QUALE SARA’ L’UNDICESIMO COMANDAMENTO?
NON SPRECARE
Siamo in una epoca di trasformazione enorme, anche i nostri padri e nonni attraversavano periodi del genere e le hanno pagate care, con sacrifici e lavoro. Il nostro futuro non sarà più all’insegna del consumo e dello spreco, tutto si innoverà e muterà, consumando il meno possibile le risorse del pianeta e soprattutto il futuro sarà basato sul risparmio energetico. Se noi stessi e alcuni dei nostri figli hanno atteggiamenti da spreconi, sbruffoni e dissipatori è colpa di una mentalità che va cambiata con quella dei nostri padri.
Si intrecciano sprechi di beni materiali e immateriali. Si parte dal cibo, visto che gli italiani in media gettano nel cestino circa il 20 per cento della spesa di pane, pasta e carne, e si passa poi ai consumi energetici che hanno determinato un deficit di risorse naturali preoccupante: ne consumiamo più di un terzo di quelle che la Terra è in grado ogni anno di riprodurre. Lo spreco ci sommerge, e la spazzatura invade le nostre città.Si affronta poi la grave crisi economica in corso, e le opportunità che offre. A partire dalla possibilità di rivedere i nostri stili di vita, non rinunciando ai consumi ma eliminando appunto gli sprechi. Ovunque. Dalle case alle istituzioni pubbliche il dittico non sprecare diventa una sorta di undicesimo comandamento scolpito nelle nostre vite quotidiane.
Il sistema dello spreco si evidenzia soprattutto sui prodotti agricoli che quando arrivano sulla nostra tavola ci sono 15 passaggi di lavorazione e un prodotto alimentare percorre in media 1100 km.
Sotto l’emergenza della crisi gli Italiani hanno cominciato a comprare prodotti locali, e sono in marcia per spingere l’agricoltura biologica che raggiunge più di un milione di ettari di coltivazione.
Il mondo dell’agricoltura nel suo sistema “intensivo” si è impoverito a fatto impoverire i terreni di acqua, negli ultimi anni sembra essere marginale, ha preso piede l’economia industriale e della finanza, e nei ultimi 30 anni i terreni agricoli hanno perso il 10% delle coltivazioni per colpa della desertificazione e dell’abbandono dei campi. E’ suonato il campanello d’allarme della crisi alimentare. Paesi che producono riso e grano hanno bloccato le esportazioni è si sono messi a sorvegliare i granai con le guardie come i pozzi di petrolio. Addirittura ci sono paesi che producono petrolio, sono disposti a dare forniture in cambio di terreni per coltivare.
Molti terreni Italiani sono stati occupati dall’insediamento delle zone industriali, in alcuni casi i terreni limitrofi si sono inquinati, per cui bisogna passare ad una agricoltura non da prodotti da tavola, ma per uso di energia rinnovabile.
Ogni giorno il pianeta si popola di 200 000 nuove bocche da sfamare. Nel 2050 l’umanità sarà costituita da 9.2 miliardi di persone, contro i 6.2 di oggi. La soluzione che spesso viene proposta per affrontare questo aumento è di incrementare la produzione agricola del 50% entro quella data.Non è però ciò che ritiene il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep), secondo il suo rapporto dedicato alla crisi alimentare pubblicato il 17 febbraio in occasione della riunione annuale a Nairobi. L’organizzazione Onu sostiene infatti che per sconfiggere la fame planetaria è prima di tutto necessario combattere gli sprechi, rendendo più efficienti la catena di produzione alimentare e i sistemi di riciclaggio.Il rapporto evidenzia le grosse perdite di cibo e di bile che si verificano nei Paesi del Sud del mondo (pessimi metodi di stoccaggio ad esempio) e l’enorme spreco della società occidentale: nel Regno Unito un terzo degli alimenti acquistati viene gettato, negli Usa 10 miliardi di dollari di cibo finisce nella spazzatura ogni anno. In definitiva metà degli alimenti prodotti nel mondo viene sprecato. Ma il rapporto evidenzia altre questioni. Secondo l’Unep un’altra arma contro la fame sarà l’agricoltura biologica, che fornisce prestazioni migliori di quelle dell’agricoltura tradizionale (intensiva) basata sul massiccio impiego di pesticidi e fitofarmaci: dove sono state impiegate tecniche biologiche, o quasi biologiche, la produzione è all’incirca raddoppiata. L’agricoltura biologica inoltre è in grado di preservare meglio l’acqua e la fertilità del suolo, due beni che iniziano a scarseggiare.
