotta i dati si invertono solo perche’ l’anno e’ stato generoso di precipitazione e l’idroelettrico e’ andato a gonfie vele: + 4,7 GWh, è tutta qui la crescita di produzione rinnovabile di Enel Italia.
Venendo ai combustibili, sempre nel perimetro Italia, la spesa 2008 e’ stata pari a 7, 397 miliardi di euro: 646 milioni in olio combustibile, 1..282 per il gas e ben 5.179 per il carbone (+1.401% rispetto all’anno precedente).
Guardando i combustibili bruciati, equivalenti in totale a 14,1 Mtep, prevale il carbone (49,2%), segue col 40,1% il metano e col 9,8 il petrolio (olio combustibile).
Un mix che non cambia di molto guardando i perimetri esteri, considerando Slovacchia, Bulgaria e Russia abbiamo: carbone 59,7%, gas 38,5%, petrolio 0,8%. Endesa (l’ultima grande acquisizione estera) conferma il primato del carbone (51,5%) seguito da gas (32,8) e petrolio (15,4%).
Il carbone appare dunque la fonte principale sia all’estero che in Italia, dove nel 2008 ne sono state consumate 11,7 milioni di tonnellate e in questo 2009 ne consumeremo di più perché a giugno è stato accesa la prima caldaia di Torrevaldaliga, nel Lazio, che a regime consumera’ 210 tonnellate di carbone all’ora, ovvero 1 milione e 600 mila l’anno. Gli altri due gruppi entreranno in funzione a fine anno e all’inizio del 2010, anno in cui questa centrale da sola brucera’ 4 milioni e mezzo di tonnellate di carbone. E non è finita qui, visto che l’altro giorno il Veneto ha dato l’ok alla conversione da olio combustibile a carbone della centrale di Porto Tolle, dove l’Enel prevede di riprodurre il modello Torrevaldaliga.
“Il veloce avvio dei nuovi investimenti nelle centrali a carbone porterebbero alla creazione di migliaia di posti di lavoro, garantirebbe un miglioramento delle performance ambientali ed eviterebbe la delocalizzazione all’estero di progetti già programmati in Italia”: così recitano le campagne mediatiche (La Stampa 22 giugno 2009) per convincere che carbone è bello e nuovo.
Infine gli investimenti: nel 2008 sono stati 887 milioni di euro, 849 dei quali negli impianti di produzione dove fonti fossili battono rinnovabili 733 a 116, 91 dei quali destinati a rifacimenti e manutenzioni del settore idroelettrico e solo 25 per impianti con fonti energetiche innovative.
Di questo comportamento c’è poco da stupirsi, il mix produttivo è determinato in base alla “leadership di costo”, non da parametri ambientali. Ma l’energia non è un business qualunque, il clima non è un affare banale ed i governi devono evitare quell’atteggiamento di disinteresse che in ambito finanziario ha generato la crisi che tutti stiamo vivendo.
Peccato che la ricetta del nostro governo in tema di energia sia il nucleare.
L’altro ieri la Camera ha approvato la terza lettura del DDL denominato “Sviluppo” che contiene le norme per il ritorno del nucleare in Italia. Ora passera’ nuovamente al Senato, dopodiché il governo avra’ sei mesi di tempo per scrivere le regole per la scelta dei siti dove costruire le centrali, creare la nuova agenzia per la sicurezza, stabilire le regole per lo stoccaggio dei rifiuti nucleari e le misure compensative per “corrompere” i comuni destinati ad ospitare i nuovi impianti. In sostanza il ddl è un mandato senza limiti che viene conferito al governo per costruire centrali nucleari a costo di militarizzare i siti.
Una scelta errata per un tema così delicato. Evitando il confronto con il paese si è scelto la via facile ma non la piu’ efficace. Come sanno bene gli stessi nuclearisti convinti della bonta’ delle loro proposte, il ritorno in Italia del nucleare puo’ avvenire solo con l’appoggio dei cittadini perche’ troppo ingenti sono gli investimenti necessari ed il loro costo aumenta se manca la sicurezza che non ci siano possibilita’ di intoppi autorizzativi o di ostilità da parte delle popolazioni.
Al momento i siti possibili per costruire i nuovi EPR (il modello francese adottato dall’Enel) sono solo sulla costa, troppo poca l’acqua assicurata dai fiumi, il nucleare e’ molto esoso di acqua, per ogni Kwh prodotto servono 3,2 litri (negli impianti slovacchi) e addirittura 49, 8 in quelli spagnoli, controllati da Enel. Montalto di Castro nel Lazio, Veneto, Friuli, Puglia, Molise e Sicilia sono i candidati per un mega impianto che potrebbe addirittura accorpare tutti e quattro i reattori ipotizzati.
-Roberto Meregalli
Beati i costruttori di pace
Enel investe nel carbone e il governo vuole il nucleare: il futuro energetico italiano e’ improntato a queste due scelte.
Limitare la CO2 a 450 parti per milione, per limitare a due gradi l’aumento medio della temperatura. Questo è l’obiettivo universalmente riconosciuto per evitare aumenti maggiori della temperatura media, che avrebbero effetti che non sappiamo prevedere.
Anche l’Agenzia Internazionale per l’Energia non vede altre soluzioni e sprona i governi ad agire subito”De-carbonizzare il settore della generazione è un tema politico chiave, i politici devono focalizzarsi su di esso. La prima priorità è l’efficienza energetica perché offre il maggior rapporto costi-benefici, e poi de-carbonizzare la generazione elettrica e con l’energia elettrica far funzionare le automobili.”, queste le parole del direttore esecutivo, Nobuo Tanaka. (16 marzo 2009 EWEC Marsiglia).
Ma stimolare le imprese elettriche ad investire nelle rinnovabili non è facile, la verità è che parliamo di imprese che hanno come obiettivo quello di generare valore per gli azionisti, e le fonti fossili rimangono le meno costose da bruciare per produrre corrente. Generare rendite immediate non collima col fare investimenti per il domani.
Sino a che non si contabilizzeranno i danni ambientali a loro associati, non ci sara’ scampo. Per questo molti insistono che non servono pacchetti di timolo, ovvero soldi pubblici, ma serve una carbon tax che stabilisca un costo della CO2 prodotta stimolando il “mercato” ad orientarsi verso la generazione verde.
E’ la ricetta che la Svezia, nuova presidente di turno dell’Unione Europea, vorrebbe proporre agli altri 26 stati membri, una tassa che sperimenta da anni, “che castiga chi si ostina a inquinare, mentre stimola gli altri a diventare sempre piu’ verdi” (Corsera 30 giungo 2009).
La Svezia trarra’ il 50% della sua energia da fonti rinnovabili entro il 2020 (non il 20%, obiettivo Ue o il 17%, obiettivo italiano), dal 1970 ha gia’ tagliato le emissioni del 40% godendo contemporaneamente di una crescita economica del 100%, smentendo coi fatti chi sostiene che sia impossibile crescere puntando sulla green economy.
Da noi invece si continua ad investire sulle vecchie fonti fossili.
Spulciando il bilancio 2008 di Enel, nel perimetro italiano dell’azienda, quello che ci riguarda come paese, possiamo leggere che sul fronte della potenza efficiente installata (quella misurata ai morsetti di uscita di una centrale, per intenderci), nel termoelettrico abbiamo aumentato la quota alimentata a carbone (+12,4% ovvero i 616 MW del primo gruppo della centrale di Torrevaldaliga), nelle rinnovabili c’e’ da registrare un misero aumento di 70 MW, 47 eolici, il resto idroelettrico, dunque 616 a 70, una partita senza storia.
Guardando la corrente prodotta i dati si invertono solo perche’ l’anno e’ stato generoso di precipitazione e l’idroelettrico e’ andato a gonfie vele: + 4,7 GWh, è tutta qui la crescita di produzione rinnovabile di Enel Italia.
Venendo ai combustibili, sempre nel perimetro Italia, la spesa 2008 e’ stata pari a 7, 397 miliardi di euro: 646 milioni in olio combustibile, 1..282 per il gas e ben 5.179 per il carbone (+1.401% rispetto all’anno precedente).
Guardando i combustibili bruciati, equivalenti in totale a 14,1 Mtep, prevale il carbone (49,2%), segue col 40,1% il metano e col 9,8 il petrolio (olio combustibile).