Siamo in una epoca di trasformazione enorme, anche i nostri padri e nonni attraversavano periodi del genere e le hanno pagate care, con sacrifici e lavoro. Il nostro futuro non sarà più all’insegna del consumo e dello spreco, tutto si innoverà e muterà, consumando il meno possibile le risorse del pianeta e soprattutto il futuro sarà basato sul risparmio energetico. Se noi stessi e alcuni dei nostri figli hanno atteggiamenti da spreconi, sbruffoni e dissipatori è colpa di una mentalità che va cambiata con quella dei nostri padri.
Si intrecciano sprechi di beni materiali e immateriali. Si parte dal cibo, visto che gli italiani in media gettano nel cestino circa il 20 per cento della spesa di pane, pasta e carne, e si passa poi ai consumi energetici che hanno determinato un deficit di risorse naturali preoccupante: ne consumiamo più di un terzo di quelle che la Terra è in grado ogni anno di riprodurre. Lo spreco ci sommerge, e la spazzatura invade le nostre città.Si affronta poi la grave crisi economica in corso, e le opportunità che offre. A partire dalla possibilità di rivedere i nostri stili di vita, non rinunciando ai consumi ma eliminando appunto gli sprechi. Ovunque. Dalle case alle istituzioni pubbliche il dittico non sprecare diventa una sorta di undicesimo comandamento scolpito nelle nostre vite quotidiane.
Il sistema dello spreco si evidenzia soprattutto sui prodotti agricoli che quando arrivano sulla nostra tavola ci sono 15 passaggi di lavorazione e un prodotto alimentare percorre in media 1100 km.
Sotto l’emergenza della crisi gli Italiani hanno cominciato a comprare prodotti locali, e sono in marcia per spingere l’agricoltura biologica che raggiunge più di un milione di ettari di coltivazione.
Il mondo dell’agricoltura nel suo sistema “intensivo” si è impoverito a fatto impoverire i terreni di acqua, negli ultimi anni sembra essere marginale, ha preso piede l’economia industriale e della finanza, e nei ultimi 30 anni i terreni agricoli hanno perso il 10% delle coltivazioni per colpa della desertificazione e dell’abbandono dei campi. E’ suonato il campanello d’allarme della crisi alimentare. Paesi che producono riso e grano hanno bloccato le esportazioni è si sono messi a sorvegliare i granai con le guardie come i pozzi di petrolio. Addirittura ci sono paesi che producono petrolio, sono disposti a dare forniture in cambio di terreni per coltivare.
Molti terreni Italiani sono stati occupati dall’insediamento delle zone industriali, in alcuni casi i terreni limitrofi si sono inquinati, per cui bisogna passare ad una agricoltura non da prodotti da tavola, ma per uso di energia rinnovabile.
Ogni giorno il pianeta si popola di 200 000 nuove bocche da sfamare. Nel 2050 l’umanità sarà costituita da 9.2 miliardi di persone, contro i 6.2 di oggi. La soluzione che spesso viene proposta per affrontare questo aumento è di incrementare la produzione agricola del 50% entro quella data.Non è però ciò che ritiene il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep), secondo il suo rapporto dedicato alla crisi alimentare pubblicato il 17 febbraio in occasione della riunione annuale a Nairobi. L’organizzazione Onu sostiene infatti che per sconfiggere la fame planetaria è prima di tutto necessario combattere gli sprechi, rendendo più efficienti la catena di produzione alimentare e i sistemi di riciclaggio.Il rapporto evidenzia le grosse perdite di cibo e di bile che si verificano nei Paesi del Sud del mondo (pessimi metodi di stoccaggio ad esempio) e l’enorme spreco della società occidentale: nel Regno Unito un terzo degli alimenti acquistati viene gettato, negli Usa 10 miliardi di dollari di cibo finisce nella spazzatura ogni anno. In definitiva metà degli alimenti prodotti nel mondo viene sprecato. Ma il rapporto evidenzia altre questioni. Secondo l’Unep un’altra arma contro la fame sarà l’agricoltura biologica, che fornisce prestazioni migliori di quelle dell’agricoltura tradizionale (intensiva) basata sul massiccio impiego di pesticidi e fitofarmaci: dove sono state impiegate tecniche biologiche, o quasi biologiche, la produzione è all’incirca raddoppiata. L’agricoltura biologica inoltre è in grado di preservare meglio l’acqua e la fertilità del suolo, due beni che iniziano a scarseggiare.