Un mix che non cambia di molto guardando i perimetri esteri, considerando Slovacchia, Bulgaria e Russia abbiamo: carbone 59,7%, gas 38,5%, petrolio 0,8%. Endesa (l’ultima grande acquisizione estera) conferma il primato del carbone (51,5%) seguito da gas (32,8) e petrolio (15,4%).
Il carbone appare dunque la fonte principale sia all’estero che in Italia, dove nel 2008 ne sono state consumate 11,7 milioni di tonnellate e in questo 2009 ne consumeremo di più perché a giugno è stato accesa la prima caldaia di Torrevaldaliga, nel Lazio, che a regime consumera’ 210 tonnellate di carbone all’ora, ovvero 1 milione e 600 mila l’anno. Gli altri due gruppi entreranno in funzione a fine anno e all’inizio del 2010, anno in cui questa centrale da sola brucera’ 4 milioni e mezzo di tonnellate di carbone. E non è finita qui, visto che l’altro giorno il Veneto ha dato l’ok alla conversione da olio combustibile a carbone della centrale di Porto Tolle, dove l’Enel prevede di riprodurre il modello Torrevaldaliga.
“Il veloce avvio dei nuovi investimenti nelle centrali a carbone porterebbero alla creazione di migliaia di posti di lavoro, garantirebbe un miglioramento delle performance ambientali ed eviterebbe la delocalizzazione all’estero di progetti già programmati in Italia”: così recitano le campagne mediatiche (La Stampa 22 giugno 2009) per convincere che carbone è bello e nuovo.
Infine gli investimenti: nel 2008 sono stati 887 milioni di euro, 849 dei quali negli impianti di produzione dove fonti fossili battono rinnovabili 733 a 116, 91 dei quali destinati a rifacimenti e manutenzioni del settore idroelettrico e solo 25 per impianti con fonti energetiche innovative.
Di questo comportamento c’è poco da stupirsi, il mix produttivo è determinato in base alla “leadership di costo”, non da parametri ambientali. Ma l’energia non è un business qualunque, il clima non è un affare banale ed i governi devono evitare quell’atteggiamento di disinteresse che in ambito finanziario ha generato la crisi che tutti stiamo vivendo.
Peccato che la ricetta del nostro governo in tema di energia sia il nucleare.
L’altro ieri la Camera ha approvato la terza lettura del DDL denominato “Sviluppo” che contiene le norme per il ritorno del nucleare in Italia. Ora passera’ nuovamente al Senato, dopodiché il governo avra’ sei mesi di tempo per scrivere le regole per la scelta dei siti dove costruire le centrali, creare la nuova agenzia per la sicurezza, stabilire le regole per lo stoccaggio dei rifiuti nucleari e le misure compensative per “corrompere” i comuni destinati ad ospitare i nuovi impianti. In sostanza il ddl è un mandato senza limiti che viene conferito al governo per costruire centrali nucleari a costo di militarizzare i siti.
Una scelta errata per un tema così delicato. Evitando il confronto con il paese si è scelto la via facile ma non la piu’ efficace. Come sanno bene gli stessi nuclearisti convinti della bonta’ delle loro proposte, il ritorno in Italia del nucleare puo’ avvenire solo con l’appoggio dei cittadini perche’ troppo ingenti sono gli investimenti necessari ed il loro costo aumenta se manca la sicurezza che non ci siano possibilita’ di intoppi autorizzativi o di ostilità da parte delle popolazioni.
Al momento i siti possibili per costruire i nuovi EPR (il modello francese adottato dall’Enel) sono solo sulla costa, troppo poca l’acqua assicurata dai fiumi, il nucleare e’ molto esoso di acqua, per ogni Kwh prodotto servono 3,2 litri (negli impianti slovacchi) e addirittura 49, 8 in quelli spagnoli, controllati da Enel. Montalto di Castro nel Lazio, Veneto, Friuli, Puglia, Molise e Sicilia sono i candidati per un mega impianto che potrebbe addirittura accorpare tutti e quattro i reattori ipotizzati.
-Roberto Meregalli
Beati i costruttori di pace






[...] mare il 7,5 per cento, la geotermia il 10,8 per cento ed il mini-idroelettrico il 6,3 per cento. …Legambiente Delta del Po Blog Archive CARBONE E NUCLEARE …… 849 dei quali negli impianti di produzione dove fonti fossili battono rinnovabili 733 a 116, 91 [...]